Il Venerdì

Animali

Il ritorno del diavolo in Australia

Il Diavolo della Tasmania (Sarcophilus harrisii) (Alamy) 
Da tremila anni il marsupiale sopravviveva solo in Tasmania. Ora è stato riportato sul continente. Per far la guerra a volpi, gatti e dingo. E ripristinare l’antico ecosistema
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Dopo tremila anni i diavoli della Tasmania torneranno  (forse) a popolare l’Australia. A reintrodurre il marsupiale sul continente che ha il triste record mondiale per l’estinzione di specie di mammiferi è stata l’organizzazione conservazionista Aussie Ark, con la collaborazione delle ong Global Wildlife Conservation e WildArk. Per ora, nei 400 ettari del santuario naturalistico Barrington Wildlife, nato da un allargamento del parco nazionale di Barrington Tops, a nord di Sydney, sono stati liberati 26 diavoli. Per monitorarne il comportamento e valutarne le conseguenze sull’habitat regionale i ricercatori utilizzano dispositivi di localizzazione posti su collari e trappole fotografiche. E questi, come si vedrà, a poche settimane di distanza hanno già dato i primi risultati.

Non più grandi di un cane di piccola taglia, i  marsupiali emblema dell’isola della Tasmania lanciano urla demoniache – da cui il nome – e sono irascibili e rissosi : non per niente, nei cartoon della Warner, hanno ispirato l’iracondo Taz. Per nutrirsi possono attaccare anche animali molto più grandi di loro, come pecore e giovani canguri, anche se spesso si accontentano di mangiare carogne, animali vecchi e malati, piccoli mammiferi, come ratti canguro e conigli, pesci e anche frutta e bacche. E con le loro potenti mascelle in pochi minuti possono ridurre in briciole carcasse di notevoli dimensioni.

Non è ancora del tutto chiaro il motivo che, tremila anni fa, ha determinato la scomparsa dei diavoli dalla parte continentale dell’Australia. Probabilmente tre fattori hanno interagito:  un cambiamento del clima sfavorevole alla specie, l’aumento della popolazione umana e l’arrivo dei dingo, nemici e concorrenti nella caccia. La specie sopravvisse sull’isola della Tasmania, dove i dingo non ci sono, ma anche qui venne messa a dura prova all’arrivo dei coloni europei che, a partire dalla metà del 1600, li sterminarono per non dover competere con loro nella caccia  al wallaby, marsupiale ricercato per la pelliccia. A inizio anni Novanta si stimò che ne fossero rimasti tra i 130 mila e i 150 mila esemplari. A metà di quella decade però i diavoli furono colpiti da un tumore alla bocca (l’unica forma contagiosa di cancro conosciuta), che in pochi anni si diffuse nel 65 per cento della Tasmania centro-orientale e li ridusse a poche decine di migliaia. Nel 2005 la specie venne classificata dal governo della Tasmania come vulnerabile e nel 2008, arrivata a 10-30 mila individui, fu riclassificata ulteriormente come specie in pericolo dall’Unione internazionale per la conservazione della natura.

Oggi gli esemplari sono intorno ai 25 mila, e le autorità della Tasmania proseguono col monitoraggio. «Aussie Ark era nata con l’obiettivo di far sopravvivere i diavoli alla diffusione del tumore facciale creando in cattività una popolazione sana» racconta Tim Faulkner, presidente dell’organizzazione. Partita con 44 individui, oggi la popolazione in cattività nel parco di Barrington Tops conta oltre duecento esemplari, perfettamente sani, in un’area recintata delle dimensioni di un campo da calcio a un’altitudine di 1.350 metri, con condizioni morfologiche e meteo simili a quelli della Tasmania nordorientale. A questo punto si è deciso di cercare ripopolare l’intero continente. 

«Il diavolo di Tasmania non è solo uno degli animali più amati in Australia, ma è un superpredatore che, giunto all’età adulta, si trova in cima alla catena alimentare nel suo ambiente naturale e che per questo svolge un ruolo cruciale nel mantenimento di un ecosistema sano. Ecco perché la sua reintroduzione avrà un impatto profondo sull’ambiente circostante, riequilibrando gli ecosistemi di foreste da secoli invase da volpi, gatti, cani selvatici come il dingo e tante altre specie predatrici e invasive».

«Questa è la prima di tre reintroduzioni previste» continua Don Church, presidente di Global Wildlife Conservation. «Nei prossimi due anni con Aussie Ark abbiamo in programma altri due rilasci da 20 diavoli ciascuno. L’obiettivo è mettere gradualmente in libertà il diavolo in aree sempre più vaste del New South Wales».

Intanto,a breve distanza dal primo rilascio, sono già arrivate alcune informazioni interessanti. «La presenza di diavoli nel Barrington Wildlife Sanctuary sembra scoraggiare le attività diurne dei gatti selvatici» spiega David Hamilton, ricercatore in Ecologia comportamentale presso l’Università della Tasmania. «I gatti, per evitare scontri con i diavoli, che cacciano essenzialmente di notte, stanno cominciando a uscire al tramonto e all’alba. Può sembrare un dettaglio, ma questo piccolo cambiamento nel comportamento di alcune specie notturne può innescare una catena di mutamenti nell’intero ecosistema australiano. A questo proposito stiamo anche osservando con attenzione il comportamento dei bandicoot – un gruppo che comprende una ventina di specie di marsupiali onnivori, alcune classificate come in pericolo – che sembra stiano anch’essi cominciando a risentire della presenza dei diavoli».  

La reintroduzione di animali scomparsi nei loro antichi habitat è ovviamente motivo di dibattito nella comunità scientifica. Secondo Euan Ritchie, docente di ecologia della Deakin University di Melbourne esperto di predatori australiani, è rischiosa, ma va fatta: «La strategia del rewilding Australia, ossia la rinaturalizzazione della fauna condotta da associazioni come Aussie Ark, università e governi, è infatti una componente chiave, insieme al ripristino degli habitat, per riportare l’Australia al suo antico ecosistema».

Sul Venerdì del 13 novembre 2020