Lo chiamiamo pianeta Terra, ma sarebbe più giusto definirlo pianeta Mare, visto che per il 70 per cento è ricoperto d'acqua, con l'Oceano Pacifico che, da solo, si allarga su un terzo della sua superficie. Tutta quest'acqua nel corso del tempo ha agito sia da potente barriera naturale sia da facilitatrice, grazie alla navigazione, di incontri, scontri e soprattutto scambi di merci e di idee tra popoli diversissimi. Le vicende dell'umanità navigante sono l'argomento di Storia marittima del mondo (Mondadori) di David Abulafia, professore emerito di storia del Mediterraneo all'Università di Cambridge, già autore di Il grande mare: storia del Mediterraneo (Mondadori, 2013).
"Il Mediterraneo conta solo per lo 0,8 per cento della superficie marittima totale" ci spiega Abulafia. "Con questo saggio ho voluto raccontare la storia di chi ha attraversato le immense vastità oceaniche, con spirito d'avventura e senza avere un'idea precisa di che cosa avrebbe trovato dall'altra parte". Anche Cristoforo Colombo, che ufficialmente, quando toccò il Nuovo Mondo, non espresse dubbi sul fatto di essere arrivato in Asia, intimamente non doveva sentirsi tanto sicuro del fatto suo: "Fece giurare ai suoi marinai che Cuba faceva parte della terraferma asiatica, stabilendo una sanzione di diecimila maravedì (l'antica moneta spagnola) e il taglio della lingua per chi avesse sostenuto il contrario" racconta ancora Abulafia. "Una profonda - e alla luce della verità storica del tutto giustificata - manifestazione di insicurezza".
Poche incertezze mostravano invece quelli che per lo storico sono stati i navigatori oceanici per eccellenza: i polinesiani. "Dalla terra natia si spostarono nei secoli sempre più a est, con le loro piccole imbarcazioni con vele "ad artiglio". Si spinsero fino alle Hawaii, all'Isola di Pasqua e alla Nuova Zelanda (1350-1380), sempre navigando controvento: quindi le loro imprese non furono casi fortunati di marinai spinti dal vento verso luoghi sconosciuti. Così facendo forse arrivarono anche nel Sud America: tuberi carbonizzati di patate dolci ritrovati in siti archeologici in Nuova Zelanda, nelle Hawaii e a Mangaia, nelle Isole Cook, possono essere datati a un'epoca anteriore all'arrivo degli europei. E se si può pensare che gli uccelli trasportino semi nel becco tra terre lontane, è più difficile immaginare che abbiano fatto lo stesso con i tuberi, che invece devono essere stati portati da qualcuno che tornava da un viaggio in Sud America".
I polinesiani si orientavano essenzialmente osservando le stelle e con grandi calcoli mentali delle distanze. Gli aneddoti sulla loro infallibilità in mare si sprecano. "Un navigatore polinesiano di nome Tupaia, che accompagnò il capitano Cook nei suoi viaggi, mostrava di sapere quasi per istinto il punto in cui si trovava la nave" dice Abulafia. "E si narra che quando il capitano europeo di una goletta perse in mare la bussola e rivelò preoccupato l'incidente al suo equipaggio polinesiano, i marinai lo tranquillizzarono e lo portarono comunque sull'isola desiderata. Il capitano chiese loro come sapessero dove si trovava l'isola, e loro risposero con naturalezza: ma è sempre stata lì".
Forse meno abili nell'orientarsi, ma altrettanto impavidi nell'affrontare l'oceano, furono i vichinghi, scopritori fortuiti della Groenlandia. "All'inizio del decimo secolo Gunnbjørn Ulf-Krakuson, che era nipote di uno degli scopritori dell'Islanda, sbagliò rotta durante un viaggio che dalla Norvegia doveva portarlo, appunto, in Islanda e vide, a ovest, un gruppo di isolotti davanti a una costa ghiacciata e scoscesa. Decise di non esplorarla, pensando che fosse un miraggio artico, ma ne parlò quando riuscì finalmente a raggiungere l'Islanda. E il suo racconto ispirò un altro navigatore, il condottiero Erik il Rosso, in cerca di una nuova vita perché dichiarato fuorilegge in Norvegia e Islanda. Erik sbarcò sulla terra sconosciuta tra il 982 e il 985 e identificò una zona abitabile, ricca di campi erbosi. Battezzò quel luogo "Groenlandia", ovvero "Terra verde" per attirare altri coloni" spiega Abulafia "e funzionò: gli islandesi erano stati colpiti da una carestia e, con quella promessa di prosperità, Erik reclutò quattrocento aspiranti coloni".
Se si dà retta alla Saga dei groenlandesi, il figlio di Erik, Leif, fu invece il primo del suo popolo ad approdare in Nord America, ovvero la terra avvistata nel 986 da Bjarni Herjòlfsson, che cercava di raggiungere la Groenlandia dall'Islanda ma era stato spinto fuori rotta dai venti. "Leif sbarcò nella terra che Bjarni aveva definito con sprezzo "buona a nulla" e la battezzò "Helluland", ovvero "Terra dalle pietre lisce". Poi, più a sud, scoprì una terra boscosa che chiamò "Markland" (terra dei boschi). E infine si trovò in un'area rigogliosa, con fiumi brulicanti di salmoni e molta uva selvatica, che ubriacò un suo uomo (ovvero così racconta la saga, visto che è piuttosto difficile che l'uva ubriachi). Leif chiamò quel posto "Vinland", ovvero "Terra delle viti"" dice Abulafia. "Se davvero Leif trovò dell'uva selvatica, doveva essere approdato nella regione che oggi corrisponde alla Nuova Scozia meridionale, o al confine tra Canada e Stati Uniti".
È evidente che non si può prendere per buono tutto quello che racconta la Saga, ma anche l'archeologia offre indizi a favore della presenza vichinga in Nord America mille anni fa. "L'Anse aux Meadows (nell'isola di Terranova, nel Canada orientale) potrebbe essere stato il luogo dove si accampò Leif, perché lì sono stati trovati segni di un insediamento occupato per pochi anni all'inizio del secolo XI" sottolinea Abulafia: "i vichinghi, data anche la manifesta ostilità dei nativi, che loro chiamavano skraeling (selvaggi), se ne andarono presto".
Grandi navigatori, in pace e in guerra, furono pure i coreani: nel settembre 1597, con sole 13 navi, l'ammiraglio coreano Yi Sun-sin sconfisse nella battaglia di Myeongnyang l'intera flotta giapponese, oltre duecento navi. Il loro segreto? "Avevano formidabili navi testuggine, corazzate, con i fianchi rinforzati e il ponte coperto di spuntoni che le rendevano inespugnabili. Erano come carri armati galleggianti". Così i coreani risposero alla crudeltà dei giapponesi, che, quando vincevano in battaglia, usavano tagliare il naso ai cadaveri dei nemici e spedirlo in patria per una macabra contabilità delle vittime. Ne parla un documento del 1597 inviato al feudatario Kuroda Nagamasa: "Numero verificato di nasi presi: 3.000".
E i nasi sono anche al centro di un'altra vicenda, molto meno cruenta. Alla fine del secolo XVI a Manila, allora fulcro del commercio transoceanico, i cinesi portavano seta, lino, arazzi, coperte, polvere da sparo, uccelli e bestie da soma. Ed erano molto attenti alle richieste degli spagnoli, giunti a Manila dal Messico. Fin troppo: "Il gesuita Diego de Bobadilla racconta che uno spagnolo rimasto senza naso per una malattia venerea, commissionò un naso di legno a un artigiano cinese di passaggio a Manila. Dopo qualche tempo, il solerte artigiano tornò con un intero carico di nasi di legno. Ma si accorse con disappunto di una cosa che avrebbe dovuto notare prima: tutti gli spagnoli di Manila avevano già un naso...".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020
"Il Mediterraneo conta solo per lo 0,8 per cento della superficie marittima totale" ci spiega Abulafia. "Con questo saggio ho voluto raccontare la storia di chi ha attraversato le immense vastità oceaniche, con spirito d'avventura e senza avere un'idea precisa di che cosa avrebbe trovato dall'altra parte". Anche Cristoforo Colombo, che ufficialmente, quando toccò il Nuovo Mondo, non espresse dubbi sul fatto di essere arrivato in Asia, intimamente non doveva sentirsi tanto sicuro del fatto suo: "Fece giurare ai suoi marinai che Cuba faceva parte della terraferma asiatica, stabilendo una sanzione di diecimila maravedì (l'antica moneta spagnola) e il taglio della lingua per chi avesse sostenuto il contrario" racconta ancora Abulafia. "Una profonda - e alla luce della verità storica del tutto giustificata - manifestazione di insicurezza".
Poche incertezze mostravano invece quelli che per lo storico sono stati i navigatori oceanici per eccellenza: i polinesiani. "Dalla terra natia si spostarono nei secoli sempre più a est, con le loro piccole imbarcazioni con vele "ad artiglio". Si spinsero fino alle Hawaii, all'Isola di Pasqua e alla Nuova Zelanda (1350-1380), sempre navigando controvento: quindi le loro imprese non furono casi fortunati di marinai spinti dal vento verso luoghi sconosciuti. Così facendo forse arrivarono anche nel Sud America: tuberi carbonizzati di patate dolci ritrovati in siti archeologici in Nuova Zelanda, nelle Hawaii e a Mangaia, nelle Isole Cook, possono essere datati a un'epoca anteriore all'arrivo degli europei. E se si può pensare che gli uccelli trasportino semi nel becco tra terre lontane, è più difficile immaginare che abbiano fatto lo stesso con i tuberi, che invece devono essere stati portati da qualcuno che tornava da un viaggio in Sud America".
I polinesiani si orientavano essenzialmente osservando le stelle e con grandi calcoli mentali delle distanze. Gli aneddoti sulla loro infallibilità in mare si sprecano. "Un navigatore polinesiano di nome Tupaia, che accompagnò il capitano Cook nei suoi viaggi, mostrava di sapere quasi per istinto il punto in cui si trovava la nave" dice Abulafia. "E si narra che quando il capitano europeo di una goletta perse in mare la bussola e rivelò preoccupato l'incidente al suo equipaggio polinesiano, i marinai lo tranquillizzarono e lo portarono comunque sull'isola desiderata. Il capitano chiese loro come sapessero dove si trovava l'isola, e loro risposero con naturalezza: ma è sempre stata lì".
Forse meno abili nell'orientarsi, ma altrettanto impavidi nell'affrontare l'oceano, furono i vichinghi, scopritori fortuiti della Groenlandia. "All'inizio del decimo secolo Gunnbjørn Ulf-Krakuson, che era nipote di uno degli scopritori dell'Islanda, sbagliò rotta durante un viaggio che dalla Norvegia doveva portarlo, appunto, in Islanda e vide, a ovest, un gruppo di isolotti davanti a una costa ghiacciata e scoscesa. Decise di non esplorarla, pensando che fosse un miraggio artico, ma ne parlò quando riuscì finalmente a raggiungere l'Islanda. E il suo racconto ispirò un altro navigatore, il condottiero Erik il Rosso, in cerca di una nuova vita perché dichiarato fuorilegge in Norvegia e Islanda. Erik sbarcò sulla terra sconosciuta tra il 982 e il 985 e identificò una zona abitabile, ricca di campi erbosi. Battezzò quel luogo "Groenlandia", ovvero "Terra verde" per attirare altri coloni" spiega Abulafia "e funzionò: gli islandesi erano stati colpiti da una carestia e, con quella promessa di prosperità, Erik reclutò quattrocento aspiranti coloni".
Se si dà retta alla Saga dei groenlandesi, il figlio di Erik, Leif, fu invece il primo del suo popolo ad approdare in Nord America, ovvero la terra avvistata nel 986 da Bjarni Herjòlfsson, che cercava di raggiungere la Groenlandia dall'Islanda ma era stato spinto fuori rotta dai venti. "Leif sbarcò nella terra che Bjarni aveva definito con sprezzo "buona a nulla" e la battezzò "Helluland", ovvero "Terra dalle pietre lisce". Poi, più a sud, scoprì una terra boscosa che chiamò "Markland" (terra dei boschi). E infine si trovò in un'area rigogliosa, con fiumi brulicanti di salmoni e molta uva selvatica, che ubriacò un suo uomo (ovvero così racconta la saga, visto che è piuttosto difficile che l'uva ubriachi). Leif chiamò quel posto "Vinland", ovvero "Terra delle viti"" dice Abulafia. "Se davvero Leif trovò dell'uva selvatica, doveva essere approdato nella regione che oggi corrisponde alla Nuova Scozia meridionale, o al confine tra Canada e Stati Uniti".
È evidente che non si può prendere per buono tutto quello che racconta la Saga, ma anche l'archeologia offre indizi a favore della presenza vichinga in Nord America mille anni fa. "L'Anse aux Meadows (nell'isola di Terranova, nel Canada orientale) potrebbe essere stato il luogo dove si accampò Leif, perché lì sono stati trovati segni di un insediamento occupato per pochi anni all'inizio del secolo XI" sottolinea Abulafia: "i vichinghi, data anche la manifesta ostilità dei nativi, che loro chiamavano skraeling (selvaggi), se ne andarono presto".
Grandi navigatori, in pace e in guerra, furono pure i coreani: nel settembre 1597, con sole 13 navi, l'ammiraglio coreano Yi Sun-sin sconfisse nella battaglia di Myeongnyang l'intera flotta giapponese, oltre duecento navi. Il loro segreto? "Avevano formidabili navi testuggine, corazzate, con i fianchi rinforzati e il ponte coperto di spuntoni che le rendevano inespugnabili. Erano come carri armati galleggianti". Così i coreani risposero alla crudeltà dei giapponesi, che, quando vincevano in battaglia, usavano tagliare il naso ai cadaveri dei nemici e spedirlo in patria per una macabra contabilità delle vittime. Ne parla un documento del 1597 inviato al feudatario Kuroda Nagamasa: "Numero verificato di nasi presi: 3.000".
E i nasi sono anche al centro di un'altra vicenda, molto meno cruenta. Alla fine del secolo XVI a Manila, allora fulcro del commercio transoceanico, i cinesi portavano seta, lino, arazzi, coperte, polvere da sparo, uccelli e bestie da soma. Ed erano molto attenti alle richieste degli spagnoli, giunti a Manila dal Messico. Fin troppo: "Il gesuita Diego de Bobadilla racconta che uno spagnolo rimasto senza naso per una malattia venerea, commissionò un naso di legno a un artigiano cinese di passaggio a Manila. Dopo qualche tempo, il solerte artigiano tornò con un intero carico di nasi di legno. Ma si accorse con disappunto di una cosa che avrebbe dovuto notare prima: tutti gli spagnoli di Manila avevano già un naso...".
Sul Venerdì del 13 novembre 2020