Niente divide le famiglie, in questi giorni, come il tema della Dad, la didattica a distanza: ai genitori preoccupati per i possibili contagi a scuola si contrappongono quelli che dalla Dad temono ricadute sulla preparazione - e quindi sul futuro - dei figli. Abbiamo chiesto lumi a Stanislas Dehaene, professore di Psicologia cognitiva sperimentale presso il Collège de France e membro dell'Académie des sciences, che di questo tema (e più in generale dell'apprendimento, suo terreno di ricerca) parlerà il 26 novembre sui canali social e sul sito dell'Auditorium Parco della Musica di Roma nel corso del National Geographic Festival delle Scienze (dal 23 al 29).
Dehaene fa subito una distinzione basata sull'età: "La presenza fisica di alunni e insegnante è fondamentale soprattutto per le scuole del primo ciclo, che coprono gli anni di maggiore plasticità cerebrale dell'alunno: perdere sei mesi di presenza scolastica quando si hanno tra i sei e i dodici anni è molto peggio che perderli quando si è alle superiori, perché la plasticità del cervello - soprattutto quella che riguarda l'apprendimento linguistico - non sarà mai più così alta".
Uno dei problemi principali dell'insegnamento in remoto riguarda l'attenzione, ovvero quello che Dehaene, nel suo saggio Imparare (Raffaello Cortina, 2019), definisce il primo dei pilastri dell'apprendimento. "Quando prestiamo attenzione a un oggetto, i neuroni sensoriali che codificano quell'oggetto hanno un'attività amplificata, e le loro scariche si propagano in tutta la corteccia prefrontale, sede delle funzioni cognitive più alte" spiega. "Per questo, secondo me, il più grande talento dell'insegnante è catturare in ogni momento l'attenzione degli alunni e incanalarla. Il che diventa molto difficile se non si hanno di fronte gli alunni in carne e ossa ma il monitor di un computer".
L'aula è preziosa perché l'attenzione e l'apprendimento dipendono molto da segnali sociali: "Fin da piccolo il bambino segue l'adulto con lo sguardo. Se gli si indica qualcosa, il suo primo istinto è incrociare lo sguardo di chi gli sta parlando. Solo dopo si girerà nella direzione in cui guarda l'adulto" dice Dehaene. "Diversi esperimenti mostrano che quando gli si insegna una nuova parola, se il bambino interagisce con l'adulto e può seguire il suo sguardo verso l'oggetto che corrisponde alla parola, la impara subito. Se invece la stessa parola è pronunciata, anche più volte, da un altoparlante, il bambino non la memorizza". Questo vale anche per le lingue straniere: "A un bebè europeo di nove mesi, per imparare i fonemi della lingua cinese bastano poche settimane di interazione con una tata cinese. La stessa stimolazione linguistica attraverso un video di alta qualità, al contrario, non dà alcun risultato".
Secondo gli psicologi ungheresi Gergely Csibra e György Gergely, il nostro cervello disporrebbe di un "modulo pedagogico", ovvero un gruppo di neuroni specializzati che si attivano non appena ci accorgiamo che una persona sta cercando di insegnarci qualcosa. La ricerca di Csibra e Gergely mostra che la presenza di un tutore umano influisce moltissimo: "Il contatto oculare permette al bambino di interpretare l'informazione come importante. Se un adulto guarda un oggetto facendo una smorfia e ne guarda un secondo con un grande sorriso, un bambino di un anno e mezzo che assiste alla scena ricorderà solo che a quell'adulto il primo oggetto non piace mentre il secondo sì. Se invece l'adulto, prima di guardare i due oggetti, volge gli occhi verso di lui, il bambino deduce che il primo oggetto non è preferibile solo per l'adulto, ma per tutti: ovvero capisce che l'adulto sta cercando di trasmettergli informazioni importanti e utili, e non solo mere preferenze personali. In sostanza, sembra capire che l'adulto sa che lui non sa, e quindi interpreta i suoi atti come tentativi di trasferire conoscenza".
L'insegnamento in presenza favorisce anche quello che per Dehaene è un altro pilastro dell'apprendimento, il coinvolgimento attivo: "Se gli è richiesto l'uso di capacità di alto livello cognitivo, come ricordare il significato delle parole o delle formule matematiche, l'allievo apprende bene solo se, oltre a fare attenzione, si sforza, riflette, risponde a domande e a osservazioni dell'insegnante che stimolano la sua immaginazione, e si sente libero di formulare ipotesi, anche commettendo errori" spiega ancora Dehaene. "Infatti solo così - e non se l'alunno rimane passivo come purtroppo è fatale che capiti con l'insegnamento a distanza - si attivano le aree della corteccia prefrontale associate all'elaborazione consapevole delle parole, che formano dei collegamenti potenti con l'ippocampo, indispensabile per immagazzinare le informazioni sotto forma di ricordi".
La necessità di coinvolgere la classe e sconfiggere la passività è sottolineata da esperimenti come quelli delle psicologhe Carly Kontra e Susan Goldin-Meadow. "Due gruppi di studenti universitari di fisica dovevano imparare il concetto di "momento angolare": al primo gruppo si sono concessi dieci minuti per fare esperimenti con una ruota di bicicletta, al secondo sono stati dati invece dieci minuti di lezione e di osservazione dell'attività degli altri studenti. Il gruppo che ha interagito con la ruota ha appreso di più" dice Dehaene. "Il coinvolgimento attivo è favorito dai momenti di studio, discussione e attività pratiche svolte in gruppetti di studenti. Perché non serve solo l'interazione con l'insegnante, ma anche quella con i compagni. Ormai molti studi confermano che, quando si studia in piccoli gruppi, ne beneficiano sia gli studenti meno capaci che quelli più preparati, perché spiegare agli altri un concetto appena appreso è il modo migliore per padroneggiarlo ancora di più". Una dimensione sociale dello studio che è anch'essa ostacolata dalla Dad.
Il terzo pilastro dell'apprendimento, per Dehaene, è il riscontro dell'errore. "Impariamo soprattutto quando il cervello rileva uno scostamento tra ciò che si aspetta, seguendo il modello mentale che si è costruito, e la realtà" spiega Dehaene. "Per questo è cruciale che l'insegnante corregga appena possibile gli errori dell'alunno, non in maniera punitiva, ma collaborativa: una spiegazione dettagliata e immediata dello sbaglio commesso è molto più motivante di un lapidario brutto voto, che magari arriva dopo giorni o settimane".
Lo studio ideale dovrebbe prevedere molti momenti in cui mettersi alla prova. "Un esperimento interessante in questo senso è quello dello psicologo Henry Roediger, che ha chiesto la memorizzazione di un testo a studenti divisi in tre gruppi: il primo doveva impiegare tutto il tempo - diviso in otto brevi sessioni - a studiare. Il secondo aveva sei sessioni di studio interrotte da due test. Il terzo doveva alternare quattro brevi sessioni di studio e quattro test. Quest'ultimo gruppo è quello che, dopo 48 ore, ricordava di più il testo. Perché l'alternanza regolare tra studio e test mantiene il cervello più attivo".
Sul Venerdì del 20 novembre 2020
Dehaene fa subito una distinzione basata sull'età: "La presenza fisica di alunni e insegnante è fondamentale soprattutto per le scuole del primo ciclo, che coprono gli anni di maggiore plasticità cerebrale dell'alunno: perdere sei mesi di presenza scolastica quando si hanno tra i sei e i dodici anni è molto peggio che perderli quando si è alle superiori, perché la plasticità del cervello - soprattutto quella che riguarda l'apprendimento linguistico - non sarà mai più così alta".
Uno dei problemi principali dell'insegnamento in remoto riguarda l'attenzione, ovvero quello che Dehaene, nel suo saggio Imparare (Raffaello Cortina, 2019), definisce il primo dei pilastri dell'apprendimento. "Quando prestiamo attenzione a un oggetto, i neuroni sensoriali che codificano quell'oggetto hanno un'attività amplificata, e le loro scariche si propagano in tutta la corteccia prefrontale, sede delle funzioni cognitive più alte" spiega. "Per questo, secondo me, il più grande talento dell'insegnante è catturare in ogni momento l'attenzione degli alunni e incanalarla. Il che diventa molto difficile se non si hanno di fronte gli alunni in carne e ossa ma il monitor di un computer".
L'aula è preziosa perché l'attenzione e l'apprendimento dipendono molto da segnali sociali: "Fin da piccolo il bambino segue l'adulto con lo sguardo. Se gli si indica qualcosa, il suo primo istinto è incrociare lo sguardo di chi gli sta parlando. Solo dopo si girerà nella direzione in cui guarda l'adulto" dice Dehaene. "Diversi esperimenti mostrano che quando gli si insegna una nuova parola, se il bambino interagisce con l'adulto e può seguire il suo sguardo verso l'oggetto che corrisponde alla parola, la impara subito. Se invece la stessa parola è pronunciata, anche più volte, da un altoparlante, il bambino non la memorizza". Questo vale anche per le lingue straniere: "A un bebè europeo di nove mesi, per imparare i fonemi della lingua cinese bastano poche settimane di interazione con una tata cinese. La stessa stimolazione linguistica attraverso un video di alta qualità, al contrario, non dà alcun risultato".
Secondo gli psicologi ungheresi Gergely Csibra e György Gergely, il nostro cervello disporrebbe di un "modulo pedagogico", ovvero un gruppo di neuroni specializzati che si attivano non appena ci accorgiamo che una persona sta cercando di insegnarci qualcosa. La ricerca di Csibra e Gergely mostra che la presenza di un tutore umano influisce moltissimo: "Il contatto oculare permette al bambino di interpretare l'informazione come importante. Se un adulto guarda un oggetto facendo una smorfia e ne guarda un secondo con un grande sorriso, un bambino di un anno e mezzo che assiste alla scena ricorderà solo che a quell'adulto il primo oggetto non piace mentre il secondo sì. Se invece l'adulto, prima di guardare i due oggetti, volge gli occhi verso di lui, il bambino deduce che il primo oggetto non è preferibile solo per l'adulto, ma per tutti: ovvero capisce che l'adulto sta cercando di trasmettergli informazioni importanti e utili, e non solo mere preferenze personali. In sostanza, sembra capire che l'adulto sa che lui non sa, e quindi interpreta i suoi atti come tentativi di trasferire conoscenza".
L'insegnamento in presenza favorisce anche quello che per Dehaene è un altro pilastro dell'apprendimento, il coinvolgimento attivo: "Se gli è richiesto l'uso di capacità di alto livello cognitivo, come ricordare il significato delle parole o delle formule matematiche, l'allievo apprende bene solo se, oltre a fare attenzione, si sforza, riflette, risponde a domande e a osservazioni dell'insegnante che stimolano la sua immaginazione, e si sente libero di formulare ipotesi, anche commettendo errori" spiega ancora Dehaene. "Infatti solo così - e non se l'alunno rimane passivo come purtroppo è fatale che capiti con l'insegnamento a distanza - si attivano le aree della corteccia prefrontale associate all'elaborazione consapevole delle parole, che formano dei collegamenti potenti con l'ippocampo, indispensabile per immagazzinare le informazioni sotto forma di ricordi".
La necessità di coinvolgere la classe e sconfiggere la passività è sottolineata da esperimenti come quelli delle psicologhe Carly Kontra e Susan Goldin-Meadow. "Due gruppi di studenti universitari di fisica dovevano imparare il concetto di "momento angolare": al primo gruppo si sono concessi dieci minuti per fare esperimenti con una ruota di bicicletta, al secondo sono stati dati invece dieci minuti di lezione e di osservazione dell'attività degli altri studenti. Il gruppo che ha interagito con la ruota ha appreso di più" dice Dehaene. "Il coinvolgimento attivo è favorito dai momenti di studio, discussione e attività pratiche svolte in gruppetti di studenti. Perché non serve solo l'interazione con l'insegnante, ma anche quella con i compagni. Ormai molti studi confermano che, quando si studia in piccoli gruppi, ne beneficiano sia gli studenti meno capaci che quelli più preparati, perché spiegare agli altri un concetto appena appreso è il modo migliore per padroneggiarlo ancora di più". Una dimensione sociale dello studio che è anch'essa ostacolata dalla Dad.
Il terzo pilastro dell'apprendimento, per Dehaene, è il riscontro dell'errore. "Impariamo soprattutto quando il cervello rileva uno scostamento tra ciò che si aspetta, seguendo il modello mentale che si è costruito, e la realtà" spiega Dehaene. "Per questo è cruciale che l'insegnante corregga appena possibile gli errori dell'alunno, non in maniera punitiva, ma collaborativa: una spiegazione dettagliata e immediata dello sbaglio commesso è molto più motivante di un lapidario brutto voto, che magari arriva dopo giorni o settimane".
Lo studio ideale dovrebbe prevedere molti momenti in cui mettersi alla prova. "Un esperimento interessante in questo senso è quello dello psicologo Henry Roediger, che ha chiesto la memorizzazione di un testo a studenti divisi in tre gruppi: il primo doveva impiegare tutto il tempo - diviso in otto brevi sessioni - a studiare. Il secondo aveva sei sessioni di studio interrotte da due test. Il terzo doveva alternare quattro brevi sessioni di studio e quattro test. Quest'ultimo gruppo è quello che, dopo 48 ore, ricordava di più il testo. Perché l'alternanza regolare tra studio e test mantiene il cervello più attivo".
Sul Venerdì del 20 novembre 2020