È in Slovenia l'ultimo dei trumpiani
di Raffaele Oriani , di Raffaele OrianiIl premier Janez Janša è un sovranista che vuole diventare il nuovo Orbán. Non ci riuscirà ma da luglio sarà lui il presidente di turno della Ue
A un certo punto perfino Viktor Orbán ha dovuto congratularsi con Joe Biden e congedarsi da quello che aveva definito il suo "piano A", ovvero la rielezione di Donald Trump. Janez Janša invece, politico di lunghissimo corso e primo ministro sloveno dallo scorso marzo, ha aspettato cinque giorni per ribadire la sua piena collaborazione con gli Usa "a prescindere da chi vinca le presidenziali".
Non è stato il suo unico tweet sulla campagna a stelle e strisce: una settimana prima si era augurato la sconfitta di Biden perché "sarebbe il presidente più debole della storia americana", mentre nella lunga notte elettorale annunciava che "il trionfo di Trump sarà tanto più grande quanto più grandi sono ora le falsità dei media". Di fronte ai tanti indizi di segno contrario, ha poi virato su toni complottisti di chiaro stampo balcanico: "Questi numeri non vi ricordano il 2000 quando Milo…
Non è stato il suo unico tweet sulla campagna a stelle e strisce: una settimana prima si era augurato la sconfitta di Biden perché "sarebbe il presidente più debole della storia americana", mentre nella lunga notte elettorale annunciava che "il trionfo di Trump sarà tanto più grande quanto più grandi sono ora le falsità dei media". Di fronte ai tanti indizi di segno contrario, ha poi virato su toni complottisti di chiaro stampo balcanico: "Questi numeri non vi ricordano il 2000 quando Milo…
A un certo punto perfino Viktor Orbán ha dovuto congratularsi con Joe Biden e congedarsi da quello che aveva definito il suo "piano A", ovvero la rielezione di Donald Trump. Janez Janša invece, politico di lunghissimo corso e primo ministro sloveno dallo scorso marzo, ha aspettato cinque giorni per ribadire la sua piena collaborazione con gli Usa "a prescindere da chi vinca le presidenziali".
Non è stato il suo unico tweet sulla campagna a stelle e strisce: una settimana prima si era augurato la sconfitta di Biden perché "sarebbe il presidente più debole della storia americana", mentre nella lunga notte elettorale annunciava che "il trionfo di Trump sarà tanto più grande quanto più grandi sono ora le falsità dei media". Di fronte ai tanti indizi di segno contrario, ha poi virato su toni complottisti di chiaro stampo balcanico: "Questi numeri non vi ricordano il 2000 quando Miloševic provò a vincere con il 120 per cento?". Più che un leader un cheerleader, che non poteva non attirare l'attenzione delle cancellerie e della stampa continentale: tra i tre perdenti dell'elezione di Trump la rivista Politico ha messo in fila il sodale transatlantico Boris Johnson, il campione populista Orbán e appunto lo sloveno Janša.
Janša guida un Paese di due milioni di abitanti, ed è forse il meno conosciuto tra i leader sovranisti d'Europa. La scorsa estate, in un vertice con lui e con il presidente serbo Aleksandar Vucic, Orbán si è fatto prendere dall'entusiasmo per la nuova triangolazione balcanico-danubiana: "A differenza dei leader occidentali, Janez, Alexandar e io abbiamo combattuto per i nostri popoli, siamo un club speciale di veterani della libertà". Peccato che Alexandar (Vucic) sia soprattutto un veterano della mattanza balcanica degli anni 90. Quanto a Janez (Janša) è davvero uno dei padri fondatori della Slovenia democratica: "Se Tito ha governato la Jugoslavia per 35 anni, Janša domina la scena slovena ormai da trentai, e temo che mi accompagnerà fino alla pensione" ride Grega Repovž, direttore del settimanale libertario Mladina, da sempre in rotta di collisione con il premier.
E sì che proprio a Mladina (Gioventù) Janša mosse i suoi primi, decisivi passi: "Scriveva per noi di affari militari, e nel 1988 l'esercito jugoslavo lo arrestò per possesso di documenti top secret". Janša e i suoi colleghi avevano scoperto i piani d'intervento in caso di insurrezione popolare. Le strade di Lubiana si riempirono di cortei per la loro liberazione, e da quella "primavera slovena" la Jugoslavia non cessò più di disgregarsi: "Anch'io scesi in piazza" dice Repovž, che all'epoca aveva quindici anni. "Non mi pento di averlo fatto, ma oggi Janša incarna una politica autoritaria a cui non dobbiamo assuefarci".
È la terza volta che diventa primo ministro, l'ultima nel 2012 si era dovuto dimettere per accuse di corruzione. Processato, condannato, incarcerato, liberato dalla Corte costituzionale e infine salvato dalla prescrizione, Janša è tornato più forte e populista che mai: "In realtà ha sempre i suoi 250-300mila elettori che gli assicurano il 25-30 per cento dei voti" spiega Marko Lovec, politologo dell'Università di Lubiana. "Alle ultime elezioni del 2018 la sua campagna si è giocata tutta su due temi: il passato da combattente per la libertà e la lotta senza quartiere all'immigrazione". Nei manifesti, anche la grafica era simile alle truculente campagne xenofobe dell'amico Orbán. E oltre alla polpa ideologica, l'entourage del leader ungherese ha fornito anche il soccorso finanziario per le claudicanti sorti dei media vicini al partito di Janša: "Per la Slovenia è un'assoluta novità" fa notare Lovec. "La nostra politica ha sempre gravitato sulla Germania, mentre con Janša si è spostata decisamente verso l'Ungheria, la Serbia e - fino a ieri - gli Stati Uniti di Donald Trump".
È l'internazionale del populismo, rispetto alla quale il caso Janša, o meglio il caso Slovenia, si distingue per un dettaglio fondamentale: "Non ce la farà mai ad avere il consenso di Orbán, di Vucic o del polacco Kaczynski" dice Grega Repovž. "Perché qui non si è sofferto come nel resto dell'Europa orientale: la Jugoslavia non ci ha lasciato quella fame di cose, né quel bisogno di uomini forti che risolvano i problemi al posto nostro".
Si arriva così al paradosso di un leader populista che conquista il potere grazie a fragili accordi parlamentari: "È condannato a governi di coalizione che gli impediscono di avere un impatto profondo sulla nostra società" aggiunge Lovec. "Per quanto radicato nelle zone rurali, il populismo sloveno non può contare sull'abisso tra città e campagna che ha fatto la fortuna di Orbán".
Il governo Janša III è al potere dal 13 marzo, e da allora a Lubiana ogni venerdì migliaia di persone sfidano il Covid per manifestare in bicicletta il loro dissenso. A fine ottobre ventidue direttori di stampa, radio e tv hanno denunciato il clima d'intimidazione fomentato dall'esecutivo. Sembrano le solite scaramucce della "gauche caviar" insofferente verso i barbari al potere. Poi uno legge questo tweet del 2016: "Su Facebook le prostitute in pensione Evgenija C e Mojca PŠ offrono servizi economici, la prima a 30 euro, la seconda a 35". Eugenija Carl e Mojca Pašek Šetinc sono due giornaliste del servizio pubblico radiotelevisivo. Chi scrive è l'attuale primo ministro sloveno. Orfano di Trump, dal primo luglio 2021 assumerà la presidenza semestrale dell'Unione Europea.
Sul Venerdì del 20 novembre 2020
Non è stato il suo unico tweet sulla campagna a stelle e strisce: una settimana prima si era augurato la sconfitta di Biden perché "sarebbe il presidente più debole della storia americana", mentre nella lunga notte elettorale annunciava che "il trionfo di Trump sarà tanto più grande quanto più grandi sono ora le falsità dei media". Di fronte ai tanti indizi di segno contrario, ha poi virato su toni complottisti di chiaro stampo balcanico: "Questi numeri non vi ricordano il 2000 quando Miloševic provò a vincere con il 120 per cento?". Più che un leader un cheerleader, che non poteva non attirare l'attenzione delle cancellerie e della stampa continentale: tra i tre perdenti dell'elezione di Trump la rivista Politico ha messo in fila il sodale transatlantico Boris Johnson, il campione populista Orbán e appunto lo sloveno Janša.
Janša guida un Paese di due milioni di abitanti, ed è forse il meno conosciuto tra i leader sovranisti d'Europa. La scorsa estate, in un vertice con lui e con il presidente serbo Aleksandar Vucic, Orbán si è fatto prendere dall'entusiasmo per la nuova triangolazione balcanico-danubiana: "A differenza dei leader occidentali, Janez, Alexandar e io abbiamo combattuto per i nostri popoli, siamo un club speciale di veterani della libertà". Peccato che Alexandar (Vucic) sia soprattutto un veterano della mattanza balcanica degli anni 90. Quanto a Janez (Janša) è davvero uno dei padri fondatori della Slovenia democratica: "Se Tito ha governato la Jugoslavia per 35 anni, Janša domina la scena slovena ormai da trentai, e temo che mi accompagnerà fino alla pensione" ride Grega Repovž, direttore del settimanale libertario Mladina, da sempre in rotta di collisione con il premier.
E sì che proprio a Mladina (Gioventù) Janša mosse i suoi primi, decisivi passi: "Scriveva per noi di affari militari, e nel 1988 l'esercito jugoslavo lo arrestò per possesso di documenti top secret". Janša e i suoi colleghi avevano scoperto i piani d'intervento in caso di insurrezione popolare. Le strade di Lubiana si riempirono di cortei per la loro liberazione, e da quella "primavera slovena" la Jugoslavia non cessò più di disgregarsi: "Anch'io scesi in piazza" dice Repovž, che all'epoca aveva quindici anni. "Non mi pento di averlo fatto, ma oggi Janša incarna una politica autoritaria a cui non dobbiamo assuefarci".
È la terza volta che diventa primo ministro, l'ultima nel 2012 si era dovuto dimettere per accuse di corruzione. Processato, condannato, incarcerato, liberato dalla Corte costituzionale e infine salvato dalla prescrizione, Janša è tornato più forte e populista che mai: "In realtà ha sempre i suoi 250-300mila elettori che gli assicurano il 25-30 per cento dei voti" spiega Marko Lovec, politologo dell'Università di Lubiana. "Alle ultime elezioni del 2018 la sua campagna si è giocata tutta su due temi: il passato da combattente per la libertà e la lotta senza quartiere all'immigrazione". Nei manifesti, anche la grafica era simile alle truculente campagne xenofobe dell'amico Orbán. E oltre alla polpa ideologica, l'entourage del leader ungherese ha fornito anche il soccorso finanziario per le claudicanti sorti dei media vicini al partito di Janša: "Per la Slovenia è un'assoluta novità" fa notare Lovec. "La nostra politica ha sempre gravitato sulla Germania, mentre con Janša si è spostata decisamente verso l'Ungheria, la Serbia e - fino a ieri - gli Stati Uniti di Donald Trump".
È l'internazionale del populismo, rispetto alla quale il caso Janša, o meglio il caso Slovenia, si distingue per un dettaglio fondamentale: "Non ce la farà mai ad avere il consenso di Orbán, di Vucic o del polacco Kaczynski" dice Grega Repovž. "Perché qui non si è sofferto come nel resto dell'Europa orientale: la Jugoslavia non ci ha lasciato quella fame di cose, né quel bisogno di uomini forti che risolvano i problemi al posto nostro".
Si arriva così al paradosso di un leader populista che conquista il potere grazie a fragili accordi parlamentari: "È condannato a governi di coalizione che gli impediscono di avere un impatto profondo sulla nostra società" aggiunge Lovec. "Per quanto radicato nelle zone rurali, il populismo sloveno non può contare sull'abisso tra città e campagna che ha fatto la fortuna di Orbán".
Il governo Janša III è al potere dal 13 marzo, e da allora a Lubiana ogni venerdì migliaia di persone sfidano il Covid per manifestare in bicicletta il loro dissenso. A fine ottobre ventidue direttori di stampa, radio e tv hanno denunciato il clima d'intimidazione fomentato dall'esecutivo. Sembrano le solite scaramucce della "gauche caviar" insofferente verso i barbari al potere. Poi uno legge questo tweet del 2016: "Su Facebook le prostitute in pensione Evgenija C e Mojca PŠ offrono servizi economici, la prima a 30 euro, la seconda a 35". Eugenija Carl e Mojca Pašek Šetinc sono due giornaliste del servizio pubblico radiotelevisivo. Chi scrive è l'attuale primo ministro sloveno. Orfano di Trump, dal primo luglio 2021 assumerà la presidenza semestrale dell'Unione Europea.
Sul Venerdì del 20 novembre 2020