Il Venerdì

Gli scienziati del Sud che fecero l'Italia

I grandi scienziati del Sud in un'illustrazione di Ale+Ale 
Dalla chimica Maria Bakunin a Stanislao Cannizzaro, che trovò un metodo per pesare gli atomi, a Filomena Nitti, che meritava il Nobel. Quattordici storie quasi dimenticate. E da ricordare
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Si comincia con un impiccato, poi si passa ad anarchici che arrivano in Italia e antifascisti che ne fuggono, eroine che salvano biblioteche o aiutano partigiani, suicidi, arresti ingiusti, grandi speranze e grandi delusioni. Sembra la trama di un romanzo, invece sono le storie di 14 grandi scienziati del Sud d'Italia, alcuni quasi dimenticati, o addirittura sconosciuti al grande pubblico, raccontate da altri scienziati o giornalisti. Le ha raccolte in Mezzogiorno di scienza (Dedalo) il giornalista e divulgatore scientifico Pietro Greco. "Volevamo ricordare" dice "che anche nel Meridione sono nati grandi scienziati, che hanno dato, attraverso la loro opera, un importante contributo al progresso delle loro terre e di tutta l'Italia".

La prima storia è anche la più drammatica: quella del medico e botanico napoletano Domenico Cirillo, nato nel 1739, raccontata dallo storico della scienza Francesco Paolo de Ceglia, dell'Università di Bari. "Diventò professore di botanica, allora studiata solo a fini medici, a 21 anni, arrivando a dimostrare che anche le piante si riproducono sessualmente, concetto sconvolgente per l'epoca"  ricorda De Ceglia. "Quando nel 1799 nacque a Napoli la napoleonica Repubblica Partenopea, Cirillo diventò presidente della Commissione legislativa. Ma di lì a pochi mesi, con la riconquista borbonica, gli esponenti più in vista della Repubblica, fra cui Cirillo, finirono impiccati". Con lui fu uccisa buona parte dell'élite progressista meridionale.

"Nei decenni successivi Napoli tornò però a essere uno dei maggiori centri culturali europei, con istituzioni uniche come l'Osservatorio Vesuviano, il primo centro di vulcanologia al mondo" ricorda Greco. "Ma il resto del Regno era ben più arretrato: oltre a quella napoletana, esistevano solo due altre Università, a Catania e Palermo". E proprio in quest'ultimo ateneo studiò Stanislao Cannizzaro, nato nel 1826, uno dei più importanti chimici teorici del XIX secolo. "Anche lui, però, rischiò di fare la fine di Cirillo" ricorda Greco, che ne racconta la vicenda. "Nel 1848 venne eletto deputato dell'Assemblea del Regno di Sicilia, ribelle a quello di Napoli. Quando tornarono i  Borbone fu condannato a morte, ma riuscì a fuggire in Francia e poi in Piemonte".  Lì Cannizzaro entrò in contatto con le nuove teorie circolanti in Europa, e le riordinò. "Nel suo Sunto di filosofia chimica, chiarì la differenza fra atomi e molecole e fornì un metodo preciso per calcolare i pesi di entrambi, insomma pose le basi su cui poggia la chimica moderna, che poi Mendeleev avrebbe usato per costruire la sua tavola periodica".

Dopo l'Unità d'Italia il Sud si apre all'Europa, ed è così che finisce a Napoli Maria Bakunin, nata in Siberia  nel 1873, figlia di Antonia Kwiatkowska e, ufficialmente, del rivoluzionario russo  Michail Bakunin, ma in realtà dell'avvocato anarchico napoletano Carlo Gambuzzi. Dopo la morte di Bakunin, Antonia porta la figlia a vivere a Napoli con il vero padre. "Lì Maria sarebbe diventata la prima italiana laureata in chimica, e poi la prima professoressa e ricercatrice di spicco, per i suoi studi su chimica organica e fotochimica, importanti per la nascente industria farmaceutica" racconta nel libro Corinna Guerra, storica della scienza all'Università di Bari. Maria Bakunin, donna dal carattere di ferro, riuscì anche a salvare la biblioteca della sua facoltà dai soldati tedeschi che volevano bruciarla per vendetta dopo l'8 settembre 1943: si sedette in mezzo ai libri e rifiutò di andarsene, fino a che i soldati desistettero.

Era suo nipote, figlio di sua sorella Sofia, Renato Caccioppoli, geniale matematico napoletano e antifascista, che morì suicida nel 1959. Non è stato invece ancora chiarito se si uccise o no il fisico teorico siciliano Ettore Majorana, misteriosamente scomparso nel 1938. Di entrambi si narra nel libro, ma qui preferiamo dedicare più spazio ad altri illustri, sconosciuti o quasi.

Chi ricorda per esempio Filomena Nitti-Bovet, nata a Napoli nel 1906 e figlia del politico Francesco Saverio Nitti, fra i pochi a opporsi al governo Mussolini nel 1922? Il fascismo isolò la scienza italiana dal mondo e indusse la fuga dal Paese di parte dell'élite intellettuale, famiglia Nitti compresa, impoverendolo. "Completati gli studi di biochimica a Parigi, Filomena sposò lo svizzero Daniel Bovet e da allora firmò con lui fondamentali ricerche su sulfamidici e antistaminici, oltre ad aiutare i partigiani con forniture di medicinali" ricorda Francesca Buoninconti, naturalista e giornalista scientifica di Rai Radio3. "Dopo la guerra tornò in Italia con Bovet, e pubblicarono insieme importanti ricerche sul sistema nervoso e sull'uso del curaro in anestesiologia. Filomena Nitti-Bovet non condivise però il Nobel che fu assegnato al marito nel 1957, ignorata come tante altre donne di scienza del passato".

"Diversi scienziati meridionali, come i palermitani Domenico Marotta, farmacologo, o i fisici Mauro Picone ed Eduardo Caianiello, tutti e tre nel libro, si adoperarono per fare della scienza uno strumento per la rinascita culturale ed economica del Paese: il primo tentando di creare un'industria farmaceutica pubblica, il secondo portando i primi calcolatori elettronici in Italia, il terzo sviluppando la cibernetica, da cui sarebbero derivati robot e intelligenza artificiale" ricorda Greco.


Il chimico napoletano Francesco Giordani, nato nel 1896, che sotto il fascismo si era occupato di rendere autarchica l'industria della carta e poi divenne presidente dell'Iri e del Cnr,  fu "ripescato" dopo la guerra per le sue eccezionali doti di scienziato-manager. "Inviato negli Usa per trattare gli aiuti alla ricostruzione industriale, riuscirà a farli arrivare copiosi, con oltre la metà destinata al Mezzogiorno, contribuendo così a ricostruire e migliorare le sue infrastrutture" ricorda Gaetano Prisciantelli, giornalista Rai, che ne racconta la storia. Svolto quel compito, Giordani, così come l'ingegnere napoletano Felice Ippolito, anche lui in Mezzogiorno di scienza, individuò nel nucleare una tecnologia all'avanguardia, con la quale rendere il Paese meno dipendente dall'importazione del petrolio. "Riesce a fa arrivare in Italia i primi reattori, ma poi, in seguito a polemiche politiche, si deve dimettere dal Comitato nazionale per le Ricerche nucleari, che aveva creato, e decide di tirarsi fuori dalla mischia nazionale, collaborando alla fondazione dell'Euratom". Resta invece Ippolito, che nel 1964 viene arrestato dopo  campagne politiche e di stampa su sue presunte malversazioni: così il programma nucleare italiano sarà ritardato di vent'anni e partirà veramente solo alla vigilia del disastro di Chernobyl, che ne decreterà la fine.


"Nei primi anni Sessanta abortiscono diversi tentativi di  far diventare l'Italia una potenza tecnico-scientifica indipendente energeticamente. Enrico Mattei, fondatore dell'Eni, cade con il suo aereo, la morte prematura di Adriano Olivetti tarpa le ali all'elettronica, e, come Ippolito, viene arrestato Marotta, con l'accusa infamante di irregolarità amministrative (sarà assolto in appello). Furono coincidenze o ci fu un disegno per relegare l'Italia a produttrice di soli beni a bassa o media tecnologia? Sia come sia, quello stallo impedì la nascita al Sud di un tessuto economico moderno, costituito anche di industrie hi-tech capaci di interagire con la ricerca locale, dando finanziamenti e lavoro agli scienziati. E così il Meridione ancora oggi continua a sfornare ottimi ricercatori, che però non possono fare altro che andarsene altrove a lavorare". Conclude Greco: "Forse l'unico modo per uscirne sarebbe finanziare direttamente startup di giovani scienziati, che potrebbero affermarsi e costruire quel tessuto economico virtuoso che finora è mancato".

Sul Venerdì del 4 dicembre 2020