L'Isotta Fraschini aveva scelto di andare in panne a Sofia. Il pezzo di ricambio doveva venire da Milano; Marinetti, inviato per un giornale francese sul fronte della guerra bulgaro-turca, arrivò a Adrianopoli – piazzaforte del Gran Sultano – su un carro di buoi. Era il 1912; l’anno prima, inviato per la presa della Libia, deluso dal nostro «stupido umanitarismo coloniale» (uomini inchiodati agli alberi, rappresaglie feroci), aveva dichiarato: «Ho finito le camicie, e me ne vado».
Ora invece la battaglia di Adrianopoli gli diede grandi soddisfazioni, e la descrisse sterminando la sintassi in un capolavoro futurista: «patatatraaaaak zumb-tumb obice turco sul ponte turbine sangue-mitraglia-visceri». «Finalmente finalmente» nasceva la poesia, così con le parole libere, accostate «senza fili», senza nessi, veloci come la civiltà «accorciata dagli aerei». «Turchi colpi d’ascia lampi azzurri tza tzu tza tzu»: Zang Tumb Tumb è il più chiassoso viaggio d’autore del Novecento. (Rumori simili – «Toc…toc…toc…tac...» – sentirà un altro grande viaggiatore, Nicolas Bouvier, anche lui in Turchia, ma negli anni Cinquanta: ne scrive in La polvere del mondo, ora in libreria. Bouvier teme che la sua Topolino sia in panne. Invece sono i «piccoli colpi concitati» delle tartarughe maschio, che nei loro amori d’autunno urtano i carapaci delle compagne; sono più piccoli delle femmine, e tanti, che la pianura ne è nera; Bouvier con l’altro passeggero non riesce neppure a sentirsi).
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Zang Tumb Tumb Marinetti lo recitò in tournée; in smoking e tutto congestionato, si rinfrescava la faccia nel lavabo del Café Royal di Londra quando intimò a Wyndham Lewis, il futuro vorticista: «Confessi: lei è futurista»; lo dichiarò anche, sull’Observer. Lewis con gli amici dell’avanguardia inglese gli scatenò contro una spedizione punitiva, fortunata grazie al filosofo Hulme, un gigante che i rivali li appendeva a testa in giù alle cancellate
di Soho. Per Marinetti, tutta pubblicità; le cose si misero male anche coi futuristi russi, a Mosca; presto Majakovskij leggerà sulla Pravda che Marinetti stava ormai con i controrivoluzionari fascisti: possibile? Possibile.
Ma su un confratello futurista Marinetti aveva ragione: Tacito. Tradusse, nel 1928, la Germania; gli era sembrato di respirare la Foresta Nera, e quella concinnitas era la stessa concisione futurista: i Germani sono separati dai Daci dai monti (montibus) o dalla reciproca paura (mutuo metu). Impossibile restituire i suoni mirabili di Tacito, ma la velocità, sì. Gramsci in carcere ebbe il tempo di trovare alla traduzione un paio di «sfondoni».
Sul Venerdì dell'11 dicembre 2020
Zang tumb tumb: la guerra di Marinetti
di Daria Galateria
ORA D'ARIA Il padre del futurismo in macchina al fronte