Il Venerdì

Uniti (o quasi) contro Bezos

Roma 27 novembre 2020, alcuni aderenti al cosiddetto movimento “mascherine tricolori” manifestano contro Amazon davanti alla Camera dei Deputati (Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images)
Roma 27 novembre 2020, alcuni aderenti al cosiddetto movimento “mascherine tricolori” manifestano contro Amazon davanti alla Camera dei Deputati (Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images) 
Dal sovranista Salvini a Greenpeace, dalle pistolettate “anarchiche” agli studenti di Scomodo. Viaggio nella (per ora) piccola Italia che vorrebbe boicottare quel colosso chiamato Amazon
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Allora, faccia un passo avanti chi combatte il Moloch. Uno – però è anonimo – ha fatto una catena di sant’Antonio su WhatsApp, e mandato messaggi così: “Non foraggiare la sanguisuga Amazon. Compra italiano! Fai girare, incollalo ovunque!”, eccetera. Chi è? Boh, il copia e incolla fa perdere le tracce dell’autore originario, per il quale la sola cosa importante è incollare e sparare a zero sulla multinazionale. Poi, ci sono quelli che sparano davvero, come è successo a fine novembre al centro logistico di Torrazza Piemonte. Succede che un cecchino ogni tanto prenda di mira il capannone, e spari, sul serio. Il 15 febbraio un proiettile ha preso di striscio un ragazzo di vent’anni, dipendente di una impresa fornitrice. Dopo qualche giorno, hanno trovato tre proiettili in un bagno del centro. Nuovi spari ad aprile, rivendicati da un sito anarchico, per arrivare all’episodio del 23 novembre, e speriamo che smetta, o che lo prendano.

Per fortuna, non ci sono solo gli spara-spara, tra le pattuglie che si oppongono ad Amazon, ma agiscono in modo per forza sparpagliato, appartenendo a idee, anime, umani così diversi, e persino nemici tra loro. Però, assai determinati, e pronti alla pugna, se serve. E perdonate la metafora guerresca, ma su quella stessa trincea c’è Matteo Salvini – ex leader attualmente in forte ribasso – e c’è una onorata organizzazione come Greenpeace.

Altrove, nel mondo, esiste un movimento più largo, guidato da alfieri famosi. A Parigi la sindaca Hidalgo, e la prima cittadina di Barcellona, Ada Colau. A New York la deputata dem Alexandria Ocasio-Cortez, con vari seguiti di movimenti, cittadini e petizioni indignate. Ma sulla piazza italiana si presentano in pochini, e il campione più noto degli anti-Amazon resta comunque Salvini, che pure ha fatto addirittura un passetto indietro. Più che una battaglia, la sua è stata una scaramuccia. Come diceva il proverbio? “Furia francese, ritirata spagnola”. Il 18 novembre l’ex ministro annunciava di aver fatto un sondaggio su Amazon, «in poco tempo hanno votato in 50 mila» (urca). «Il 61 per cento dice no, i regali li compro sotto casa, piuttosto che con un clic». E lui pure, «mai usato Amazon, per mia scelta. Ma i miei figli sì», ammettendo quindi che il colosso della vendita online ha ormai messo un piede, o due, in casa sua.

Nel frattempo, da paladino di molti piccoli commercianti quale è, ha affrontato via Zoom la country manager di Amazon Italia, Mariangela Marsiglia, con «un pacchetto di proposte concrete finalizzato a tutelare il Made in Italy, i negozi, gli artigiani, le piccole e medie imprese». Poi, non si è più saputo niente, Natale è infine arrivato e molti salvinisti hanno comprato su Amazon la felpa “Buon Natale solo agli italiani”, con Salvini-Babbo Natale sulla ruspa (29,95 euro), la t-shirt “Bergamo Padania” da 14,99, o le mascherine con il tricolore. Tutta roba che una volta si trovava sulle bancarelle delle sagre, ormai vietate per via della pandemia. Ma adesso, se proprio vuoi regalare una bandiera con il sole delle Alpi, dove la trovi, se non su Amazon?

E bisogna anche dire che nella classifica Scienze politiche di Amazon (e al secondo posto di quella generale) c’è Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione, di tale Alex Green (un genio, chiunque sia): un libro di 110 pagine, tutte bianche. Chi lo sta comprando a man bassa, per solo 6,99 euro? Gli anti-Salvini, naturalmente, ma in quella truppa c’è di sicuro anche qualche leghista convinto, che lo fa spedire agli amici senza sapere quello che non contiene.

D’altra parte, i libri della sindaca di Parigi sono anche in vendita sul sito da lei fermamente osteggiato, nonostante abbia sottoscritto la petizione #NoelSansAmazon, assieme all’ex ministra dell’Ambiente Delphine Batho, l’associazione delle librerie francesi, e Greenpeace Francia. «Lo dico ai parigini: non comprate libri su Amazon, che è la morte delle nostre librerie e della nostra vita di quartiere», aveva detto lei, autrice di Respirer (5,99 in formato Kindle) e di Mon combat pour Paris (13,99, scontato).

Forse di quel sito nessuno può più fare a meno, neanche la Ocasio-Cortez, che pure  ha accusato la multinazionale di pagare «stipendi da fame», attaccato Bezos, criticato il piano per un nuovo polo a Long Island, ma se uno vuole comprarsi la maglietta con il suo simbolo AOC (16,99 euro), dove la trova, finita la campagna elettorale che l’ha riconfermata al suo posto?

L’Italia, a parte i sovranisti, ha persone diciamo più coerenti, e impegnate. I giovani giornalisti del mensile Scomodo, uno dei fondatori si chiama Tommaso Salaroli e dice: «Non penso che il mondo sarebbe migliore se non ci fosse Amazon. Penso che lo sarebbe se ci fossero politiche che limitano il consumo e l’impatto ambientale di chi produce su così vasta scala. Poi, i lavoratori vanno tutelati, e va detto che il problema è globale». A fine novembre alcuni attivisti si sono presentati a Colleferro, dove c’è un nuovissimo stabilimento Amazon, e hanno fatto una pacifica azione di protesta che è consistita in questo: mille scatole con il noto logo – un sorriso, ma potrebbe anche sembrare un ghigno beffardo – che dall’alto formavano una scritta: “Compra meglio”, per denunciare “il modello consumista e inquinante a ridosso del Black Friday e del periodo natalizio”. «Bisogna promuovere uno stile di consumo più sostenibile per l’ambiente», dice Salaroli, dopodiché aggiunge: «È vero che loro danno lavoro, fanno girare l’economia, e anche i piccoli commercianti possono vendere le loro merci». Ma inquinano, e questa è già una buona ragione per contestare il modello.

«La nostra non è una campagna di boicottaggio» spiega Chiara Campione, responsabile unità Corporate e consumi di Greenpeace Italia. «Noi denunciamo i limiti del commercio online in modalità instant delivery, a favore del commercio di prossimità, che va privilegiato». Nessun imbarazzo a ritrovarsi dalla stessa parte della barricata, assieme ai sovranisti che difendono i piccoli negozianti, perché «noi siamo un’organizzazione totalmente indipendente, e non c’è bisogno di essere salviniani per denunciare un modello di business predatorio verso il mondo» (e soprattutto, Greenpeace non si presenta alle elezioni). «Produciamo e consumiamo troppo, quando ci sono alternative sostenibili», Campione pensa «alla città dei 15 minuti, come Parigi, dove in bici o a piedi trovi tutto quello di cui hai bisogno, e i servizi». Perciò le campagne come #NataleSenzaAmazon, e l’adesione a quella internazionale #MakeAmazonPay, con unioni sindacali, dipendenti della multinazionale e altri esponenti progressisti, perché Amazon paghi le tasse là dove produce, e rispetti i diritti dei lavoratori. Resta prioritaria però la componente ambientalista: «Amazon non ha mai preso l’impegno per decarbonizzare il suo modello di business, e così genera milioni di tonnellate di rifiuti». Poi, c’è il meccanismo del reso, «e lì abbiamo dimostrato che quando noi rendiamo un oggetto, questo non viene riciclato, ma distrutto. Non è sconcertante?». In effetti. Così, viene da pensare che su questo fronte, impegnato e non opportunista, possa nascere a breve un movimento vero. Nell’attuale scenario italiano del compra-compra e del butta-butta, sarebbe quasi una rivoluzione, e mica solo a Natale.

Sul Venerdì del 24 dicembre 2020