Il Venerdì

La carica dei vaccini: attacco al virus

Il laboratorio Catalent di Anagni dove si produce il vaccino anti Covid-19 di Astra-Zeneca (Getty Images)
Il laboratorio Catalent di Anagni dove si produce il vaccino anti Covid-19 di Astra-Zeneca (Getty Images) 
Non solo Pfizer, o gli altri più noti Astra-Zeneca, Moderna... Già pronte, in arrivo o in prova sugli animali ci sono oltre duecento preparazioni. Ecco come sono prodotte e cosa promettono
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«Quando un lieve fremito di speranza apparve, il dominio della peste finì» scriveva Albert Camus nella Peste. La speranza, nell’attuale “pestilenza” da Sars-Cov-2, si chiama vaccino, e inizierà a concretizzarsi, con l’inizio della vaccinazione di massa della popolazione. Ma con quali vaccini? Oltre ai più noti, Pfizer-BioNtech, Astra-Zeneca e Moderna, c’è una massa di altre formulazioni: secondo l’Oms ce ne sono 58 in fase di test su uomini o di uso iniziale e altri 164 in prova su animali. Uno sforzo di ricerca senza precedenti. «Alla base di tutti, però, c’è sempre la stessa idea: inserire nell’organismo parti del patogeno, gli antigeni, per scatenare una reazione immunitaria preventiva contro di esso» ci spiega Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr. «A cambiare sono i modi in cui l’antigene è prodotto e introdotto, che ogni azienda o istituto di ricerca ha declinato secondo le proprie esperienze».


«Il modo più diretto per fare un vaccino è quello usato fin dai tempi di Pasteur: si inietta il virus, dopo averlo inattivato» dice Stefania Di Marco, direttore scientifico di Advent, gruppo Irbm, che collabora alla realizzazione del vaccino Astra-Zeneca. «Così hanno fatto le cinesi Sinopharm e Sinovac, i cui vaccini sono stati i primi a essere usati su larga scala, e l’indiana Bharat Biotech. Per prepararli si moltiplicano i virus in colture di cellule animali, li si filtra e purifica e infine li si uccide con il calore o disinfettanti. Questo metodo produce un vaccino efficace, ma non è stato seguito da altri perché lavorare direttamente con il pericoloso Sars-Cov-2 non è privo di rischi».


Rischi che in molti casi, come per i vaccini Sputnik V, della russa Gamaleya, Astra-Zeneca, Johnson&Johnson e  l’italiano ReiThera-Spallanzani, sono stati evitati usando “cavalli di Troia” virali. «In sintesi si rimuove da degli adenovirus, comuni virus respiratori, il gene E1, fondamentale per la riproduzione, sostituendolo con quello della proteina Spike, quella che il Sars-Cov-2 usa per entrare nelle cellule» spiega Di Marco. «Questi virus modificati mantengono la capacità di entrare nelle cellule e di inserirvi il loro Dna, ma non si possono riprodurre. In compenso la cellula infettata inizia a produrre la proteina Spike, scatenando una forte risposta immunitaria contro il Sars-Cov-2».


Il metodo ha prodotto risultati variabili: si va dal vaccino Astra-Zeneca, risultato efficace al 62 o al 90 per cento (a seconda che la prima delle due dosi sia intera o dimezzata) allo Sputnik V, che pare sia efficace al 90 per cento. «Una possibile spiegazione delle differenze nei risultati è che noi abbiamo contato anche i vaccinati infettati ma rimasti asintomatici, mentre ci risulta che altri abbiano considerato solo quelli con sintomi, ovviamente molti di meno» dice Di Marco. Non è chiaro neanche perché mezza dose del vaccino Astra-Zeneca sia risultata più efficace di quella intera: può darsi che induca una reazione immunitaria meno forte contro il virus vettore, facendone entrare di più nelle cellule.


L’italiano ReiThera-Spallanzani usa un adenovirus di gorilla (Astra-Zeneca uno di scimpanzé): «Stiamo concludendo la prima fase dei test» dice Enrico Girardi, capo epidemiologo dell’Ospedale Spallanzani di Roma, «e siamo ottimisti: sembra che il preparato, a differenza di quasi tutti gli altri, sia efficace anche con una sola dose, cosa preziosa quando devi vaccinare milioni di persone. I test successivi si svolgeranno in Italia nei prossimi mesi e, se tutto andrà bene, il vaccino sarà disponibile nella seconda metà del 2021».

Il “virus di Troia”, sembrava già una buona idea, ma c’è chi ha fatto a meno anche di quello. «Quando una cellula deve produrre una proteina, crea una piccola molecola, chiamata mRna, l’Rna messaggero, che copia il codice del gene attivato e lo porta fuori dal nucleo, facendolo leggere a un ribosoma, la fabbrica delle proteine. Inserendo dall’esterno un mRna che codifichi la Spike nelle cellule, queste la produrranno, attivando il sistema immunitario contro il coronavirus» spiega Maga. Su questa idea si basano, tra gli altri, i vaccini Moderna e Pfizer, che, dai dati resi noti, sembrano proteggere il 95 per cento delle persone che li ricevono. «Per produrli non si usano organismi viventi: nei reattori si inseriscono il Dna dell’antigene da copiare, le molecole che formano l’mRna, e gli enzimi che nelle cellule inducono la formazione della seconda molecola basandosi sulla prima. L’mRna così ottenuto viene poi purificato e avvolto in nanometriche gocce di grasso, per facilitare il suo assorbimento nelle cellule, quando verrà iniettato nel corpo. Il metodo sarà prezioso in caso di future pandemie, perché, una volta decifrato il Dna dell’antigene più adatto del nuovo patogeno, si potrà realizzare un mRna che lo faccia produrre alle cellule, creando un vaccino non in mesi ma in settimane» dice Maga.  


Ma il vaccino andrà a interferire col Dna umano? «È una colossale sciocchezza: gli mRna non interferiscono con il Dna del nucleo cellulare e, dopo aver fatto da stampo per le proteine, vengono distrutti da specifici enzimi» ribatte Maga. Anzi, è proprio la fragilità degli mRna a costituire il punto debole di questi vaccini, che vanno tenuti a decine di gradi sotto zero (ma quello della tedesca Curevac, non ancora nella fase di sperimentazione finale, forse grazie a parti protettive aggiunte alla molecola si conserva a 2-4°C, invece dei -80°C del Pfizer). Il problema è che i vaccini mRna costano cari, circa 30 dollari per ognuna delle due dosi, contro i pochi dollari di altri.

Per realizzare i vaccini contro il Covid sono stati seguiti però anche altri metodi. «Alcuni hanno pensato di inserire nell’organismo la stessa molecola Spike, prodotta da microorganismi con il Dna modificato o, nel caso della canadese Medicago, addirittura da piante Ogm. Il problema è che il sistema immunitario reagisce poco alla proteina da sola: ha bisogno che questa entri in una cellula e sia esposta sulla sua superficie. Solo così crea i linfociti specializzati per ricordarsi di quell’antigene» dice Maga. Per ovviare si creano “finti virus”, in pratica nanosacchetti di proteine e grassi, che portino la Spike dentro le cellule, aggiungendo degli adiuvanti, sostanze in grado di aumentare la reazione del sistema immunitario all’antigene. L’americana Sanaria, specializzata in vaccini veterinari, ne sta testando uno, basato sulla Spike, che potrà essere preso per bocca. «Se funzionasse, avremmo un prodotto facile da somministrare. Al momento però sembra servano 3-4 dosi in sei giorni».


Forse però il vaccino più originale lo sta sviluppando l’italiana Takis: un “elettrovaccino a Dna”, che richiede, dopo l’iniezione, l’esposizione a una corrente elettrica per qualche tempo. «Si fa produrre la Spike alle cellule inserendo nel loro nucleo il frammento di Dna che la codifica. Il vantaggio è che il Dna è una molecola stabile e facile da produrre» spiega Maga. «Il problema è che è anche molto grande e per farlo assorbire dalla cellula occorre aprire in questa dei pori temporanei, usando una corrente elettrica: una tecnica ben nota in ricerca, ma un po’ macchinosa per una vaccinazione di massa».


Non sarebbe stato meglio concentrarsi su una o poche formulazioni? «Procedere su linee di ricerca parallele era forse l’unica strada per arrivare in pochi mesi a prodotti efficaci» dice Di Marco. «Un solo tipo di vaccino non copre poi ogni esigenza: alcuni saranno più adatti per i giovani, altri per gli anziani, alcuni bloccheranno anche il contagio, altri no, alcuni, più economici e facili da conservare, saranno più adatti alle aree remote e così via».

Ora il problema è che, fatti i vaccini, bisogna fare i vaccinati: secondo Ipsos solo il 24 per cento degli italiani è disposto a immunizzarsi subito, mentre quasi la metà non pensa proprio di farlo. «Forse per convincere gli scettici bisognerà trattare le persone da adulti, spiegando con trasparenza a cosa si va incontro sia vaccinando che non vaccinando» dice Girardi. «L’immunizzazione di milioni di persone sarà una cosa lunga e complessa, e di sicuro si verificheranno molti casi, in genere leggeri ma non solo, di effetti collaterali, che non mancheranno di essere amplificati dai social media. L’alternativa però è che Sars-Cov-2 torni per anni, ondata dopo ondata, finché non raggiungeremo il 70 per cento di immuni attraverso le infezioni, con milioni di morti e miliardi di danni». Ma, ammesso che tutto il mondo si vaccini abbastanza, ci libereremo mai dal Covid-19? «Dipende da quanto durerà l’immunità dei vaccini e se il virus muterà o si nasconderà in una qualche specie animale. In ogni caso, dopo averlo abbattuto con la vaccinazione di massa, sarà più facile sorvegliare eventuali ritorni e bloccarli sul nascere, adattando, se servirà, il vaccino. Insomma, se saremo fortunati lo estingueremo, come il vaiolo, ma alla peggio» conclude Girardi «finirà come con l’influenza, che, anno dopo anno, ci siamo abituati a tenere sotto controllo».

Sul Venerdì del 24 dicembre 2020