MILANO. Nelle placide traverse di corso Venezia, i palazzi eretti dalla nobiltà e dalla grande borghesia a partire dall'Ottocento sono un silenzioso parnaso dove è famoso un giardino popolato da fenicotteri rosa, ricercatissimo dai turisti e dai passanti finché ce n'erano. Asciutto, alto, in pullover beige, Piero Bassetti fa strada nello studio al piano terra ritagliato al fianco della fondazione che da 25 anni porta il nome di suo padre, Giannino Bassetti, magnate del tessile attraverso l'azienda di famiglia, scomparso nel 1980. Si accorge in ritardo sedendosi alla scrivania di non indossare la mascherina e, rivolgendosi a chi lo sta intervistando e fotografando, chiede: "Ma voi come siete messi col Covid? Avete paura? No, ma non importa, rispettiamo le regole". E alla fine il primo presidente della Lombardia, dal 1970 al 1974, eletto alla nascita delle regioni cinquant'anni fa, la mascherina la indossa. "Del resto sono io che ho 92 anni..". Laureato in Bocconi, formatosi negli Usa e poi alla London School of Economics, Bassetti, ex militante della corrente sociale della Dc, assessore al bilancio a Milano, deputato, presidente della Camera di Commercio, ha un passo troppo diverso (fu anche atleta olimpico di staffetta) dai politici che gli sono succeduti. E prima di parlare osserva, riflette, studia. Solo dopo, a ragion veduta, parla. Magari volando alto con un libro. L'ultimo, Oltre lo specchio di Alice. Governare l'innovazione nel cambiamento d'epoca (Guerini e Associati), affronta il tema del perduto equilibrio tra potere e sapere al tempo dell'intelligenza artificiale. "Il deterioramento di quella umana purtroppo colpisce al cuore la democrazia. Un démos scadente non può che generare un krátos altrettanto cretino".
Bassetti, la pandemia non è cosa da inetti.
"Senza dubbio, ma ci distrae dalla vera questione. Siamo dentro una rivoluzione che ha l'unico precedente in quella di Gutenberg, della stampa. Passando questo specchio, i rapporti tra potere, sapere e informazione, e aggiungo tra informazione e verità, avrebbero bisogno di nuovi assetti. Per esempio, quanto il sapere deve pesare nelle decisioni di governo? Purtroppo la proliferazione dell'inutile, il trionfo della quantità sulla qualità nella distribuzione di conoscenza sta degradando le fasi del processo, e così il web somiglia sempre più a un mezzo di disinformazione. Ci invita quasi a pensare che un'aristocrazia illuminata potrebbe essere la cura. Ma daremmo vita a un mondo terribile, come Il mondo nuovo di Huxley. Una società ordinata in una scala discendente per diritti e dignità con umani alfa, beta, gamma eccetera. Oltre lo specchio direi che vedo nero".
Da questa parte dello specchio si vola meno alti. E la discussione vede ancora Regioni e Stato sfidarsi.
"Solo chi non conosce la Costituzione può credere che Conte pesi davvero. In Italia il presidente del Consiglio, per quanto parli, non conta nulla. Detto questo, il ritorno di fiamma per il centralismo alla luce dell'emergenza sanitaria è frutto del protrarsi di un malinteso antico. Quando quest'anno sono stato invitato in Consiglio regionale per il cinquantenario dalla nascita delle autonomie, ho detto che avrei accettato ma senza intervenire sulla contingenza. E così ancora una volta ho spiegato come la prima parte della Costituzione sia quella più fedele ai principi repubblicani. La parte cioè che, aderente allo spirito della Liberazione, concepisce le Regioni come la vera occasione di democrazia dal basso. La seconda parte è invece di stampo monarchico, fedele all'Italia appena unita che dopo Cavour venne scritta da piccoli avvocati. E che difende il principio della democrazia elargita in vassallaggio, dall'alto al basso. La verità è che dovrebbero essere le Regioni a concedere allo Stato potere, non viceversa. Io nel '74 mi dimisi da presidente quando compresi che il regionalismo era per questo nato zoppo".
Niente centralismo neppure ora, in emergenza? La sanità locale fatica.
"Le Regioni forse non esprimono grande qualità di governo al momento. Ma Roma sì invece? Consegnando la sanità regionale nella mani dello Stato, ci metteremmo nelle mani di veri sapienti? Il problema della sanità regionale sta anzitutto nella pessima qualità dell'amministrazione e del personale burocratico. È per contrastare questa cultura che sono entrato in politica. Io non vedo alternative. Ogni territorio ha le sue esigenze, non possono essere uguali le risposte. La migliore resta alzare la qualità di chi governa".
Prendiamo la Lombardia. Si vantava di essere un'eccellenza sanitaria dal Trecento.
"E lo era. Nel declino lombardo Maroni ha delle responsabilità. La riforma di razionalizzazione di Formigoni partiva ripensando le strutture centrali più avanzate e prevedendo in un secondo momento anche il riordino dei presidi periferici. Maroni, in parte per mancanza di risorse, non portò a compimento il disegno lasciando il sistema fragile come si vede oggi. Ma c'è una questione a monte. In Cina i medici sono pagati dalla comunità da tremila anni. È comunitarismo, è Confucio, non è comunismo. E per la cura della comunità che si indossa la mascherina da molto prima del Covid. Al di là del nostro individualismo, avevamo anche noi dei medici di famiglia, la cui sacralità era sottolineata dal fatto li andasse a chiamare il prete. La crisi della borghesia ha portato all'estinzione del medico come presenza di fiducia e alla nascita del culto della tecnologia medica. Che è importante, per carità. Ma la salute non è solo scienza, è svegliarsi dopo l'intervento con qualcuno di fianco al letto. Io che sono anziano vorrei una suora, non un robot al capezzale".
Quindi Fontana e Gallera non hanno colpe?
"Certo che ne hanno, ci mancherebbe. Le critiche devono essere aspre e aggiungo radicali. L'insipienza di Fontana sulla vicenda delle mascherine la ritengo imperdonabile. Ma ci faremmo un torto se pensassimo di risolvere tutto addossando loro ogni responsabilità. Per dire, che la Lombardia sia stata alla fine la regione più colpita dipende molto dal ruolo economico e dalla vitalità della regione, non solo dalle scelte sbagliate. Ripeto, critiche dure sì, ma circostanziate".
Senza cambiare nulla però l'oltre dello specchio più che nero sarà nerissimo.
"Cambiamo, e anche in fretta. Ma non tornando indietro. Abbiamo l'occasione di ridare forza alle Regioni approfittando dal nuovo slancio dell'Europa, che è il vero orizzonte, il vero Stato da costruire. Troviamo accordi ma non immaginando ammucchiate tra partiti, piuttosto convergendo su soluzioni condivise. E soprattutto dotiamoci il prima possibile di un piano economico per ricostruire. Sotto una certa soglia di bisogno, non si ragiona più. Serviranno idee e cuore per ritrovare gli equilibri in una società che ha smesso di credere, vorrei dire, nella felicità, nel bene, nelle emozioni, nel trascendente che sono parte dell'umano. Non possiamo lasciare che le emozioni diventino preda di falsi profeti politici e di informazione scadente. Ecco, la speranza, se ce n'è una, è mettere a punto una filosofia dell'anche. Non solo scienza ma anche fede, non solo sapere ma anche sentimenti. Una roba un po' democristiana forse, ma ormai si rimpiange anche la Dc. Un solo avvertimento. Se nello sforzo ci si dovrà affidare a un'aristocrazia a tempo, ricordiamoci di non abituarci. Perché quasi sempre dopo seguono gli imperatori, i re e i dittatori".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
Bassetti, la pandemia non è cosa da inetti.
"Senza dubbio, ma ci distrae dalla vera questione. Siamo dentro una rivoluzione che ha l'unico precedente in quella di Gutenberg, della stampa. Passando questo specchio, i rapporti tra potere, sapere e informazione, e aggiungo tra informazione e verità, avrebbero bisogno di nuovi assetti. Per esempio, quanto il sapere deve pesare nelle decisioni di governo? Purtroppo la proliferazione dell'inutile, il trionfo della quantità sulla qualità nella distribuzione di conoscenza sta degradando le fasi del processo, e così il web somiglia sempre più a un mezzo di disinformazione. Ci invita quasi a pensare che un'aristocrazia illuminata potrebbe essere la cura. Ma daremmo vita a un mondo terribile, come Il mondo nuovo di Huxley. Una società ordinata in una scala discendente per diritti e dignità con umani alfa, beta, gamma eccetera. Oltre lo specchio direi che vedo nero".
Da questa parte dello specchio si vola meno alti. E la discussione vede ancora Regioni e Stato sfidarsi.
"Solo chi non conosce la Costituzione può credere che Conte pesi davvero. In Italia il presidente del Consiglio, per quanto parli, non conta nulla. Detto questo, il ritorno di fiamma per il centralismo alla luce dell'emergenza sanitaria è frutto del protrarsi di un malinteso antico. Quando quest'anno sono stato invitato in Consiglio regionale per il cinquantenario dalla nascita delle autonomie, ho detto che avrei accettato ma senza intervenire sulla contingenza. E così ancora una volta ho spiegato come la prima parte della Costituzione sia quella più fedele ai principi repubblicani. La parte cioè che, aderente allo spirito della Liberazione, concepisce le Regioni come la vera occasione di democrazia dal basso. La seconda parte è invece di stampo monarchico, fedele all'Italia appena unita che dopo Cavour venne scritta da piccoli avvocati. E che difende il principio della democrazia elargita in vassallaggio, dall'alto al basso. La verità è che dovrebbero essere le Regioni a concedere allo Stato potere, non viceversa. Io nel '74 mi dimisi da presidente quando compresi che il regionalismo era per questo nato zoppo".
Niente centralismo neppure ora, in emergenza? La sanità locale fatica.
"Le Regioni forse non esprimono grande qualità di governo al momento. Ma Roma sì invece? Consegnando la sanità regionale nella mani dello Stato, ci metteremmo nelle mani di veri sapienti? Il problema della sanità regionale sta anzitutto nella pessima qualità dell'amministrazione e del personale burocratico. È per contrastare questa cultura che sono entrato in politica. Io non vedo alternative. Ogni territorio ha le sue esigenze, non possono essere uguali le risposte. La migliore resta alzare la qualità di chi governa".
Prendiamo la Lombardia. Si vantava di essere un'eccellenza sanitaria dal Trecento.
"E lo era. Nel declino lombardo Maroni ha delle responsabilità. La riforma di razionalizzazione di Formigoni partiva ripensando le strutture centrali più avanzate e prevedendo in un secondo momento anche il riordino dei presidi periferici. Maroni, in parte per mancanza di risorse, non portò a compimento il disegno lasciando il sistema fragile come si vede oggi. Ma c'è una questione a monte. In Cina i medici sono pagati dalla comunità da tremila anni. È comunitarismo, è Confucio, non è comunismo. E per la cura della comunità che si indossa la mascherina da molto prima del Covid. Al di là del nostro individualismo, avevamo anche noi dei medici di famiglia, la cui sacralità era sottolineata dal fatto li andasse a chiamare il prete. La crisi della borghesia ha portato all'estinzione del medico come presenza di fiducia e alla nascita del culto della tecnologia medica. Che è importante, per carità. Ma la salute non è solo scienza, è svegliarsi dopo l'intervento con qualcuno di fianco al letto. Io che sono anziano vorrei una suora, non un robot al capezzale".
Quindi Fontana e Gallera non hanno colpe?
"Certo che ne hanno, ci mancherebbe. Le critiche devono essere aspre e aggiungo radicali. L'insipienza di Fontana sulla vicenda delle mascherine la ritengo imperdonabile. Ma ci faremmo un torto se pensassimo di risolvere tutto addossando loro ogni responsabilità. Per dire, che la Lombardia sia stata alla fine la regione più colpita dipende molto dal ruolo economico e dalla vitalità della regione, non solo dalle scelte sbagliate. Ripeto, critiche dure sì, ma circostanziate".
Senza cambiare nulla però l'oltre dello specchio più che nero sarà nerissimo.
"Cambiamo, e anche in fretta. Ma non tornando indietro. Abbiamo l'occasione di ridare forza alle Regioni approfittando dal nuovo slancio dell'Europa, che è il vero orizzonte, il vero Stato da costruire. Troviamo accordi ma non immaginando ammucchiate tra partiti, piuttosto convergendo su soluzioni condivise. E soprattutto dotiamoci il prima possibile di un piano economico per ricostruire. Sotto una certa soglia di bisogno, non si ragiona più. Serviranno idee e cuore per ritrovare gli equilibri in una società che ha smesso di credere, vorrei dire, nella felicità, nel bene, nelle emozioni, nel trascendente che sono parte dell'umano. Non possiamo lasciare che le emozioni diventino preda di falsi profeti politici e di informazione scadente. Ecco, la speranza, se ce n'è una, è mettere a punto una filosofia dell'anche. Non solo scienza ma anche fede, non solo sapere ma anche sentimenti. Una roba un po' democristiana forse, ma ormai si rimpiange anche la Dc. Un solo avvertimento. Se nello sforzo ci si dovrà affidare a un'aristocrazia a tempo, ricordiamoci di non abituarci. Perché quasi sempre dopo seguono gli imperatori, i re e i dittatori".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020