Il Venerdì

Per amare i nostri ragazzi chiamiamoli per nome

Una classe elementare nell’Italia dell’immediato dopoguerra (Getty Images) 
SPECIALE LIBRI  Nel nuovo romanzo lo scrittore-insegnante Alessandro D'Avenia mette in scena un prof cieco che, ogni giorno, chiede agli alunni di raccontarsi. Titolo, L'appello: "È il momento più importante"
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L'aula è ancora vuota. Ma dalla strada arrivano le voci dei ragazzi che si incontrano con un'estate da raccontare. La prima campanella. I ragazzi entrano, aggiustano banchi e sedie, sussurrano commenti. La seconda campanella. Il silenzio, e la curiosità per quel nuovo professore. "Sono Omero Romeo, il vostro insegnante di scienze. E sono cieco". È l'inizio di L'appello, ultimo romanzo di Alessandro D'Avenia, professore di lettere in un liceo di Milano. Un libro non banale sulla scuola. Di più, sulle vite di tutti quelli che nella scuola si ritrovano. E sulla necessità di conoscere l'animo di ogni alunno come primo passo per migliorarla. Il titolo si spiega con le parole di Romeo: "Io non posso vedervi. Per questo l'appello si svolgerà così: ogni giorno ciascuno di voi si alzerà, scandirà il suo nome, e racconterà che cosa lo definisce meglio. Ciò che avrete da raccontare sarà diverso di volta in volta".

Il nome ha un ruolo fondamentale. "Perché è il primo gesto di cura per ciò che è totalmente nuovo: un bambino. Diceva il grande psicoanalista Lacan che si può amare solo dando un nome. Una volta un bambino di sei anni rispose alla maestra che chiedeva alla classe di definire l'amore: "Il modo in cui mia madre dice il mio nome, perché come sta nella sua bocca non sta da nessun'altra parte". Chi si innamora comincia con il darsi i soprannomi, come se questo intercettasse l'essenza dell'altro. Sul nome si è sempre giocata la partita del venire alla luce e dell'essere visibili. Perciò l'appello è il momento più importante della giornata scolastica", sorride D'Avenia.

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Un rito antichissimo.
"In Patagonia si trova la famosa Caverna delle mani, con una parete piena di incisioni multicolori di mani di bambini e adolescenti. Forse un gioco, un rito, forse il primo appello della storia. È una delle più antiche testimonianze artistiche del mondo, risale a più di 10 mila anni fa, è il gesto dei "nuovi" che alzano la mano e la dipingono sulla parete, per dire: ci sono, voglio lasciare un segno".

Quando e perché ha deciso di diventare un insegnante?
Avevo 16 anni e si sono sommate tre chiamate in ordine di importanza: la visione del film L'Attimo Fuggente, una domenica sera dopo ore di noia e di compiti non fatti; il mio insegnate di lettere mi fece capire che anche io avevo il fuoco che vedevo in lui, prestandomi il suo libro di poesie preferito e dicendomi: "me lo restituisci tra due settimane", quella sfida mi aprì testa e cuore; l'insegnante di religione della mia scuola, padre Pino Puglisi, fu ucciso dalla mafia all'inizio del mio quarto anno di liceo, per ciò che faceva per i bambini e i ragazzi.

Ha scelto di raccontare un professore di scienze e non di lettere, perché?
"Volevo esplorare territori che mi affascinano ma con i quali ho poca consuetudine. Questo mi ha costretto a leggere e studiare tanto. Inoltre volevo un professore di scienze che, come i più importanti  scienziati, dice che la sua materia non è depositaria di tutta la verità, perché in nessuna cosa c'è il tutto, ma solo un pezzo del vero".

Tanti fisici famosi e tante leggi della fisica. Quanto si è dovuto preparare per scrivere di questa materia in modo così accurato?
"Il bello dei personaggi dei libri è che, abitando in te, ampliano le domande e lo sguardo: mentre scrivo vivo più vite e la mia visione della realtà si amplia. Ho letto Einstein, Heisenberg, Bohr, Gödel... Se il XIX secolo è stato il secolo della chimica, il XX, è stato quello della fisica. Ho imparato molto e il mistero si è infittito ancora di più. La mia ignoranza è aumentata anziché diminuire, ma questo è il bello della conoscenza: ti rende più umile e aperto al senso delle cose".

Quale legge della fisica, fra quelle che descrive nel libro, la affascina di più e perché?
"Sono tre le scoperte che hanno cambiato il modo di vedere il mondo: relatività, indeterminazione, caos, grazie a queste teorie abbiamo capito meglio che siamo esseri unici ma non assoluti: la realtà accade nella misura in cui entriamo in relazione con essa. Oggettivo e soggettivo hanno un confine che scegliamo noi di volta in volta, e questo confine è dettato dall'amore, che è il vero esercizio della libertà: non un essere libero "da" ma "per". Non si danno aumenti di conoscenza della realtà (persone o cose) che non siano preceduti da aumenti di amore verso quel pezzo di realtà. E muoversi verso la realtà, con amore, gentilezza, tatto, è una scelta a cui la realtà risponde sempre".

Nel libro menziona spesso Einstein. Quale citazione preferisce?
"Quella in cui il grande fisico dice che la maggior parte degli insegnanti perde tempo a fare domande che mirano a scoprire ciò che l'alunno non sa, mentre la vera arte del fare domande mira a scoprire ciò che l'alunno sa o è capace di sapere".

""Come stai?". "Uno schifo.  Ho 18 anni, come vuole che stia?". "Hai ragione, dimentico che adolescenza e schifo sono sinonimi"". È un dialogo dal libro. La sua adolescenza com'è stata?
"Uno schifo, per l'appunto, ma allo stesso tempo bellissima. Hai mille energie da sprecare ma ti senti povero di tutto, inadeguato alla vita, e proprio questa contraddizione tra mancanza ed esuberanza ti porta a esplorare, rischiare. Sono stato un adolescente sempre alla ricerca del senso delle cose, della bellezza, della verità, dell'avventura, dell'amore. Mi sono spaccato la testa e il cuore molte volte e soprattutto ho avuto maestri che mi hanno aperto la strada. Adulto è il participio del verbo latino adolesco, non si può essere adulti se non si vive l'adolescenza in pieno e adolescere in latino significa tendere alla pienezza".

Ma anche lei qualche volta avrà fatto impazzire i suoi insegnanti.
"Costantentemente. Parlavo troppo, mi piaceva divertirmi e non sempre stavo alle regole".

Poi ci sono i genitori degli alunni. Il professor Romeo dice che per loro prova tenerezza. E lei?
"Tenerezza, perché i figli sono il luogo del fallimento. Credo che ogni figlio metta alla prova le aspettative e i progetti di un genitore. Ma bisogna distinguere tra "futuro", ciò che noi progettiamo e ci aspettiamo, e "avvenire", che invece è ciò che accade senza il nostro controllo, come innamorarsi, ammalarsi... Ecco, i figli fanno parte dell'avvenire e noi li vorremmo invece come parte del nostro futuro. Questo obbliga i genitori a rivedere le loro priorità, la loro coerenza con quanto dicono, le loro ipocrisie. Quindi mi metto a fianco a loro e dico: facciamolo insieme questo pezzo di strada e, per quanto sia faticoso e snervante, abbiamo un compito bellissimo: far fiorire vostro figlio".

Lei ringrazia gli studenti che ha avuto, che guariscono dalle assurdità del sistema scolastico com'è oggi. Quali sono queste assurdità?
"Un sistema che ostacola ciò da cui dipende la scuola: la relazione discepolo-maestro. Per questo una riforma della scuola dipende dall'appello, da noioso adempimento burocratico a presa in carico delle vite, così come sono in quel momento. Una scuola malata di supplentite, di docenti impegnati in mille inutili incombenze e umiliati socialmente, non può curare la relazione. Le relazioni si valutano dagli effetti che hanno: la scuola di oggi sforna ragazzi dalla testa calda e dal cuore freddo, quando dovrebbe essere il contrario: testa fredda e cuore caldo".

Fra i dieci ragazzi del libro, quale è il suo preferito, e perché?
"È come chiedere a un padre quale figlio preferisca... Non riesco a scegliere, stavo per dire un nome, ma poi mi sono pentito. Li amo tutti di un amore totale e diverso, perché me li porto dentro e non posso rinunciare a nessuno strumento della mia orchestra interiore".

C'è un motivo per il quale ha scelto Il dottor Zivago, come libro conduttore del rapporto fra Patrizia, molto più che una bidella, e il professor Romeo?
"Sono innamorato della letteratura russa, perché mi dà ciò che manca a quella occidentale: il senso del tutto e un realismo di tipo simbolico, come accade nei romanzi di Dostoevskij, di Bulgakov, di Gogol, di Grossman, di Pasternak... La realtà è fatta a strati di profondità, ognuno autonomo ma in relazione con gli altri. Il mio romanzo è ambientato nella scuola, ma la scuola è solo l'elemento "realistico" di qualcosa di molto più ampio, che è la vita stessa degli uomini, un appello: tutta la vita è venire alla luce senza averlo scelto e lottare per rimanerci. Il dottor Zivago è un romanzo che narra in modo superbo la profondità del reale e Pasternak lo scrisse come atto di ribellione a una ideologia che torturava la vita".

Domanda d'obbligo. Del primo periodo di didattica a distanza lei ha detto: "Ci siamo messi a leggere insieme l'Odissea ad alta voce. Io facevo Omero e i ragazzi ognuno un personaggio.  Nella Dad puoi prescindere dai volti perché c'è la voce". È stato per questa situazione che le è venuta l'idea di questo romanzo, della figura di un professore cieco?
"L'ispirazione del libro ha radici più antiche. Per me funziona così: qualcosa richiama la mia attenzione, In questo caso l'articolo su un professore divenuto cieco e che aveva continuato a insegnare. Poi aspetto e se quello squarcio su un mondo più profondo resiste vuol dire che l'ispirazione è feconda. E allora diventa una specie di calamita per altre ispirazioni. In questo caso il mio amore per Omero, il cui nome significa colui che non vede, il racconto Cattedrale di Carver, l'esperienza di assistenza a persone con delle fragilità, la Dad, che ci ha resi tutti ciechi e quindi costretti a fidarci molto di più degli altri... e non ultimo il fatto che, a poco più di 40 anni, mi scopro cieco su tante cose che credevo di sapere".

Che cosa ha "inventato" per i ragazzi in questo secondo periodo di didattica a distanza?
"Stiamo portando avanti il progetto di lettura ad alta voce con I promessi sposi. Poi ho la fortuna di poter invitare amici scrittoeri senza bisogno che si spostino da casa. Abbiamo avuto un incontro con Giuseppe Catozzella, autore del bellissimo Non dirmi che hai paura. Ora voglio far vedere ai ragazzi che esistono poeti contemporanei e che sanno anche usare il computer. Soprattutto dopo la domanda di una mia alunna quattordicenne: "Prof, ma esistono poeti vivi?"".

Consigli per i ragazzi che stanno studiando da casa?
"Letture e film di resistenza (ho dato un film alla settimana da vedere). L'Odissea, Fahrenheit 451, La fattoria degli animali, Il signore delle mosche, Il mondo nuovo. È un momento di cui approfittare per esplorare il mondo, per capire che la scuola è fondamentale ma non basta: la vita è molto più ampia. Che imparino una lingua nuova, uno strumento, un hobby... E non si lascino mangiare gli occhi e il cuore dai social".

Qual è la sua posizione sui social? Crede che compromettano i rapporti fra i ragazzi?
"Credo che non li allenino a quelle esperienza del vivere che è fatta anche di corpo. L'unità dell'uomo è spirito e corpo. Quando il corpo si separa dallo spirito o abbiamo un fantasma o un cadavere. Questo è il rischio della sovraesposizione relazionale ai social: fantasmi che cercano di apparire, cadaveri nella realtà. I social sono pensati per renderci dipendenti e qualsiasi dipendenza toglie libertà. Ma i ragazzi sono i primi a sentirne il dolore. Non sono forse loro a ribellarsi alla Dad così come noi adulti gliela stiamo proponendo?

L'attenzione e la concentrazione. Oggi sempre più brevi fra i ragazzi (e non solo). Come può intervenire un insegnante?
"Facendoli innamorare. Un innamorato tiene fisso lo sguardo su ciò che ama. E come diceva Dante lo studio è l'applicazione della mente innamorata a ciò che ama. L'insegnamento è una branca della drammaturgia: ti mette dentro l'azione come se ne facessi parte. Concentrarsi vuole dire portare al centro. Attenzione vuol dire tendere a. Noi dobbiamo portare tutto verso il centro: la vita. E rinnovare la loro tensione a crescere e a dare frutto. Quando c'è questo ti seguono in capo al mondo. Ma lo dobbiamo fare noi per primi: ti seguono solo se vedono che sei impegnato tu in prima persona e sei felice di farlo".

Il professor Romeo dice che è un successo salvare anche solo un ragazzo. Lei, in questi anni di insegnamento, quanti ragazzi ha "salvato"?
"Salvare vuol dire proteggere dalla morte. Io faccio la mia parte, proteggerli dalle menzogne della cultura dominante, dalla manipolazione, dalla tristezza, dallo scoraggiamento, dalla dittatura del brutto, dal male che a volte si vogliono... Ma questa è solo metà della storia. L'altra metà è fatta delle loro scelte. Salvare per me è averli resi più liberi e meno soggetti alla paura".

Lei ha scritto un libro su Leopardi. C'è una poesia che può aiutare in questo periodo così duro per tutti?
"Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia è quella che amo di più. In quei versi ci sono più punti interrogativi di quanti ce ne siano mai stati in alcuna altra poesia. Ed è proprio quel domandare che ci salva, perché ci tiene aperti al mistero, alla ricerca, all'avvenire. Il pastore si chiede: "Ove tende questo vagar mio breve?". Se solo tenessimo viva questa domanda... La qualità della vita dipende dal senso che le diamo, soprattutto quando veniamo restituiti alla nostra fragilità, come il pastore dice di se stesso: "l'esser mio frale". Essere fragili è paradossalmente l'origine del coraggio e della speranza.

Una ragazza nel libro dice che a scuola non si parla mai di Dio. Lei è credente?
"Io sono amante. Io non credo a mia madre, la amo e quindi le credo. Per me credere è una conseguenza dell'amare e dell'essere amato".

Nel libro lei parla molto dell'amore fra il professore e sua moglie. Crede nel matrimonio?
"I miei genitori hanno appena festeggiato 55 anni di matrimonio. Nozze di smeraldo. Un minerale fatto di irregolarità e crepe molto accentuate, ma bellissimo proprio per questo. Credo nel matrimonio perché vedo loro. Se mi dovessi basare sulle statistiche non ci crederei più da un pezzo. Ma ho rinunciato da tempo a pensare che la realtà sia quella rappresentata dalla maggioranza..."

Alla fine del libro, il professore chiede ai ragazzi di scrivere come si vedono quindici anni dopo. E quindici anni dopo si rincontrano. Lei ha mai fatto niente del genere? O meglio, quando ha rincontrato suoi ex alunni, che cosa ha provato, che cosa ha chiesto loro?
"Con molti di loro mi incontro regolarmente e continuiamo il nostro percorso di crescita, perché non si smette mai di farlo. A tutti i miei studenti, l'ultimo giorno di scuola, dedico la canzone di De Gregori, Sempre e per sempre. Non stavo con loro semplicemente perché superassero un esame, ma perché insieme la vita conquistasse un po' più di terreno in noi e attorno a noi. Io mi scrivo ancora con il mio professore di lettere del liceo. Restituisco ai miei studenti ciò che io ho ricevuto: la vita fiorisce solo come catena di gratitudine".

Tornando all'appello in classe, lei come lo fa?
"Chiamo uno per uno e li guardo in faccia. Cerco una nota di vita, una battuta, un incoraggiamento per ciascuno. Dal "come ti sta bene questo colore!" a "hai dormito male stanotte?", da "come è andata la visita che avevi?" a "hai visto che goal ha fatto Ibra?" I ragazzi devono sentire che prendo in carico la loro vita".

E ci riesce?
"Un po' come tutti quelli che provano ad amare: a volte sì, a volte no".

Sul Venerdì del 27 novembre 2020