Fernanda Wittgens, un'allodola in guerra
di Chiara Gatti , di Chiara GattiCombatté contro i nazisti e la burocrazia, salvò il "Cenacolo" di Leonardo, portò Picasso a Milano, introdusse il marketing nei musei. Vita da romanzo della prima donna direttrice di Brera
Una fotografia del 1954 dice tutto su chi fosse Fernanda Wittgens (1903-1957). Profilo severo in un colletto di seta. "Mi definiscono scherzosamente una "donna terribile"" scrisse in una lettera al ministro della Pubblica istruzione Antonio Segni, dopo aver ricevuto il diploma di I classe con medaglia d'oro per aver salvato il Cenacolo di Leonardo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, martoriato dai bombardamenti. "Ero la soldatessa che difendeva le opere o l'angelo custode che se ne prendeva cura?" si domandava braccata dal dubbio della sua doppia indole.
Donna di cultura, coraggiosa, intellettuale, militante antifascista; ma, allo stesso tempo, una piccola "allodola", come l'aveva soprannominata il suo mentore, Ettore Modigliani, direttore dal 1908 della Pinacoteca di Brera e poi soprintendente alle gallerie della Lombardia, che la volle (giovanissima) al suo fianco, riconoscendo in lei la "grandezza discreta" di q…
Donna di cultura, coraggiosa, intellettuale, militante antifascista; ma, allo stesso tempo, una piccola "allodola", come l'aveva soprannominata il suo mentore, Ettore Modigliani, direttore dal 1908 della Pinacoteca di Brera e poi soprintendente alle gallerie della Lombardia, che la volle (giovanissima) al suo fianco, riconoscendo in lei la "grandezza discreta" di q…
Una fotografia del 1954 dice tutto su chi fosse Fernanda Wittgens (1903-1957). Profilo severo in un colletto di seta. "Mi definiscono scherzosamente una "donna terribile"" scrisse in una lettera al ministro della Pubblica istruzione Antonio Segni, dopo aver ricevuto il diploma di I classe con medaglia d'oro per aver salvato il Cenacolo di Leonardo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie, martoriato dai bombardamenti. "Ero la soldatessa che difendeva le opere o l'angelo custode che se ne prendeva cura?" si domandava braccata dal dubbio della sua doppia indole.
Donna di cultura, coraggiosa, intellettuale, militante antifascista; ma, allo stesso tempo, una piccola "allodola", come l'aveva soprannominata il suo mentore, Ettore Modigliani, direttore dal 1908 della Pinacoteca di Brera e poi soprintendente alle gallerie della Lombardia, che la volle (giovanissima) al suo fianco, riconoscendo in lei la "grandezza discreta" di quell'uccello sacro agli dei, possente nel volo e agile sulla terra. Si intitola così, L'allodola, il libro appena uscito per Salani che racconta, sullo sfondo di una Italia in bilico fra ventennio fascista e ricostruzione, la straordinaria storia della prima direttrice di Brera. Le leggi razziali, Milano capitale della Resistenza, i capolavori impacchettati in fretta per proteggerli dai raid aerei, i soprusi, il carcere, il sessismo, punteggiano una biografia romanzata al cardiopalma che Giovanna Ginex e Rosangela Percoco hanno scritto affidando il racconto alla voce calda di Fernanda, ai suoi ricordi, alle lettere.
Scorrono allora le tappe di una vita trascinata dalla passione per l'arte e, insieme, dagli ideali potenti di giustizia e libertà. La corazza di una madre italo-boema e gli insegnamenti di un padre professore di lettere al Regio Ginnasio-Liceo Beccaria, uomo di nobili origini austriache e aspirazioni democratiche, avevano plasmato il suo carattere guerriero. "Ero o non ero una valchiria?" diceva mentre si rimboccava le maniche nei depositi del "suo" museo, per mettere al riparo i quadri, spostare le macerie, lottare per i sussidi, tenere botta a ogni discriminazione; di chi, fra i referenti del Ministero, la chiamava "signorina" sminuendone la professionalità; e, soprattutto, di chi la denunciò con l'accusa di aver favorito l'espatrio di molti ebrei. Fu Harry, un giovane ebreo tedesco collaborazionista, il delatore della sua attività clandestina svolta insieme ad altre donne del Partito d'Azione. "Combattevo per la dignità e la salvezza delle persone con la stessa determinazione che mettevo nel salvataggio delle opere".
Era l'alba del 14 luglio del 1944 quando fu prelevata dal suo appartamento di Porta Vercellina, scortata nelle carceri di San Donnino a Como, luogo lurido, diretto da aguzzini, torturatori di partigiani, rispedita poi a San Vittore da cui fuggì il 24 aprile del 1945, scivolando fuori dalla clinica dov'era riuscita a farsi ricoverare temendo una strage in carcere durante i giorni del crollo nazifascista. Reintegrata alla direzione della Pinacoteca iniziarono altre battaglie. Questa volta di carta. Con la burocrazia. Brera non risultava nella lista delle istituzioni cui erano destinati i fondi per i restauri stabiliti dal Comitato americano. Una terribile leggerezza. Fra le sale dilaniate del palazzo e i muri neri come tizzoni, Fernanda dirigeva squadre di operai e studenti di Aldo Carpi (sopravvissuto a Gusen), impegnati a salvare il salvabile; mentre da Roma nessuna notizia. Dalla sua parte ebbe l'aiuto prezioso del grande architetto Piero Portaluppi, il sostegno di Carlo Ludovico Ragghianti, all'epoca sottosegretario alle Belle arti nel governo Parri, l'amicizia di Paola Della Pergola, direttrice della Galleria Borghese, e l'appoggio morale di Roberto Longhi.
Il suo sogno sarebbe stato riaprire le porte prima della Scala. Ma fu impossibile. Il teatro inaugurò già nel 1946, la Pinacoteca quattro anni dopo, il 9 giugno 1950. Fernanda sorrideva felice agli obiettivi, stringendo la mano al ministro Gonella. Indossò per l'occasione il suo bolero di pelliccia; sotto sotto avrebbe voluto competere in eleganza con la sua rivale di sempre, Palma Bucarelli - altrettanto famosa direttrice della Galleria nazionale di Roma - "la star della cultura romana" che con stile hollywoodiano coltivava le sue relazioni sociali. Ma Fernanda era diversa. Aveva il polso della donna politica e non era portata per le moine. La sua vittoria sulla collega la ottenne con la mostra di Picasso, condivisa fra i loro due musei, ma che solo a Milano vide approdare - con l'intercessione di Attilio Rossi e Mario De Micheli - il celeberrimo Guernica. Il grande Pablo accettò di esporlo eccezionalmente nella sala bombardata delle Cariatidi. E Palma rimase a bocca asciutta.
Risolta, combattendo col coltello fra i denti, anche la gravissima questione dell'Ultima Cena, data per spacciata da tutti i tecnici, e che invece Wittgens difese fino allo stremo, la storia di Brera si aprì, grazie a lei, allo scenario più luminoso negli anni del boom. Durante un viaggio a New York, comprese i segreti del marketing moderno dei musei, scambiando le sue competenze con direttori stranieri, come Alfred Barr del MoMA di New York. Convinta dell'importanza del sostegno dei privati, cercò finanziamenti per le sue attività tallonando filantropi e uomini d'affari, fra cui il banchiere Rockefeller Jr. e, in Italia, la direzione della Pirelli. Scrisse all'Unesco suggerendo di varare una specie di piano Marshall per l'arte. Con la Rinascente siglò un accordo che prevedeva la concessione di un dipinto (la Danza degli amorini di Albani, adatto alle vetrine del grande magazzino) in cambio di composizioni floreali da distillare nelle sale, abbinate a una serata d'ingresso gratuita, a concerti e sfilate di moda fra i capolavori. Iniziative pop che assicurarono alla Pinacoteca 180mila visitatori in una settimana; 40mila in una sola domenica.
Nell'agosto del 1956, a Venezia, durante la VII Mostra Internazionale del Cinema, il regista Paolo Heusch presentò il cortometraggio Brera: museo vivente. Ma Fernanda non andò in laguna. Totalmente assorbita da Brera si era dimenticata di se stessa e di una salute compromessa da un tumore incurabile. Al suo assoluto, inesausto amore per l'arte aveva sacrificato il suo corpo. E anche l'amore vero. Per un uomo mai nominato. O, forse, per il suo maestro, Modigliani, che sostituì al timone del museo e della Sovrintendenza raccogliendone l'eredità, la dedizione, l'etica. Chissà. A sette anni esatti dall'inaugurazione di Brera, la valchiria stava deponendo le sue armi, sopraffatta dai ricordi, dal cielo di Leonardo, dall'odore dei camion su cui aveva caricato i quadri in pericolo, dal rumore dei tasti della sua macchina per scrivere mille solleciti al Ministero e dal rigore che aveva sempre messo in tutto questo. Come aveva scritto, anni prima, alla madre nei giorni più bui della reclusione: "Io non posso fare diversamente perché ho un cervello che ragiona così, ho un cuore che sente così".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
Donna di cultura, coraggiosa, intellettuale, militante antifascista; ma, allo stesso tempo, una piccola "allodola", come l'aveva soprannominata il suo mentore, Ettore Modigliani, direttore dal 1908 della Pinacoteca di Brera e poi soprintendente alle gallerie della Lombardia, che la volle (giovanissima) al suo fianco, riconoscendo in lei la "grandezza discreta" di quell'uccello sacro agli dei, possente nel volo e agile sulla terra. Si intitola così, L'allodola, il libro appena uscito per Salani che racconta, sullo sfondo di una Italia in bilico fra ventennio fascista e ricostruzione, la straordinaria storia della prima direttrice di Brera. Le leggi razziali, Milano capitale della Resistenza, i capolavori impacchettati in fretta per proteggerli dai raid aerei, i soprusi, il carcere, il sessismo, punteggiano una biografia romanzata al cardiopalma che Giovanna Ginex e Rosangela Percoco hanno scritto affidando il racconto alla voce calda di Fernanda, ai suoi ricordi, alle lettere.
Scorrono allora le tappe di una vita trascinata dalla passione per l'arte e, insieme, dagli ideali potenti di giustizia e libertà. La corazza di una madre italo-boema e gli insegnamenti di un padre professore di lettere al Regio Ginnasio-Liceo Beccaria, uomo di nobili origini austriache e aspirazioni democratiche, avevano plasmato il suo carattere guerriero. "Ero o non ero una valchiria?" diceva mentre si rimboccava le maniche nei depositi del "suo" museo, per mettere al riparo i quadri, spostare le macerie, lottare per i sussidi, tenere botta a ogni discriminazione; di chi, fra i referenti del Ministero, la chiamava "signorina" sminuendone la professionalità; e, soprattutto, di chi la denunciò con l'accusa di aver favorito l'espatrio di molti ebrei. Fu Harry, un giovane ebreo tedesco collaborazionista, il delatore della sua attività clandestina svolta insieme ad altre donne del Partito d'Azione. "Combattevo per la dignità e la salvezza delle persone con la stessa determinazione che mettevo nel salvataggio delle opere".
Era l'alba del 14 luglio del 1944 quando fu prelevata dal suo appartamento di Porta Vercellina, scortata nelle carceri di San Donnino a Como, luogo lurido, diretto da aguzzini, torturatori di partigiani, rispedita poi a San Vittore da cui fuggì il 24 aprile del 1945, scivolando fuori dalla clinica dov'era riuscita a farsi ricoverare temendo una strage in carcere durante i giorni del crollo nazifascista. Reintegrata alla direzione della Pinacoteca iniziarono altre battaglie. Questa volta di carta. Con la burocrazia. Brera non risultava nella lista delle istituzioni cui erano destinati i fondi per i restauri stabiliti dal Comitato americano. Una terribile leggerezza. Fra le sale dilaniate del palazzo e i muri neri come tizzoni, Fernanda dirigeva squadre di operai e studenti di Aldo Carpi (sopravvissuto a Gusen), impegnati a salvare il salvabile; mentre da Roma nessuna notizia. Dalla sua parte ebbe l'aiuto prezioso del grande architetto Piero Portaluppi, il sostegno di Carlo Ludovico Ragghianti, all'epoca sottosegretario alle Belle arti nel governo Parri, l'amicizia di Paola Della Pergola, direttrice della Galleria Borghese, e l'appoggio morale di Roberto Longhi.
Il suo sogno sarebbe stato riaprire le porte prima della Scala. Ma fu impossibile. Il teatro inaugurò già nel 1946, la Pinacoteca quattro anni dopo, il 9 giugno 1950. Fernanda sorrideva felice agli obiettivi, stringendo la mano al ministro Gonella. Indossò per l'occasione il suo bolero di pelliccia; sotto sotto avrebbe voluto competere in eleganza con la sua rivale di sempre, Palma Bucarelli - altrettanto famosa direttrice della Galleria nazionale di Roma - "la star della cultura romana" che con stile hollywoodiano coltivava le sue relazioni sociali. Ma Fernanda era diversa. Aveva il polso della donna politica e non era portata per le moine. La sua vittoria sulla collega la ottenne con la mostra di Picasso, condivisa fra i loro due musei, ma che solo a Milano vide approdare - con l'intercessione di Attilio Rossi e Mario De Micheli - il celeberrimo Guernica. Il grande Pablo accettò di esporlo eccezionalmente nella sala bombardata delle Cariatidi. E Palma rimase a bocca asciutta.
Risolta, combattendo col coltello fra i denti, anche la gravissima questione dell'Ultima Cena, data per spacciata da tutti i tecnici, e che invece Wittgens difese fino allo stremo, la storia di Brera si aprì, grazie a lei, allo scenario più luminoso negli anni del boom. Durante un viaggio a New York, comprese i segreti del marketing moderno dei musei, scambiando le sue competenze con direttori stranieri, come Alfred Barr del MoMA di New York. Convinta dell'importanza del sostegno dei privati, cercò finanziamenti per le sue attività tallonando filantropi e uomini d'affari, fra cui il banchiere Rockefeller Jr. e, in Italia, la direzione della Pirelli. Scrisse all'Unesco suggerendo di varare una specie di piano Marshall per l'arte. Con la Rinascente siglò un accordo che prevedeva la concessione di un dipinto (la Danza degli amorini di Albani, adatto alle vetrine del grande magazzino) in cambio di composizioni floreali da distillare nelle sale, abbinate a una serata d'ingresso gratuita, a concerti e sfilate di moda fra i capolavori. Iniziative pop che assicurarono alla Pinacoteca 180mila visitatori in una settimana; 40mila in una sola domenica.
Nell'agosto del 1956, a Venezia, durante la VII Mostra Internazionale del Cinema, il regista Paolo Heusch presentò il cortometraggio Brera: museo vivente. Ma Fernanda non andò in laguna. Totalmente assorbita da Brera si era dimenticata di se stessa e di una salute compromessa da un tumore incurabile. Al suo assoluto, inesausto amore per l'arte aveva sacrificato il suo corpo. E anche l'amore vero. Per un uomo mai nominato. O, forse, per il suo maestro, Modigliani, che sostituì al timone del museo e della Sovrintendenza raccogliendone l'eredità, la dedizione, l'etica. Chissà. A sette anni esatti dall'inaugurazione di Brera, la valchiria stava deponendo le sue armi, sopraffatta dai ricordi, dal cielo di Leonardo, dall'odore dei camion su cui aveva caricato i quadri in pericolo, dal rumore dei tasti della sua macchina per scrivere mille solleciti al Ministero e dal rigore che aveva sempre messo in tutto questo. Come aveva scritto, anni prima, alla madre nei giorni più bui della reclusione: "Io non posso fare diversamente perché ho un cervello che ragiona così, ho un cuore che sente così".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020