Il Venerdì

Alan Ball: credete allo zio, siamo fragili

Paul Bettany in "Uncle Frank", disponibile dal 25 novembre (Courtesy of Amazon Studios) 
A 13 anni dal suo ultimo film (e dopo due serie cult) il regista arriva su Amazon Prime video con Uncle Frank: "Vi porto in luoghi dell'anima che vale la pena visitare"
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Alan Ball è uno di quegli autori coraggiosi capaci di conquistare il pubblico affrontando argomenti tabù in modo originale e provocatorio. La serie Six Feet Under, andata in onda per cinque stagioni e inserita da Time nella lista dei 100 migliori show di sempre, è per molti il suo capolavoro. Raccontava le vicende di una famiglia disfunzionale a capo di un'impresa di pompe funebri: ogni episodio si apriva con il trapasso di un personaggio, ma la storia era soprattutto un grande inno alla vita.

Il tema della morte è ricorrente anche in True Blood, la serie sexy e divertentissima incentrata sull'amore proibito tra un'umana e un vampiro, nonché in American Beauty, il suo primo copione per il cinema, che gli è valso un Oscar per la migliore sceneggiatura originale a 43 anni. Il 25 novembre sbarca su Amazon Prime Video il road movie Uncle Frank, che ha scritto, diretto e prodotto. Protagonista il professore universitario del titolo (Paul Bettany, mai così bravo), che a New York vive da dieci anni con il compagno Wally (Peter Macdissi) e non ha mai fatto coming out in famiglia. La morte improvvisa del padre, che l'ha sempre disprezzato, lo costringe a tornare a casa per affrontare i suoi demoni. Il viaggio sarà anche l'occasione per approfondire il rapporto con la nipote Beth (Sophia Lillis), la sola a conoscere la sua doppia vita. "Tutti noi" ci racconta Ball al telefono da casa "possiamo superare le cose orribili che ci sono accadute: continueranno a fare parte di noi, ma potremo imparare a perdonarci e andare avanti" .  

È una lezione che ha appreso da giovane o le ci è voluto del tempo?
"Quando avevo 13 anni ho avuto un incidente d'auto: sedevo dal lato del passeggero, mentre alla guida c'era mia sorella, che morì sul colpo. Mi sono sentito responsabile a lungo perché mi stava accompagnando alla lezione di pianoforte, il senso di colpa mi ha divorato. Nel film Frank vive un sentimento simile rispetto a una tragedia vissuta da giovane. La morte di mia sorella è stato uno degli eventi determinanti della mia vita, conosco bene quel viaggio emotivo. Realizzare questo film mi ha aiutato a riflettere sulla mia perdita, è stato un po' come guarire".   

È quindi un film autobiografico?
"No, ma è una storia profondamente personale. A 33 anni, quando ho confessato a mia madre di essere gay, mi ha detto che forse anche mio padre lo era. Non so se sia vero. Il giorno dopo, mentre eravamo in auto per andare a trovare dei parenti, siamo passati davanti a un lago e lei ha detto che lì era affogato un certo Sam Lassiter".

Conosceva quel nome?
"No. Mi ha poi spiegato che si trattava di un amico molto, molto stretto di mio padre quando entrambi erano poco più che adolescenti, lasciando intendere che avessero avuto una storia. Il Tennessee Williams che è dentro di me ha iniziato a farsi sentire e ho cominciato a pensare al copione di questo film".    

Difficile condividere con il mondo una storia che contiene elementi della sua vita?
"Sì, perché ogni volta che scrivi qualcosa di personale autorizzi gli altri a giudicarti. Allo stesso tempo credo che essere vulnerabili non sia poi così male: lo siamo tutti, che ci piaccia o meno. Imparare ad accettarlo è, paradossalmente, sintomo di grande forza. Non mi metto mai a scrivere puntando agli incassi o al gradimento del pubblico, devo parlare di cose che reputo significative. Ho avuto i miei più grandi successi proprio quando ho permesso alla mia vulnerabilità di portarmi in luoghi, come scrittore, che alcune persone potrebbero considerare scomodi ma che secondo me valeva la pena di visitare".

In passato i personaggi gay venivano ritratti come criminali e psicopatici. Come è cambiata la rappresentazione del mondo Lgbtq?
"Sono nato nel 1957 e, da piccolo, i gay in tv facevano sempre la parte dei cattivi. Durante la crisi dell'Aids sono diventati vittime tragiche, mentre più tardi hanno ottenuto il ruolo dei migliori amici. Ai tempi del college guardavo una soap opera in cui uno dei protagonisti aveva fatto coming out con un amico, un momento emozionante. Ricordo che subito dopo tutti i personaggi maschili erano andati in piscina e che lui era il solo a non essersi tolto la maglietta. Credo che i produttori non volessero farci pensare che anche i gay avessero una sessualità, quelli erano i limiti dell'epoca".

In fatto di diritti, invece, quanta strada è stata fatta?
"Abbiamo raggiunto grandi traguardi, ma c'è ancora molto su cui lavorare. È necessario che a ognuno di noi, a prescindere dal colore della pelle o dall'identificazione di genere, vengano riconosciuti gli stessi diritti. Fino a quando ciò non sarà possibile, ci sarà da lottare".

In una scena Wally, che è arabo, discute delle pene che gli omosessuali subiscono nel suo Paese d'origine. La sua serie più recente, Here and Now, era incentrata su una famiglia multirazziale contemporanea.
"Mi interessa il punto di vista dell'altro. Viviamo in un'epoca in cui, negli Usa, la composizione della popolazione sta cambiando drasticamente, il che è fantastico. Sono interessato alle persone che hanno vissuto esperienze diverse dalle mie e voglio capire cosa significa stare nei loro panni. Essendo un uomo bianco sono consapevole della mia posizione privilegiata: voglio continuare a imparare, per essere un vero cittadino del mondo. Assistere alle proteste degli ultimi mesi per Black Lives Matter è stato stimolante, confido in un cambiamento".

Peter Macdissi è il suo compagno nella vita. Come funziona la vostra partnership domestica e creativa?
"Abbiamo lavorato insieme tante volte, ci capiamo al volo. Come ogni rapporto anche il nostro presenta le sue sfide, ma ringrazio Peter per avermi aperto gli occhi su un modo completamente diverso di approcciare la vita. Tra di noi va tutto bene, anche se a volte mi manda fuori di testa e viceversa (ride, ndr)".

Quest'anno American Beauty compie 21 anni. Si aspettava che sarebbe diventato un titolo di culto?
"No, affatto. Mentre lo giravamo credevo che fosse solo una piccola pellicola d'autore di cui essere orgoglioso. Non immaginavo che sarebbe diventato un fenomeno culturale: ho iniziato a scriverlo dopo anni passati a lavorare nelle sit-com, un'esperienza terribile. Con American Beauty ho capito che avevo bisogno di parlare di argomenti che mi interessavano, di fare qualcosa di rilevante".

Sono trascorsi 13 anni da Niente velo per Jasira, il suo debutto come regista. Ha intenzione di farne passare altrettanti prima di tornare dietro la macchina da presa?
"Non è stato facile realizzare Uncle Frank, ho faticato a trovare i finanziamenti e a farlo decollare. Ormai la maggior parte dei produttori vuole concentrarsi sui supereroi o su stupidi film dell'orrore: nell'industria del cinema americana si preferisce investire 200 milioni di dollari sull'ennesimo Avengers, piuttosto che 10 milioni su una storia intima come questa".

Meglio i film che le serie tv?
"Certamente. Non rubano anni e anni della mia vita e mi danno il tempo di fare altro!".

È al lavoro sul prossimo progetto?
"Ho un sacco di sceneggiature che aspettano solo di essere realizzate, ma dipende da chi deciderà di produrle. Intanto sto scrivendo una miniserie e l'episodio pilota di una serie tv. E questo perché preferisco i film...".

Sul Venerdì del 13 novembre 2020