Montesquieu aveva una faccia da conio, predisposta a busti celebrativi. Però quando viaggiava era così curioso
da insospettire l’attaché d’affaires di Milano, che chiese informazioni in patria. Il barone Secondat de Montesquieu non indagava, dovettero rispondergli: bensì studiava; certo più i commerci e le istituzioni che non le pitture, come dimostrano le note di viaggio del 1728-’29; l’Italia lo irritava con i suoi piccoli tiranni, e la sua «poca virtù», e intendeva quella pubblica. Perfino Venezia gli aveva appagato gli occhi e non lo spirito; come Messalina, si era stancato dei suoi piaceri prima ancora di esserne sazio. Figurarsi perciò se in laguna non aveva cercato di incontrare lo scozzese John Law – e ci voleva del coraggio. Il sistema economico di Law, che aveva salvato e poi atterrato le finanze di Francia, era stato pesantemente deriso da Montesquieu nelle Lettere Persiane, il romanzo che tutti avevano letto. Ma Law era granitico nel mostrarsi affabile con tutti (chiunque può tornare utile a un avventuriero: aveva sì ucciso un uomo in Inghilterra, ma da giovane), e lo ricevette.
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E così l’inventore della democrazia – la separazione dei poteri – incontrò il teorico della cartamoneta, del sistema delle azioni e della moderna economia virtuale. Montesquieu aveva scritto, già nel 1715, di economia politica, consigliando al re una parziale bancarotta, la riduzione delle tasse (sugli ebrei, per esempio) e dei benefici (ai nobili). Law trovava le monete in oro “scomode”, e studiava le nuove Banche d’Inghilterra e d’Olanda, che le prendevano in deposito, pagando interessi ai finanziatori, e lucrando nel riprestarle, e anche sulle colonie commerciali d’oltremare. Alto, bello, ricco (lo espellevano per eccesso di vincite al gioco: leggere l’eccellente, recente biografia di Silvia Maria Busetti, Liberilibri editore), il beau John aveva persuaso al suo sistema il Reggente di Francia: creando euforia borsistica, e molte gelosie. La speculazione scombussolò l’ordine sociale; una dama all’Opera vide una signora carica di diamanti: ma sì, era la sua cuoca. Il cocchiere di Law si dimise, per agiatezza; Law lo pregò di trovargli un sostituto, l’altro gliene portò due: che ne scegliesse uno, l’altro lo teneva per sé. Di colpo, il sistema crollò; Law spiegò a Montesquieu che era stata la perdita della fiducia. Montesquieu gli chiese perché, nella rovina, non aveva corrotto i parlamentari; lo scozzese Law, sempre compiacente, rispose al barone che i suoi connazionali francesi non erano corruttibili. Perfino il maldisposto Montesquieu dovette ammettere che la risposta era capziosa.
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
da insospettire l’attaché d’affaires di Milano, che chiese informazioni in patria. Il barone Secondat de Montesquieu non indagava, dovettero rispondergli: bensì studiava; certo più i commerci e le istituzioni che non le pitture, come dimostrano le note di viaggio del 1728-’29; l’Italia lo irritava con i suoi piccoli tiranni, e la sua «poca virtù», e intendeva quella pubblica. Perfino Venezia gli aveva appagato gli occhi e non lo spirito; come Messalina, si era stancato dei suoi piaceri prima ancora di esserne sazio. Figurarsi perciò se in laguna non aveva cercato di incontrare lo scozzese John Law – e ci voleva del coraggio. Il sistema economico di Law, che aveva salvato e poi atterrato le finanze di Francia, era stato pesantemente deriso da Montesquieu nelle Lettere Persiane, il romanzo che tutti avevano letto. Ma Law era granitico nel mostrarsi affabile con tutti (chiunque può tornare utile a un avventuriero: aveva sì ucciso un uomo in Inghilterra, ma da giovane), e lo ricevette.
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E così l’inventore della democrazia – la separazione dei poteri – incontrò il teorico della cartamoneta, del sistema delle azioni e della moderna economia virtuale. Montesquieu aveva scritto, già nel 1715, di economia politica, consigliando al re una parziale bancarotta, la riduzione delle tasse (sugli ebrei, per esempio) e dei benefici (ai nobili). Law trovava le monete in oro “scomode”, e studiava le nuove Banche d’Inghilterra e d’Olanda, che le prendevano in deposito, pagando interessi ai finanziatori, e lucrando nel riprestarle, e anche sulle colonie commerciali d’oltremare. Alto, bello, ricco (lo espellevano per eccesso di vincite al gioco: leggere l’eccellente, recente biografia di Silvia Maria Busetti, Liberilibri editore), il beau John aveva persuaso al suo sistema il Reggente di Francia: creando euforia borsistica, e molte gelosie. La speculazione scombussolò l’ordine sociale; una dama all’Opera vide una signora carica di diamanti: ma sì, era la sua cuoca. Il cocchiere di Law si dimise, per agiatezza; Law lo pregò di trovargli un sostituto, l’altro gliene portò due: che ne scegliesse uno, l’altro lo teneva per sé. Di colpo, il sistema crollò; Law spiegò a Montesquieu che era stata la perdita della fiducia. Montesquieu gli chiese perché, nella rovina, non aveva corrotto i parlamentari; lo scozzese Law, sempre compiacente, rispose al barone che i suoi connazionali francesi non erano corruttibili. Perfino il maldisposto Montesquieu dovette ammettere che la risposta era capziosa.
Sul Venerdì del 13 novembre 2020