Queste presidenziali americane hanno consumato una fiera degli assurdi. È assurdo che il Paese più potente al mondo non fosse in grado di certificare l'esito del voto, se non dopo giorni e giorni dall'election day. È assurdo che nel tempio della tecnologia quell'esito dipendesse dai francobolli e dai postini, non dal web. Ed è altrettanto assurda la querelle giuridica che ne è poi scaturita, con un balletto di ricorsi sui timbri e sulle date, per mano degli avvocati di Trump. Voto per corrispondenza, ecco l'imputato. Una creatura ormai anzianotta: vide la luce durante l'Ottocento, al tempo della guerra di secessione americana, per consentire la partecipazione elettorale ai militari. Dopo di che il voto postale guadagnò le sponde dell'Europa. Da qui ha fatto esordio pure nel nostro ordinamento, dove oggi viene usato per l'elezione dei parlamentari nei collegi esteri. Non senza problemi, dato che la legge italiana del 2001 non prescriveva la firma del votante sulla busta esterna, a garanzia della sua identità. E non senza pronunzie contrastanti dei tribunali costituzionali in tutta Europa. Così, quello tedesco (nel 1967) lo reputò "costituzionalmente ineccepibile"; quello austriaco (nel 1985) lo ha viceversa ritenuto insufficiente a salvaguardare la genuinità del voto.
Ciò nonostante, arriva adesso il suo successo più rotondo: 102 milioni di voti espressi prima dell'election day, un record. E in gran parte spediti per posta. In tempi di Covid, il voto per corrispondenza si è quindi rivelato un antidoto contro il rischio sanitario di lunghe file ai seggi, o più semplicemente contro l'astensionismo elettorale. Difatti pure l'affluenza complessiva ha segnato un record: oltre 160 milioni di votanti, il 67 per cento dell'elettorato americano. Tuttavia l'early voting non procura soltanto dei vantaggi. In primo luogo, nega la contemporaneità del voto, spegnendo perciò quel che di rituale, se non anche di sacro, s'accompagna alla massima espressione della sovranità popolare. Ma pazienza, dopotutto nemmeno il campionato è più quello d'una volta, con la voce rauca di Ciotti a Tutto il calcio minuto per minuto. Anche le partite sono sfalsate, ci abbiamo fatto il callo, però il callo ancora duole.
Sennonché il vero punto critico sta nella macchinosità del voto postale, che a sua volta genera incertezze. Giacché l'elettore viene costretto a una doppia operazione, infilando la sua scheda in una busta anonima, e inserendo poi quest'ultima in una seconda busta, che dev'essere firmata. Anche lo scrutinio, perciò, diventa alquanto complicato: si dovrà accertare la corrispondenza della firma autografa con la firma detenuta dall'amministrazione; poi aprire le buste esterne separatamente da quelle interne, per tutelare la segretezza del voto; e infine contare materialmente i voti. Da qui la possibilità di errori, se non anche di brogli; cui peraltro negli Usa s'aggiunge un ulteriore fattore d'incertezza. Questo perché in alcuni Stati le schede sono giunte per posta solo dopo l'election day.
Ed ecco allora il dubbio, immediatamente cavalcato dalla folta squadra di legali del presidente uscente: è possibile conteggiare i voti pervenuti dopo il giorno elettorale? È legittimo un voto posticipato? Le prime sentenze sono state biforcute: in Georgia i giudici hanno detto sì, respingendo i ricorsi; in Pennsylvania la risposta è stata un "nì", stabilendo che quelle schede vengano intanto separate dalle altre. Mentre Trump continuava a sostenere che se il conteggio si fermasse al 3 novembre, nei tre Stati decisivi (Pennsylvania, Wisconsin e Michigan) avrebbe vinto lui.
Per gli americani le battaglie giudiziarie attorno all'elezione del presidente non sono una novità assoluta: nel 2000 la contesa fra Bush e Gore si protrasse per 35 giorni. Quest'ultima vicenda, però, dovrebbe impartirci una lezione - a tutti noi, non solo a loro. Giacché il voto per corrispondenza è stato utile, nell'epoca delle carrozze e dei cavalli; ma adesso viaggiamo sugli aerei. Usiamo la posta elettronica, non quella cartacea. E d'altronde nessuno infilerebbe un fascio di banconote in una busta postale, meglio una transazione per via telematica. Ormai facciamo tutto da remoto, dai convegni alla didattica ai rapporti con la pubblica amministrazione. E allora perché il voto no? Eppure la e-democracy conta già varie esperienze. In Estonia, per esempio, un cittadino su quattro vota attraverso il web. E hanno votato per email i deputati di Bruxelles, nei mesi del lockdown totale. Ha fatto altrettanto il più antico Parlamento al mondo, quello inglese. Mentre in Spagna le votazioni telematiche sono possibili dal 2012.
Si tratta quindi d'estendere agli elettori il mezzo di cui già dispongono gli eletti. D'affiancare allo smart working uno smart voting. Non solo per incentivare il voto: anche per rafforzarne il peso. Difatti questo strumento permette d'esprimere un voto cumulativo, ossia un sistema nel quale ciascuno ha una pluralità di preferenze. Sicché può concentrarle su un unico simbolo o distribuirle fra diverse liste (per esempio: 70 per cento ai verdi, 30 per cento ai gialli), scegliendo, insieme al partito, l'alleanza di governo. Se la tecnologia - nel bene e nel male - governa il nostro tempo, cerchiamo di coglierne i vantaggi.
Sul Venerdì del 20 novembre 2020
Ciò nonostante, arriva adesso il suo successo più rotondo: 102 milioni di voti espressi prima dell'election day, un record. E in gran parte spediti per posta. In tempi di Covid, il voto per corrispondenza si è quindi rivelato un antidoto contro il rischio sanitario di lunghe file ai seggi, o più semplicemente contro l'astensionismo elettorale. Difatti pure l'affluenza complessiva ha segnato un record: oltre 160 milioni di votanti, il 67 per cento dell'elettorato americano. Tuttavia l'early voting non procura soltanto dei vantaggi. In primo luogo, nega la contemporaneità del voto, spegnendo perciò quel che di rituale, se non anche di sacro, s'accompagna alla massima espressione della sovranità popolare. Ma pazienza, dopotutto nemmeno il campionato è più quello d'una volta, con la voce rauca di Ciotti a Tutto il calcio minuto per minuto. Anche le partite sono sfalsate, ci abbiamo fatto il callo, però il callo ancora duole.
Sennonché il vero punto critico sta nella macchinosità del voto postale, che a sua volta genera incertezze. Giacché l'elettore viene costretto a una doppia operazione, infilando la sua scheda in una busta anonima, e inserendo poi quest'ultima in una seconda busta, che dev'essere firmata. Anche lo scrutinio, perciò, diventa alquanto complicato: si dovrà accertare la corrispondenza della firma autografa con la firma detenuta dall'amministrazione; poi aprire le buste esterne separatamente da quelle interne, per tutelare la segretezza del voto; e infine contare materialmente i voti. Da qui la possibilità di errori, se non anche di brogli; cui peraltro negli Usa s'aggiunge un ulteriore fattore d'incertezza. Questo perché in alcuni Stati le schede sono giunte per posta solo dopo l'election day.
Ed ecco allora il dubbio, immediatamente cavalcato dalla folta squadra di legali del presidente uscente: è possibile conteggiare i voti pervenuti dopo il giorno elettorale? È legittimo un voto posticipato? Le prime sentenze sono state biforcute: in Georgia i giudici hanno detto sì, respingendo i ricorsi; in Pennsylvania la risposta è stata un "nì", stabilendo che quelle schede vengano intanto separate dalle altre. Mentre Trump continuava a sostenere che se il conteggio si fermasse al 3 novembre, nei tre Stati decisivi (Pennsylvania, Wisconsin e Michigan) avrebbe vinto lui.
Per gli americani le battaglie giudiziarie attorno all'elezione del presidente non sono una novità assoluta: nel 2000 la contesa fra Bush e Gore si protrasse per 35 giorni. Quest'ultima vicenda, però, dovrebbe impartirci una lezione - a tutti noi, non solo a loro. Giacché il voto per corrispondenza è stato utile, nell'epoca delle carrozze e dei cavalli; ma adesso viaggiamo sugli aerei. Usiamo la posta elettronica, non quella cartacea. E d'altronde nessuno infilerebbe un fascio di banconote in una busta postale, meglio una transazione per via telematica. Ormai facciamo tutto da remoto, dai convegni alla didattica ai rapporti con la pubblica amministrazione. E allora perché il voto no? Eppure la e-democracy conta già varie esperienze. In Estonia, per esempio, un cittadino su quattro vota attraverso il web. E hanno votato per email i deputati di Bruxelles, nei mesi del lockdown totale. Ha fatto altrettanto il più antico Parlamento al mondo, quello inglese. Mentre in Spagna le votazioni telematiche sono possibili dal 2012.
Si tratta quindi d'estendere agli elettori il mezzo di cui già dispongono gli eletti. D'affiancare allo smart working uno smart voting. Non solo per incentivare il voto: anche per rafforzarne il peso. Difatti questo strumento permette d'esprimere un voto cumulativo, ossia un sistema nel quale ciascuno ha una pluralità di preferenze. Sicché può concentrarle su un unico simbolo o distribuirle fra diverse liste (per esempio: 70 per cento ai verdi, 30 per cento ai gialli), scegliendo, insieme al partito, l'alleanza di governo. Se la tecnologia - nel bene e nel male - governa il nostro tempo, cerchiamo di coglierne i vantaggi.
Sul Venerdì del 20 novembre 2020