«Cinquant’anni è una bella età per morire». Andrea Majid Valcarenghi non sta parlando di sé: a 72 anni non ha nessuna intenzione di lasciare questo mondo. Il “moribondo” a cui si riferisce al telefono dalla sua casa in Toscana non troppo distante dalla comune di Osho dove ha vissuto per 23 anni è Re Nudo, «la prima rivista underground italiana» come la definì il Giorno all’indomani della sua comparsa nel novembre 1970. Mezzo secolo di storia che adesso, dopo anni mitici di gloria, scazzi, stop e ripartenze, arriva a un punto con un ultimo numero che non è un giornale, ma un libro: Re Nudo (Edizioni Interno 4, pp. 496, euro 37). Una monumentale antologia che andrebbe studiata all’università e nei licei per capire cosa sia stata e cosa voleva essere la controcultura italiana degli anni 70: un tentativo eroico ed impossibile di unire lo yin e lo yang, l’Alfa e lOmega, il pensiero marxista e quello libertario, le droghe psichedeliche e la lotta di classe, la liberazione omosessuale e il machismo dei liderini extraparlamentari.
Per imbarcarsi in quell’impresa, ci voleva una «prodigiosa incoscienza» come ha scritto Michele Serra, “renudista” dai tempi del liceo. E un prodigioso incosciente era Valcarenghi, ventenne di buona famiglia finito sui giornali per aver varcato le porte del carcere di Gaeta come obiettore di coscienza politico al servizio militare. Insieme a un manipolo di altri spericolati/e tra cui la sorella Marina, ora psicanalista di fama, fondò la rivista nella fredda Milano arrabbiata post ’68 con pochi, anzi zero soldi, e tante idee, tra cui quella di riempire i muri della città dal centro alla periferia della stessa misteriosa scritta: «Re nudo?».
Cosa c’era dietro?
«C’eravamo noi. Fu una trovata per farci un po’ di pubblicità alla buona. E funzionò. Quando uscì il numero zero – 16 pagine a 200 lire come supplemento di Lotta Continua – andò a ruba. Forse perché c’era bisogno di una cosa così. Venivamo tutti da esperienze diverse: il situazionismo francese, l’Onda Verde che si ispirava ai provos olandesi, ecologisti e antimilitaristi. Io poi già a metà anni 60 avevo partecipato alla rivista Mondo Beat e alla famosa Barbonia, come la stampa borghese dell’epoca ribattezzò il campeggio di via Ripamonti, un tentativo di “comune” che durò tre mesi. C’erano pace, amore e musica. Ma anche politica: si parlava di sesso, di famiglia e scuola libere».
Prove tecniche di ’68. Finché non arrivò il ’68 vero e proprio...
«E ebbi l’idea per un altro giornale, Gli studenti e la città, che doveva fare da ponte tra il nascente Movimento degli studenti e gli Altri, i cittadini, i borghesi. Facevamo controinformazione, ma mancava qualcosa».
Cosa?
«Quello che io chiamo il Meraviglioso, la dimensione dell’Incanto e della scoperta di sé. Decidemmo che se la politica si occupava delle otto ore in fabbrica, noi di Re Nudo ci saremmo occupati delle altre sedici: il tempo libero e liberato».
E quindi il sesso, il rock, le droghe. Tutte cose poco amate dalla sinistra, che fosse di lotta o di governo.
«Credevamo che l’uso e non l’abuso di alcune sostanze – non l’eroina che abbiamo combattuto fin dall’inizio – potesse favorire una trasformazione personale indispensabile alla rivoluzione. Ma non tutti erano della stessa opinione, e infatti avevamo problemi a distribuire il giornale fuori dalla Statale. Io potevo farlo, ma solo perché avevo un rapporto personale con Capanna».
Comunque piacete, e tanto. Le pagine aumentano, arrivano la distribuzione in edicola e le interviste ad Allen Ginsberg e William Burroughs. I fumetti. E non vi firmate, antesignani della lotta al copyright.
«Scrivevamo che la proprietà era un furto. Quindi, lo era anche quella intellettuale. Per quanto riguarda i fumetti, devo dire che non eravamo dei grandi appassionati. Ma abbiamo pubblicato alcuni autori che ci hanno proposto le loro tavole: Roberto Manfredi, Mario de Luigi Jr., Filippo Scòzzari».
Proprio Scòzzari, poi diventato una colonna di Frigidaire, nell’autobiografia Prima pagare poi ricordare racconta una notte passata ospite in casa sua a leggere Re nudo, senza ricavarne una buona impressione. Scrive: «Il Movimento era sostanzialmente triste, uggioso. Cupi. Incazzati. Non c’erano spiritosi».
«Non sono d’accordo: c’era invece tanta creatività, leggerezza. E ci siamo divertiti molto, anche facendo delle cavolate. Penso alle Pantere Bianche».
Intende le White Panthers, il collettivo antirazzista di John Sinclair?
«Sì. Nel gennaio 1972, decidemmo di dare vita a una versione italiana. Facemmo anche un’uscita in piazza con cinque gatti bianchi al guinzaglio, che erano giustamente terrorizzati. Volevamo insediarci nei quartieri e aiutare le persone, proprio come le Pantere Nere facevano nelle metropoli americane. Ma mollammo subito. Era una forzatura, non eravamo noi».
Voi eravate quelli che scrivevano “Omosessuale è bello” e pubblicavano i racconti di vita delle prostitute.
«C’erano muri enormi, anche nel nostro mondo. Penso alle donne, che nei movimenti politici extraparlamentari venivano messe a ciclostilare come le segretarie nella società “normale”. Figuriamoci i gay. Noi abbiamo tenuto a battesimo la nascita del movimento di liberazione degli omosessuali del Fuori!, dandogli uno spazio autonomo all’interno del giornale».
E non solo lì: Ivan Cattaneo suona sul palco di un Festival del proletariato giovanile organizzato da voi, scandendo lo slogan “Froci sì ma contro la Dc!” davanti a 200 mila persone. Avete dato vita ai primi grandi raduni musicali modello Woodstock in Italia. Con artisti «tutti belli, bravi e compagni» come Area, Pfm, Giorgio Gaber, Franco Battiato, Alan Sorrenti ed Eugenio Finardi.
«Volevamo combattere l’industria discografica e il suo modello capitalistico di sfruttamento degli artisti e del pubblico. Per noi, la musica era un mezzo per creare rapporti fra le persone, e dunque fare politica».
Funzionò, almeno fino al 1976. In quell’edizione del Festival al Parco Lambro di Milano si verificano episodi ignominiosi di molestie a femministe e gay, ruberie mascherate da espropri proletari, botte a tossici e spacciatori da parte del fin troppo solerte servizio d’ordine di Lotta Continua. Fu davvero l’Altamont italiana, la fine del sogno hippie e l’inizio dell’incubo?
«Questa versione dei fatti è passata alla storia perché è quella che si vede nel famoso documentario sul festival di Alberto Grifi. Ma lui era vicino ad Autonomia Operaia e il suo è un lavoro a tesi. Autonomia al Lambro ha gettato benzina sul fuoco, cavalcando certe problematiche del Movimento: la mancanza di soldi e il disagio dei compagni, il dilagare dell’eroina. Ma io ricordo anche altro del Lambro: c’erano Jerry Rubin, Jacopo Fo, un’area per massaggi, lo yoga, la meditazione. Era l’embrione del nuovo movimento nascente».
E anche del nuovo Re Nudo: nel 1977 lei va in India e diventa discepolo di Osho. Quando torna in Italia abbandona il giornale, che nel 1980 chiude. Poi lo riapre nel 1996. Con collaboratori Vasco Rossi, Jovanotti, Franco Bolelli, Giorgio Gaber e temi diversi: la ricerca spirituale, l’ecologia.
«Fu proprio Gaber a chiedermi di ricominciare, una sera a casa sua in Lucchesia. Dissi di sì, ma eravamo cambiati noi e dunque doveva cambiare anche il giornale. Come nell’I Ching: quando c’è massima crisi, c’è massima trasformazione. E adesso è di nuovo tempo di mutare. Da un po’ di tempo eravamo un trimestrale monografico, ora abbandoneremo la forma scritta».
Cosa resta di questi 50 anni?
«Centinaia, migliaia di persone che mi hanno detto che Re Nudo gli ha cambiato la vita. E un progetto a cui tengo molto: lo abbiamo chiamato il Villaggio Re Nudo - Soli e insieme. Sarà qui in Toscana, vicino Cecina, è tutto sul sito www.solieinsieme.it. Non sarà una comune né un condominio, ma un vero e proprio villaggio dove vivere in armonia con la natura e abbandonarsi al Meraviglioso. Ce n’è ancora bisogno».
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
Per imbarcarsi in quell’impresa, ci voleva una «prodigiosa incoscienza» come ha scritto Michele Serra, “renudista” dai tempi del liceo. E un prodigioso incosciente era Valcarenghi, ventenne di buona famiglia finito sui giornali per aver varcato le porte del carcere di Gaeta come obiettore di coscienza politico al servizio militare. Insieme a un manipolo di altri spericolati/e tra cui la sorella Marina, ora psicanalista di fama, fondò la rivista nella fredda Milano arrabbiata post ’68 con pochi, anzi zero soldi, e tante idee, tra cui quella di riempire i muri della città dal centro alla periferia della stessa misteriosa scritta: «Re nudo?».
Cosa c’era dietro?
«C’eravamo noi. Fu una trovata per farci un po’ di pubblicità alla buona. E funzionò. Quando uscì il numero zero – 16 pagine a 200 lire come supplemento di Lotta Continua – andò a ruba. Forse perché c’era bisogno di una cosa così. Venivamo tutti da esperienze diverse: il situazionismo francese, l’Onda Verde che si ispirava ai provos olandesi, ecologisti e antimilitaristi. Io poi già a metà anni 60 avevo partecipato alla rivista Mondo Beat e alla famosa Barbonia, come la stampa borghese dell’epoca ribattezzò il campeggio di via Ripamonti, un tentativo di “comune” che durò tre mesi. C’erano pace, amore e musica. Ma anche politica: si parlava di sesso, di famiglia e scuola libere».
Prove tecniche di ’68. Finché non arrivò il ’68 vero e proprio...
«E ebbi l’idea per un altro giornale, Gli studenti e la città, che doveva fare da ponte tra il nascente Movimento degli studenti e gli Altri, i cittadini, i borghesi. Facevamo controinformazione, ma mancava qualcosa».
Cosa?
«Quello che io chiamo il Meraviglioso, la dimensione dell’Incanto e della scoperta di sé. Decidemmo che se la politica si occupava delle otto ore in fabbrica, noi di Re Nudo ci saremmo occupati delle altre sedici: il tempo libero e liberato».
E quindi il sesso, il rock, le droghe. Tutte cose poco amate dalla sinistra, che fosse di lotta o di governo.
«Credevamo che l’uso e non l’abuso di alcune sostanze – non l’eroina che abbiamo combattuto fin dall’inizio – potesse favorire una trasformazione personale indispensabile alla rivoluzione. Ma non tutti erano della stessa opinione, e infatti avevamo problemi a distribuire il giornale fuori dalla Statale. Io potevo farlo, ma solo perché avevo un rapporto personale con Capanna».
Comunque piacete, e tanto. Le pagine aumentano, arrivano la distribuzione in edicola e le interviste ad Allen Ginsberg e William Burroughs. I fumetti. E non vi firmate, antesignani della lotta al copyright.
«Scrivevamo che la proprietà era un furto. Quindi, lo era anche quella intellettuale. Per quanto riguarda i fumetti, devo dire che non eravamo dei grandi appassionati. Ma abbiamo pubblicato alcuni autori che ci hanno proposto le loro tavole: Roberto Manfredi, Mario de Luigi Jr., Filippo Scòzzari».
Proprio Scòzzari, poi diventato una colonna di Frigidaire, nell’autobiografia Prima pagare poi ricordare racconta una notte passata ospite in casa sua a leggere Re nudo, senza ricavarne una buona impressione. Scrive: «Il Movimento era sostanzialmente triste, uggioso. Cupi. Incazzati. Non c’erano spiritosi».
«Non sono d’accordo: c’era invece tanta creatività, leggerezza. E ci siamo divertiti molto, anche facendo delle cavolate. Penso alle Pantere Bianche».
Intende le White Panthers, il collettivo antirazzista di John Sinclair?
«Sì. Nel gennaio 1972, decidemmo di dare vita a una versione italiana. Facemmo anche un’uscita in piazza con cinque gatti bianchi al guinzaglio, che erano giustamente terrorizzati. Volevamo insediarci nei quartieri e aiutare le persone, proprio come le Pantere Nere facevano nelle metropoli americane. Ma mollammo subito. Era una forzatura, non eravamo noi».
Voi eravate quelli che scrivevano “Omosessuale è bello” e pubblicavano i racconti di vita delle prostitute.
«C’erano muri enormi, anche nel nostro mondo. Penso alle donne, che nei movimenti politici extraparlamentari venivano messe a ciclostilare come le segretarie nella società “normale”. Figuriamoci i gay. Noi abbiamo tenuto a battesimo la nascita del movimento di liberazione degli omosessuali del Fuori!, dandogli uno spazio autonomo all’interno del giornale».
E non solo lì: Ivan Cattaneo suona sul palco di un Festival del proletariato giovanile organizzato da voi, scandendo lo slogan “Froci sì ma contro la Dc!” davanti a 200 mila persone. Avete dato vita ai primi grandi raduni musicali modello Woodstock in Italia. Con artisti «tutti belli, bravi e compagni» come Area, Pfm, Giorgio Gaber, Franco Battiato, Alan Sorrenti ed Eugenio Finardi.
«Volevamo combattere l’industria discografica e il suo modello capitalistico di sfruttamento degli artisti e del pubblico. Per noi, la musica era un mezzo per creare rapporti fra le persone, e dunque fare politica».
Funzionò, almeno fino al 1976. In quell’edizione del Festival al Parco Lambro di Milano si verificano episodi ignominiosi di molestie a femministe e gay, ruberie mascherate da espropri proletari, botte a tossici e spacciatori da parte del fin troppo solerte servizio d’ordine di Lotta Continua. Fu davvero l’Altamont italiana, la fine del sogno hippie e l’inizio dell’incubo?
«Questa versione dei fatti è passata alla storia perché è quella che si vede nel famoso documentario sul festival di Alberto Grifi. Ma lui era vicino ad Autonomia Operaia e il suo è un lavoro a tesi. Autonomia al Lambro ha gettato benzina sul fuoco, cavalcando certe problematiche del Movimento: la mancanza di soldi e il disagio dei compagni, il dilagare dell’eroina. Ma io ricordo anche altro del Lambro: c’erano Jerry Rubin, Jacopo Fo, un’area per massaggi, lo yoga, la meditazione. Era l’embrione del nuovo movimento nascente».
E anche del nuovo Re Nudo: nel 1977 lei va in India e diventa discepolo di Osho. Quando torna in Italia abbandona il giornale, che nel 1980 chiude. Poi lo riapre nel 1996. Con collaboratori Vasco Rossi, Jovanotti, Franco Bolelli, Giorgio Gaber e temi diversi: la ricerca spirituale, l’ecologia.
«Fu proprio Gaber a chiedermi di ricominciare, una sera a casa sua in Lucchesia. Dissi di sì, ma eravamo cambiati noi e dunque doveva cambiare anche il giornale. Come nell’I Ching: quando c’è massima crisi, c’è massima trasformazione. E adesso è di nuovo tempo di mutare. Da un po’ di tempo eravamo un trimestrale monografico, ora abbandoneremo la forma scritta».
Cosa resta di questi 50 anni?
«Centinaia, migliaia di persone che mi hanno detto che Re Nudo gli ha cambiato la vita. E un progetto a cui tengo molto: lo abbiamo chiamato il Villaggio Re Nudo - Soli e insieme. Sarà qui in Toscana, vicino Cecina, è tutto sul sito www.solieinsieme.it. Non sarà una comune né un condominio, ma un vero e proprio villaggio dove vivere in armonia con la natura e abbandonarsi al Meraviglioso. Ce n’è ancora bisogno».
Sul Venerdì del 13 novembre 2020