Il Venerdì

Occhio al puma, la luce lo rende nervoso

Un puma (Puma concolor) sulle Bridger Mountains del Montana (Getty Images)
Un puma (Puma concolor) sulle Bridger Mountains del Montana (Getty Images) 
L’espandersi delle città riduce gli spazi e il buio di cui ha bisogno per cacciare. Così il grande felino si ammala, e ci attacca molto più spesso. Come a San Francisco
3 minuti di lettura

Un tempo le notti sulle montagne rocciose del Nord America erano nere come la pece. E in quell'oscurità il  puma e la sua preda preferita, il cervo-mulo, per millenni hanno condotto una sfida a nascondino, con il predatore che cercava aree buie, ma non troppo, per tendere i suoi agguati, e le prede che si muovevano solo fra quelle più oscure, sperando che lì neanche l'ottima vista notturna del loro nemico le scovasse. Poi è arrivato l'uomo, con le sue luci artificiali, e le regole del gioco sono cambiate. Lo ha scoperto Mark Ditmer, ecologo della Colorado State University, incrociando i dati satellitari sull'illuminazione, gli spostamenti di puma e cervi muli che erano stati dotati di collare Gps e i luoghi dove sono state ritrovate carcasse degli ungulati.


"È risultato chiaro che i cervi muli hanno imparato a nascondersi all'interno di aree fortemente illuminate dall'uomo, soprattutto giardini, così hanno anche il cibo vicino. Lì i puma non riescono ad avvicinarli restando invisibili, e così rimangono nelle aree più buie ai margini di quelle illuminate, sperando che le prede passino di lì. Insomma, si sono stravolti i rapporti fra i due animali,  cosa che avrà conseguenze sull'ecologia dell'area, per esempio con più cervi muli e più danni alla vegetazione".


Non è certo questo il primo fastidio che diamo ai puma, felini grandi come un cane di grossa taglia, geneticamente più vicini a gatti e ghepardi che a tigri o giaguari, ed esclusivi delle Americhe. "Un tempo questo meraviglioso animale viveva in tutto il Nord del continente, venerato dalle popolazioni native" ci spiega Jim Williams, biologo e autore di Path of the Puma (Patagonia). "Con l'arrivo dei bianchi, e di agricoltura e allevamento, i puma sono diventati pericolosi predatori di bestiame, e quindi sono stati sterminati dall'Atlantico fino alle Montagne rocciose. Oggi, a parte un centinaio di esemplari in Florida, resistono solo a Ovest".


Ma il puma è abile a cavarsela anche in circostanze difficili: alla fine dell'ultima glaciazione gran parte della megafauna nordamericana, quella sopra i 50 chili di peso, si è estinta, forse per la combinazione fra cambiamento climatico e caccia dell'uomo. L'unico grande felino a essersi salvato è stato proprio il puma, che anzi si è diffuso nell'habitat più vasto e vario di tutto il Pianeta per un animale del suo tipo: dal Canada fino alla Patagonia (con nomi diversi: coguaro, leone di montagna, pantera della Florida, mitzli...). E ancora oggi, nonostante le nostre luci e la nostra invadenza, è l'unica specie di grande felino in espansione al mondo. "Il suo segreto" dice Williams "è l'essere il più sfuggente e furtivo degli animali: caccia per lo più di notte, si muove silenzioso ed è in grado di mimetizzarsi perfettamente tra le rocce. Puoi passargli accanto a pochi metri, senza vederlo. Anche se preferisce starci lontano, riesce ad adattarsi alla presenza umana, condividendo i nostri spazi, senza che ce ne accorgiamo".


Anche la dieta l'ha aiutato a sopraravvivere. "Mangia ogni tipo di mammifero, fra le dimensioni del topo e quelle del cervo: lontre, cani, coyote, armadilli, visoni, persino foche. Però, con moderazione: un puma può occupare da solo un territorio di decine di chilometri quadrati, ma da questo preleva ben poco, visto che un cervo può bastargli anche per una settimana. Così si è diffuso in tutte le due Americhe, riuscendo a trovare ovunque abbastanza prede: dai caribù del Nord fino ai guanaco del Sud".


Siamo nel suo menù anche noi uomini? "Direi proprio di no" assicura Williams, "dal 1890 a oggi negli Stati Uniti sono stati registrati in tutto 130 attacchi di puma all'uomo, con una trentina di morti, soprattutto bambini. In compenso nello stesso periodo sono stati uccisi circa 67 mila puma. Sono loro, come in effetti accade, a dover avere paura di noi, non il contrario". Va aggiunto però che, di quei 130 attacchi, 88, con cinque morti, sono avvenuti dopo il 2000: è l'effetto del continuo espandersi dell'uomo, che fa crescere il rischio di incontri. Nel febbraio scorso, per esempio, una bambina di sei anni è stata aggredita da un puma durante una passeggiata in una foresta a sud di San Francisco, e salvata in extremis.

Prima o poi qualcosa del genere succederà anche intorno a Los Angeles, dove, a nord e sud della città, alcune decine di puma sono rimasti 'intrappolati'dalla rete di autostrade che circonda l'abitato: continuano ad aumentare di numero nello stesso spazio, finendo così per incrociare sempre di più escursionisti, ciclisti e runners lungo i sentieri montani. Per adesso, però, la situazione  si sta rivelando più dannosa per gli animali che per gli umani. "Esaminando le immagini scattate da fototrappole abbiamo notato che alcuni puma hanno la punta della coda piegata di 90 gradi" ha spiegato Jeff Sikich, biologo dell'area protetta delle Santa Monica Mountains, "è un indizio di difetti genetici derivati dai continui incroci fra consanguinei. Se non riusciremo a liberare queste popolazioni isolate dalle autostrade, costruendo sottopassaggi a loro dedicati, finiranno decimate da malformazioni, sterilità ed epidemie".

 

Sul Venerdì del 18 dicembre 2020