Quando le cose non le hai, che ne comprendi meglio il valore. E non solo quello: è in fondo l’assenza a connotare la presenza, per cui uno spazio vuoto racconta molto più di quanto si possa immaginare. Ebbene, in questo autunno in cui il teatro tace per prescrizione sanitaria, viene naturale porsi alcune domande su questo rito antico eppure spesso bistrattato, connaturato profondamente all’essere umano ma esposto da secoli alla gogna se non addirittura al rogo. Sai che c’è? Chi se ne importa.
Da sempre il teatro vince lui, ci hanno provato in mille modi a stroncarlo, lui si rialza come l’araba fenice. Perché alla fine il teatro è la sua contraddizione, è il suo essere materia mirabile e schifosa, sublime e sudicia, e di questo chiaroscuro continuo si ciba e per paradosso si rafforza. È da sempre così, non è una novità. Più viene screditato, più se ne rilevano i limiti e le miserie, e più il teatro si riscatta proprio nella sua zona d’ombra.
Pensate a questa pandemia, che dello spettacolo dal vivo ha denunciato i rischi inaccettabili di assembramento, di contiguità fisica, di pericolose emissioni di aerosol virali, aloni pestiferi e sciami patogeni: cos’è se non la dichiarazione straordinaria della forza intrinseca del teatro, del suo essere fatto di corpi, di voci, di un’umanità che sul palco racconta e una in platea che si fa incantare? Qui sta la ricetta del teatro, nel suo essere cosa vera, concretissima, semplicissima, perfino elementare.
Qualcuno la chiami pure fragilità, se vuole, io per parte mia non riesco a non leggerla come un monumento. E guardate che da secoli il teatro si regge su questo paradigma, da secoli si fonda sulla capacità dell’uomo di emozionare un altro uomo, punto e basta.
Si racconta che il grande attore Edmund Kean andò una volta a esibirsi in Canada con una tragedia di William Shakespeare. Una sera, prima di entrare in scena, lo avvisarono che non si preoccupasse se vedeva seduti in platea degli strani figuri agghindati con piume e collane, erano i rappresentanti della locale riserva indiana, i cosiddetti Uroni. Qualcuno aggiunse che quell’abitudine di farli partecipare alle repliche del “nostro” repertorio occidentale era una patentata sciocchezza, perché gli Uroni erano un drappello ridicolo di idioti, certo incapaci di apprezzare la purezza dei versi del Bardo. Tant’è.
Alla fine dello spettacolo, quando Kean uscì per strada dai camerini, vide due uomini che lo attendevano sotto la luce di un lampione. Erano proprio loro, gli Uroni. Uno dei due si fece timidamente avanti, e parlando a nome di tutti, propose a Kean di assumere il ruolo onorifico di capotribù, «perché quello che lei ha fatto stasera ci ha toccati nell’anima come un incantesimo, come un sortilegio, come qualcosa che sta al di là delle normali capacità dell’uomo…». Kean era esterrefatto, accettò il grande onore, e per gli anni che gli restarono egli sommò a tanti riconoscimenti quello che forse era il più inatteso, tanto più che gli era stato conferito anche un nome “di battaglia” più che mai evocativo come Alanienouidet, ovvero “colui che grida nella tempesta”.
Quante volte ho ripensato a questo episodio. Lo faccio ogni volta che vedo recitare un attore, ogni volta che sento risuonare le parole che ho scritto: la forza del teatro sta tutta lì, in quell’essere un luogo dove “si grida nella tempesta”, perché c’è sempre una bufera in corso, fuori dalla porta del teatro, c’è sempre una minaccia, c’è sempre una spada di Damocle che ci fa sentire creature in precario equilibrio sul ciglio del baratro, ed è proprio da qui che trae senso il gesto dell’uomo di mettersi a nudo e raccontare, prendere un personaggio, narrarne la storia.
Ed ecco, il miracolo si compie così, quando un essere umano rompe la barriera della propria identità circoscritta (e gelosa) per inondare gli altri, per dirsi agli altri, per consegnarsi agli altri affinché il flusso dell’umanità si metta in movimento. Mi disse una volta Peter Brook che la differenza fra uno stagno e un lago sta nel fatto che l’acqua del secondo non è mai ferma, entra ed esce, ed è questo a proibire che si formino alghe e miasmi. Brook concludeva che il teatro ha la stessa funzione: fa circolare idee, emozioni, visioni, immagini. Ebbene, gli spauriti Uroni di quella sera canadese avevano compreso questo, e ne erano rimasti talmente colpiti da ritenerla una manifestazione sovrumana, quasi stregonesca. Era viceversa quanto di più umano si possa concepire. Una delle ragioni per cui l’attore nel medioevo veniva condannato al rogo, era il suo “mutarsi in altro da sé”: cos’è questo, mi chiedo, se non il punto più alto e generoso di un’arte umanissima?
Uscire da chi sono, diventare altro, entrare nel diverso, cambiare punti di vista, postura, voce. Io la chiamo umanità, allo stato puro.
Sul Venerdì del 27 novembre 2020
Da sempre il teatro vince lui, ci hanno provato in mille modi a stroncarlo, lui si rialza come l’araba fenice. Perché alla fine il teatro è la sua contraddizione, è il suo essere materia mirabile e schifosa, sublime e sudicia, e di questo chiaroscuro continuo si ciba e per paradosso si rafforza. È da sempre così, non è una novità. Più viene screditato, più se ne rilevano i limiti e le miserie, e più il teatro si riscatta proprio nella sua zona d’ombra.
Pensate a questa pandemia, che dello spettacolo dal vivo ha denunciato i rischi inaccettabili di assembramento, di contiguità fisica, di pericolose emissioni di aerosol virali, aloni pestiferi e sciami patogeni: cos’è se non la dichiarazione straordinaria della forza intrinseca del teatro, del suo essere fatto di corpi, di voci, di un’umanità che sul palco racconta e una in platea che si fa incantare? Qui sta la ricetta del teatro, nel suo essere cosa vera, concretissima, semplicissima, perfino elementare.
Qualcuno la chiami pure fragilità, se vuole, io per parte mia non riesco a non leggerla come un monumento. E guardate che da secoli il teatro si regge su questo paradigma, da secoli si fonda sulla capacità dell’uomo di emozionare un altro uomo, punto e basta.
Si racconta che il grande attore Edmund Kean andò una volta a esibirsi in Canada con una tragedia di William Shakespeare. Una sera, prima di entrare in scena, lo avvisarono che non si preoccupasse se vedeva seduti in platea degli strani figuri agghindati con piume e collane, erano i rappresentanti della locale riserva indiana, i cosiddetti Uroni. Qualcuno aggiunse che quell’abitudine di farli partecipare alle repliche del “nostro” repertorio occidentale era una patentata sciocchezza, perché gli Uroni erano un drappello ridicolo di idioti, certo incapaci di apprezzare la purezza dei versi del Bardo. Tant’è.
Alla fine dello spettacolo, quando Kean uscì per strada dai camerini, vide due uomini che lo attendevano sotto la luce di un lampione. Erano proprio loro, gli Uroni. Uno dei due si fece timidamente avanti, e parlando a nome di tutti, propose a Kean di assumere il ruolo onorifico di capotribù, «perché quello che lei ha fatto stasera ci ha toccati nell’anima come un incantesimo, come un sortilegio, come qualcosa che sta al di là delle normali capacità dell’uomo…». Kean era esterrefatto, accettò il grande onore, e per gli anni che gli restarono egli sommò a tanti riconoscimenti quello che forse era il più inatteso, tanto più che gli era stato conferito anche un nome “di battaglia” più che mai evocativo come Alanienouidet, ovvero “colui che grida nella tempesta”.
Quante volte ho ripensato a questo episodio. Lo faccio ogni volta che vedo recitare un attore, ogni volta che sento risuonare le parole che ho scritto: la forza del teatro sta tutta lì, in quell’essere un luogo dove “si grida nella tempesta”, perché c’è sempre una bufera in corso, fuori dalla porta del teatro, c’è sempre una minaccia, c’è sempre una spada di Damocle che ci fa sentire creature in precario equilibrio sul ciglio del baratro, ed è proprio da qui che trae senso il gesto dell’uomo di mettersi a nudo e raccontare, prendere un personaggio, narrarne la storia.
Ed ecco, il miracolo si compie così, quando un essere umano rompe la barriera della propria identità circoscritta (e gelosa) per inondare gli altri, per dirsi agli altri, per consegnarsi agli altri affinché il flusso dell’umanità si metta in movimento. Mi disse una volta Peter Brook che la differenza fra uno stagno e un lago sta nel fatto che l’acqua del secondo non è mai ferma, entra ed esce, ed è questo a proibire che si formino alghe e miasmi. Brook concludeva che il teatro ha la stessa funzione: fa circolare idee, emozioni, visioni, immagini. Ebbene, gli spauriti Uroni di quella sera canadese avevano compreso questo, e ne erano rimasti talmente colpiti da ritenerla una manifestazione sovrumana, quasi stregonesca. Era viceversa quanto di più umano si possa concepire. Una delle ragioni per cui l’attore nel medioevo veniva condannato al rogo, era il suo “mutarsi in altro da sé”: cos’è questo, mi chiedo, se non il punto più alto e generoso di un’arte umanissima?
Uscire da chi sono, diventare altro, entrare nel diverso, cambiare punti di vista, postura, voce. Io la chiamo umanità, allo stato puro.
Sul Venerdì del 27 novembre 2020