Alberto Moravia la descrive così: "incipriata e dipinta", "il passo malsicuro", "la faccia immobile dai tratti indecisi e dai colori vivaci che pare una maschera stupida e patetica". È Mariagrazia Ardengo, la madre degli Indifferenti, una vedova che spera che l'amante Leo la sposi e sistemi i suoi problemi finanziari e intanto non capisce (o finge di non capire) che l'uomo vuole sedurre la figlia, una fresca bellezza con la quale lei non può competere.
In una nuova trasposizione del romanzo, Mariagrazia Ardengo è interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Il film, diretto da Leonardo Guerra Seràgnoli, dopo la nuova chiusura delle sale arriverà dal 24 novembre su diverse piattaforme on demand: Sky Primafila, Chili, Rakuten, TimVision, Google, Apple Tv+, CG Digital, Iorestoinsala, The Film Club e Infinity.
È questa la nuova normalità del cinema e anche questo aspetto rende impossibile fare paragoni con gli Indifferenti del passato, il film di Francesco Maselli del 1964 con Paulette Goddard nel ruolo di Mariagrazia e la miniserie del 1988 diretta da Mauro Bolognini con Liv Ullmann. Inoltre, nel 2020, il romanzo di Moravia è diventato contemporaneo, con computer e telefonini ovunque. La giovane Carla (Beatrice Grannò) è addirittura una campionessa di videogiochi con molti follower. Anche il finale del romanzo è stato cambiato, in linea con i nostri tempi e con la diversa sensibilità e forza delle donne, molto più disposte a ribellarsi ai soprusi rispetto al passato.
Bruni Tedeschi, uno degli aspetti fenomenali degli Indifferenti è che Alberto Moravia lo scrisse a soli 19 anni. Che effetto le fa la precocità negli artisti?
"Ho riletto il libro prima di fare il film, Moravia era veramente un genio, la perfezione della descrizione dei personaggi è impressionante. Sono complessi, strani e al tempo stesso semplici, degli archetipi meravigliosi: con personaggi così un attore non ha quasi niente da fare, c'è già tutto. Detto questo, la precocità non mi pare una virtù in sé. Un artista può trovare la propria musica interiore a cinque come a 50 anni. C'è chi la incontra presto e poi la perde. E c'è chi la trova tardissimo. O tardino, come è il mio caso. Ho fatto il mio primo film come attrice dopo anni di scuole e anche quello come regista (È più facile per un cammello...) a quasi 40 anni e dopo aver superato non poche resistenze, da parte mia".
Racconti.
"Devo molto a due persone, Mimmo Calopresti e Noémie Lvovsky. Ero abbastanza contenta di scrivere il film ma non mi sentivo capace di diventare regista, sono stati loro a spingermi. Mi convinsi ma, più andava avanti la preparazione, più dentro di me mi vergognavo, mi sembrava di essere una di quelle oche che continuano a camminare anche quando gli hanno tagliato la testa. Però poi, alla fine della prima giornata di lavorazione, mi sono sentita felice, una felicità che non ho mai più provato allo stesso modo".
Ha continuato a cercarla, però.
"Sì, anche nei mesi scorsi, durante il confinement, ho scritto un nuovo film".
Una volta lei ha detto di essere più ottimista nei film che scrive di quanto non lo sia nella vita. In questo periodo così insolito come si sente?
"Non posso certo dirle che sono diventata più ottimista! Non riuscirei nemmeno a formulare la frase! Sono più allibita e confusa che mai, sono senza parole. Però il film che sto scrivendo forse sarà più loquace di me. Non ha ancora un titolo, ma è ambientato negli anni Ottanta, perciò ha quella specie di ottimismo tipico della giovinezza".
Gli indifferenti doveva uscire in sala, arriva sulle piattaforme. Bene o male?
"Appartengo a una generazione che a stento capisce che cosa sia una piattaforma. Sono abituata ad andare tanto al cinema. A casa vedo pochi film, ci sono i figli, c'è molto altro da fare, di solito vado al cinema proprio per uscire. Però penso che in questo periodo in cui tutti siamo senza ossigeno, il cinema, ovunque lo si trovi, sia una salvezza. Insomma, in un altro momento l'idea che Gli indifferenti non sarebbe andato in sala mi avrebbe rattristato moltissimo, adesso va bene anche così".
La pandemia sta accelerando una tendenza che era già in atto.
"Vero, ma io continuo a sperare che la sala non muoia definitivamente. Qui in Francia, appena i cinema hanno riaperto, non sono usciti film americani, solo diversi film francesi. E sono andati tutti benissimo, come non capitava da anni".
Ha mai pensato di dirigere una serie?
"Anche se so molto poco di serie e guardo pochissimo la televisione, mentre scrivevo I villeggianti ho pensato che avrebbe potuto essere una serie anziché un film. Ma per farlo avrei dovuto avere una conoscenza più profonda di quel tipo di struttura".
Lei ha vinto diversi premi, quasi tutti come attrice. È soddisfatta?
"I premi mi fanno piacere ma mi fanno anche sentire a disagio. C'è un conflitto tra la gioia di essere amata e riconosciuta e una sensazione di senso di colpa. Mi sento sempre un po' un'impostora. Una volta al Tribeca Film Festival mi diedero un premio come attrice per un mio film. Ero contenta ma inconfessabilmente anche un po' delusa. A fine premiazione, ne arrivò uno anche per la regia e lì, per la prima volta, ero soddisfatta".
Queste cerimonie fanno parte di quegli aspetti del suo lavoro molto legati all'immagine. Oggi si sente più sicura?
"No, decisamente no. Non ho un gran rapporto con la mia immagine. La cosa migliore di partecipare a un festival o di ricevere un premio, per me, è quando ti chiamano, quando ti prepari ad andarci, quando condividi con alcune persone quel momento di eccitazione, come prima di una festa ai tempi del liceo. Poi quando tutto finisce, è terribile. Quando mi ritrovo da sola dopo una di queste situazioni mi sembra che niente abbia senso. La ragione per cui faccio questo mestiere è uscire dalla solitudine, quando questo mestiere mi fa sentire sola lo vivo come un tradimento".
Il 16 novembre compie 56 anni. La infastidisce il passare del tempo?
"Fastidio non è la parola più giusta. L'esperienza del tempo che passa è molto potente e misteriosa, ma anche molto angosciante. Però non si sa mai. Un anno in più e potrebbe esserci sempre qualche novità che non ti aspetti".
Mi viene in mente sua madre Marisa Borini, diventata attrice a 70 anni.
"Sì, tra l'altro, abbiamo un nuovo progetto insieme che sarà bellissimo. Pascal Lambert sta scrivendo un testo teatrale per noi due, dove mia madre reciterà e suonerà. Ma pensi anche a mia sorella Carla. È diventata cantante a 30 anni, una cosa che nessuno di noi, nemmeno lei, si aspettava".
E lei come si immagina in futuro?
"Non mi immagino. Nei confronti del tempo, bisogna imparare a non essere servili ma un po' insolenti".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
In una nuova trasposizione del romanzo, Mariagrazia Ardengo è interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Il film, diretto da Leonardo Guerra Seràgnoli, dopo la nuova chiusura delle sale arriverà dal 24 novembre su diverse piattaforme on demand: Sky Primafila, Chili, Rakuten, TimVision, Google, Apple Tv+, CG Digital, Iorestoinsala, The Film Club e Infinity.
È questa la nuova normalità del cinema e anche questo aspetto rende impossibile fare paragoni con gli Indifferenti del passato, il film di Francesco Maselli del 1964 con Paulette Goddard nel ruolo di Mariagrazia e la miniserie del 1988 diretta da Mauro Bolognini con Liv Ullmann. Inoltre, nel 2020, il romanzo di Moravia è diventato contemporaneo, con computer e telefonini ovunque. La giovane Carla (Beatrice Grannò) è addirittura una campionessa di videogiochi con molti follower. Anche il finale del romanzo è stato cambiato, in linea con i nostri tempi e con la diversa sensibilità e forza delle donne, molto più disposte a ribellarsi ai soprusi rispetto al passato.
Bruni Tedeschi, uno degli aspetti fenomenali degli Indifferenti è che Alberto Moravia lo scrisse a soli 19 anni. Che effetto le fa la precocità negli artisti?
"Ho riletto il libro prima di fare il film, Moravia era veramente un genio, la perfezione della descrizione dei personaggi è impressionante. Sono complessi, strani e al tempo stesso semplici, degli archetipi meravigliosi: con personaggi così un attore non ha quasi niente da fare, c'è già tutto. Detto questo, la precocità non mi pare una virtù in sé. Un artista può trovare la propria musica interiore a cinque come a 50 anni. C'è chi la incontra presto e poi la perde. E c'è chi la trova tardissimo. O tardino, come è il mio caso. Ho fatto il mio primo film come attrice dopo anni di scuole e anche quello come regista (È più facile per un cammello...) a quasi 40 anni e dopo aver superato non poche resistenze, da parte mia".
Racconti.
"Devo molto a due persone, Mimmo Calopresti e Noémie Lvovsky. Ero abbastanza contenta di scrivere il film ma non mi sentivo capace di diventare regista, sono stati loro a spingermi. Mi convinsi ma, più andava avanti la preparazione, più dentro di me mi vergognavo, mi sembrava di essere una di quelle oche che continuano a camminare anche quando gli hanno tagliato la testa. Però poi, alla fine della prima giornata di lavorazione, mi sono sentita felice, una felicità che non ho mai più provato allo stesso modo".
Ha continuato a cercarla, però.
"Sì, anche nei mesi scorsi, durante il confinement, ho scritto un nuovo film".
Una volta lei ha detto di essere più ottimista nei film che scrive di quanto non lo sia nella vita. In questo periodo così insolito come si sente?
"Non posso certo dirle che sono diventata più ottimista! Non riuscirei nemmeno a formulare la frase! Sono più allibita e confusa che mai, sono senza parole. Però il film che sto scrivendo forse sarà più loquace di me. Non ha ancora un titolo, ma è ambientato negli anni Ottanta, perciò ha quella specie di ottimismo tipico della giovinezza".
Gli indifferenti doveva uscire in sala, arriva sulle piattaforme. Bene o male?
"Appartengo a una generazione che a stento capisce che cosa sia una piattaforma. Sono abituata ad andare tanto al cinema. A casa vedo pochi film, ci sono i figli, c'è molto altro da fare, di solito vado al cinema proprio per uscire. Però penso che in questo periodo in cui tutti siamo senza ossigeno, il cinema, ovunque lo si trovi, sia una salvezza. Insomma, in un altro momento l'idea che Gli indifferenti non sarebbe andato in sala mi avrebbe rattristato moltissimo, adesso va bene anche così".
La pandemia sta accelerando una tendenza che era già in atto.
"Vero, ma io continuo a sperare che la sala non muoia definitivamente. Qui in Francia, appena i cinema hanno riaperto, non sono usciti film americani, solo diversi film francesi. E sono andati tutti benissimo, come non capitava da anni".
Ha mai pensato di dirigere una serie?
"Anche se so molto poco di serie e guardo pochissimo la televisione, mentre scrivevo I villeggianti ho pensato che avrebbe potuto essere una serie anziché un film. Ma per farlo avrei dovuto avere una conoscenza più profonda di quel tipo di struttura".
Lei ha vinto diversi premi, quasi tutti come attrice. È soddisfatta?
"I premi mi fanno piacere ma mi fanno anche sentire a disagio. C'è un conflitto tra la gioia di essere amata e riconosciuta e una sensazione di senso di colpa. Mi sento sempre un po' un'impostora. Una volta al Tribeca Film Festival mi diedero un premio come attrice per un mio film. Ero contenta ma inconfessabilmente anche un po' delusa. A fine premiazione, ne arrivò uno anche per la regia e lì, per la prima volta, ero soddisfatta".
Queste cerimonie fanno parte di quegli aspetti del suo lavoro molto legati all'immagine. Oggi si sente più sicura?
"No, decisamente no. Non ho un gran rapporto con la mia immagine. La cosa migliore di partecipare a un festival o di ricevere un premio, per me, è quando ti chiamano, quando ti prepari ad andarci, quando condividi con alcune persone quel momento di eccitazione, come prima di una festa ai tempi del liceo. Poi quando tutto finisce, è terribile. Quando mi ritrovo da sola dopo una di queste situazioni mi sembra che niente abbia senso. La ragione per cui faccio questo mestiere è uscire dalla solitudine, quando questo mestiere mi fa sentire sola lo vivo come un tradimento".
Il 16 novembre compie 56 anni. La infastidisce il passare del tempo?
"Fastidio non è la parola più giusta. L'esperienza del tempo che passa è molto potente e misteriosa, ma anche molto angosciante. Però non si sa mai. Un anno in più e potrebbe esserci sempre qualche novità che non ti aspetti".
Mi viene in mente sua madre Marisa Borini, diventata attrice a 70 anni.
"Sì, tra l'altro, abbiamo un nuovo progetto insieme che sarà bellissimo. Pascal Lambert sta scrivendo un testo teatrale per noi due, dove mia madre reciterà e suonerà. Ma pensi anche a mia sorella Carla. È diventata cantante a 30 anni, una cosa che nessuno di noi, nemmeno lei, si aspettava".
E lei come si immagina in futuro?
"Non mi immagino. Nei confronti del tempo, bisogna imparare a non essere servili ma un po' insolenti".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020