Quante tribù ci sono in Europa? Quante culture per le ventiquattro lingue della nostra Unione? A diciannove anni Johny Pitts cammina per le strade di Firth Park, quartiere working class di Sheffield, nell'Inghilterra del nord. Un tizio lo ferma e gli fa: "A te ti ho già visto, l'altra settimana eri su un treno a Francoforte". In Germania Johny non ha mai messo piede, ma quell'incontro fortuito gli cambia la vita. Comincia a pensare: "Un ragazzo nero, come me, a Francoforte. Chissà che vita fa?". È anche così che si sfugge alle gabbie del proprio quartiere, della propria classe, del proprio destino: "Cominciai a riflettere sulle comunità nere d'Europa, su cosa abbiamo in comune, su quanto siamo parte di questo continente e su quanto questo continente ci respinge".
All'inizio degli anni 90 David Byrne dei Talking Heads collaborava con la cantante belga-congolese Marie Daulne, e insieme si erano inventati il termine "Afropeans", per indicare gli africani di casa in Europa. È una nuova tribù, quasi un brand culturale che funziona soprattutto sul palco e in sala d'incisione. Quasi trent'anni più tardi Pitts si mette sulle loro tracce per le strade d'Europa, bypassando la Brexit e spostandosi zaino in spalla da Londra a Parigi a Bruxelles a Lisbona come i ragazzi neri fanno raramente: "I bianchi viaggiano, i neri di solito migrano, scappano, cercano una vita migliore, sembra che non si muovano mai per il puro piacere di farlo". Il risultato è un libro imperdibile che, dopo aver acceso grandi discussioni in Inghilterra, esce ora in Italia per l'editore EDT col titolo Afropei. Viaggio nel cuore dell'Europa nera.
Lo scorso settembre in una serata ad Amsterdam Johny Pitts presenta il suo libro, un antropologo caraibico che insegna in Olanda lo commenta, una giovane ruandese nata in Belgio lo interpreta: canta e parla in quattro lingue, improvvisa, incanta, sprigiona un'energia impensabile a un convegno che parli semplicemente d'Europa. Sono questi gli Afropeans? "Sono partito da qui" spiega al Venerdì il 36enne Pitts, fotografo e scrittore. "Ma poi ho capito che dovevo allargare lo sguardo al di là dei creativi dai gusti raffinati e le abitudini metropolitane. Con le mie ricerche voglio dare visibilità a una normalità nera che permea il nostro continente a prescindere dal recente fenomeno migratorio".
C'è il razzismo, ovviamente, e Pitts lo sente a Sheffield, dove tutto sembra spingere i non bianchi a rinchiudersi nel loro ghetto di droga e violenza. Ma lo incrocia anche a Mosca, dove è facile essere pestati da gang di skinhead a caccia della sfumatura epidermica più scura del lecito, oppure a Parigi dove i neri sono espulsi dal centro e relegati nei sobborghi: "Col tempo che ci ho messo a raggiungere la banlieue di Clichy-sous-Bois avrei potuto fare ritorno a Londra". Incontra lavoratori, attivisti, artisti. In tanti gli parlano di Africa, mamma Africa, ritorno all'Africa. Ma Pitts non abbocca: "Siamo europei, ragioniamo con categorie europee, dobbiamo essere in grado di avviare uno scambio con le tante culture del nostro continente".
Vista dai finestrini di un Interrail, l'Europa del populismo e dell'indifferenza è ancora in grado di produrre sfondi comuni per le storie dei singoli: "La mia generazione è cresciuta nell'europeismo del New Labour, e quando tutto è crollato con la guerra in Iraq e con la crisi del 2008 è stato naturale reagire all'ondata nazionalista cercando proprio in Europa nuove forme di solidarietà, nuove comunità con cui confrontarci". Ma dove sono i fratelli? A Parigi Pitts sfuma la quinta suggestiva della città per "mettere a fuoco la nerezza invisibile che sta in primo piano". Non sale alla Tour Eiffel, ma incontra i ragazzi di Campo di Marte che si ingegnano a strappare qualche euro ai turisti: "Com'è la vita a Parigi, fratello?", "Non bella per un nero, fratello. Sono troppo razzisti qui, magari vado in Inghilterra".
La blackness europea che Pitts prova a ricomporre macinando chilometri e incontri è inevitabilmente polifonica: a Roma un ragazzo sudanese è trattato peggio di un cane, a Parigi un afroamericano assicura di sentirsi in paradiso "perché qui è come se non fossi un nero, solo un essere umano". Certo, non siamo in America, non ci sono statue da abbattere, né proiettili della polizia da scansare. Ma c'è uno sguardo da ripulire, un colonialismo ancora da stanare e un nuovo linguaggio da sillabare chiamando a raccolta le diverse voci del continente: "A Roma ho ammirato la Cappella Sistina, ma ai miei occhi il Dio di Michelangelo ha qualcosa di inquietante. Com'è possibile che da piccolo anch'io, un bimbo nero di Sheffield, mi sia immaginato Dio con quel colore così irrimediabilmente bianco?". Sono in tanti a farsi queste domande, e questa moltitudine forse è già una risposta.
Gli Afropeans sono autisti della metro e infermiere d'ospedale, grandi scrittori che disboscano il pregiudizio e gente normale che stenta a entrare in classifica. A Bruxelles Pitts viene preso per un ladro, a Ventimiglia viene insultato da un gruppo di bianchissimi tifosi inglesi. Poi però c'è Marsiglia: "Questa città francese, italiana, corsa, maghrebina, africana è la vera Mecca d'Europa" assicura con il sorriso di chi in saccoccia ha messo più esperienze che teorie. "A Parigi gli Afropei vivono a distanza di sicurezza, a Marsiglia occupano il centro storico con tutte le sue contraddizioni". Appena arrivato in città, un vecchio lo ferma e a lui, figlio di madre bianca inglese e padre afroamericano, chiede bruscamente: "Meticcio?". Pitts risponde imbarazzato "Sì". Il vecchio spalanca le braccia e quasi intima: "Benvenuto, questa città fa per te". È così che Pitts vorrebbe l'Europa: "E non sarà certo la Brexit a impedirmi di partecipare al futuro meticcio del nostro continente".
Sul Venerdì del 6 novembre 2020
All'inizio degli anni 90 David Byrne dei Talking Heads collaborava con la cantante belga-congolese Marie Daulne, e insieme si erano inventati il termine "Afropeans", per indicare gli africani di casa in Europa. È una nuova tribù, quasi un brand culturale che funziona soprattutto sul palco e in sala d'incisione. Quasi trent'anni più tardi Pitts si mette sulle loro tracce per le strade d'Europa, bypassando la Brexit e spostandosi zaino in spalla da Londra a Parigi a Bruxelles a Lisbona come i ragazzi neri fanno raramente: "I bianchi viaggiano, i neri di solito migrano, scappano, cercano una vita migliore, sembra che non si muovano mai per il puro piacere di farlo". Il risultato è un libro imperdibile che, dopo aver acceso grandi discussioni in Inghilterra, esce ora in Italia per l'editore EDT col titolo Afropei. Viaggio nel cuore dell'Europa nera.
Lo scorso settembre in una serata ad Amsterdam Johny Pitts presenta il suo libro, un antropologo caraibico che insegna in Olanda lo commenta, una giovane ruandese nata in Belgio lo interpreta: canta e parla in quattro lingue, improvvisa, incanta, sprigiona un'energia impensabile a un convegno che parli semplicemente d'Europa. Sono questi gli Afropeans? "Sono partito da qui" spiega al Venerdì il 36enne Pitts, fotografo e scrittore. "Ma poi ho capito che dovevo allargare lo sguardo al di là dei creativi dai gusti raffinati e le abitudini metropolitane. Con le mie ricerche voglio dare visibilità a una normalità nera che permea il nostro continente a prescindere dal recente fenomeno migratorio".
C'è il razzismo, ovviamente, e Pitts lo sente a Sheffield, dove tutto sembra spingere i non bianchi a rinchiudersi nel loro ghetto di droga e violenza. Ma lo incrocia anche a Mosca, dove è facile essere pestati da gang di skinhead a caccia della sfumatura epidermica più scura del lecito, oppure a Parigi dove i neri sono espulsi dal centro e relegati nei sobborghi: "Col tempo che ci ho messo a raggiungere la banlieue di Clichy-sous-Bois avrei potuto fare ritorno a Londra". Incontra lavoratori, attivisti, artisti. In tanti gli parlano di Africa, mamma Africa, ritorno all'Africa. Ma Pitts non abbocca: "Siamo europei, ragioniamo con categorie europee, dobbiamo essere in grado di avviare uno scambio con le tante culture del nostro continente".
Vista dai finestrini di un Interrail, l'Europa del populismo e dell'indifferenza è ancora in grado di produrre sfondi comuni per le storie dei singoli: "La mia generazione è cresciuta nell'europeismo del New Labour, e quando tutto è crollato con la guerra in Iraq e con la crisi del 2008 è stato naturale reagire all'ondata nazionalista cercando proprio in Europa nuove forme di solidarietà, nuove comunità con cui confrontarci". Ma dove sono i fratelli? A Parigi Pitts sfuma la quinta suggestiva della città per "mettere a fuoco la nerezza invisibile che sta in primo piano". Non sale alla Tour Eiffel, ma incontra i ragazzi di Campo di Marte che si ingegnano a strappare qualche euro ai turisti: "Com'è la vita a Parigi, fratello?", "Non bella per un nero, fratello. Sono troppo razzisti qui, magari vado in Inghilterra".
La blackness europea che Pitts prova a ricomporre macinando chilometri e incontri è inevitabilmente polifonica: a Roma un ragazzo sudanese è trattato peggio di un cane, a Parigi un afroamericano assicura di sentirsi in paradiso "perché qui è come se non fossi un nero, solo un essere umano". Certo, non siamo in America, non ci sono statue da abbattere, né proiettili della polizia da scansare. Ma c'è uno sguardo da ripulire, un colonialismo ancora da stanare e un nuovo linguaggio da sillabare chiamando a raccolta le diverse voci del continente: "A Roma ho ammirato la Cappella Sistina, ma ai miei occhi il Dio di Michelangelo ha qualcosa di inquietante. Com'è possibile che da piccolo anch'io, un bimbo nero di Sheffield, mi sia immaginato Dio con quel colore così irrimediabilmente bianco?". Sono in tanti a farsi queste domande, e questa moltitudine forse è già una risposta.
Gli Afropeans sono autisti della metro e infermiere d'ospedale, grandi scrittori che disboscano il pregiudizio e gente normale che stenta a entrare in classifica. A Bruxelles Pitts viene preso per un ladro, a Ventimiglia viene insultato da un gruppo di bianchissimi tifosi inglesi. Poi però c'è Marsiglia: "Questa città francese, italiana, corsa, maghrebina, africana è la vera Mecca d'Europa" assicura con il sorriso di chi in saccoccia ha messo più esperienze che teorie. "A Parigi gli Afropei vivono a distanza di sicurezza, a Marsiglia occupano il centro storico con tutte le sue contraddizioni". Appena arrivato in città, un vecchio lo ferma e a lui, figlio di madre bianca inglese e padre afroamericano, chiede bruscamente: "Meticcio?". Pitts risponde imbarazzato "Sì". Il vecchio spalanca le braccia e quasi intima: "Benvenuto, questa città fa per te". È così che Pitts vorrebbe l'Europa: "E non sarà certo la Brexit a impedirmi di partecipare al futuro meticcio del nostro continente".
Sul Venerdì del 6 novembre 2020