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Caro Elvis, facci sognare almeno tu

Caro Elvis,  facci sognare almeno tu
La canzone della settimana è "If I Can Drem"
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Ci sono almeno una dozzina di Elvis nella vita di Presley (1935-1977). E centinaia di storie, non tutte edificanti. Quella di padre del rock’n’roll è la più intrigante. Quella della maschera che teneva banco a Las Vegas, la più malinconica. Eppure, anche negli anni in cui l’abominevole Colonnello Parker, più padre padrone che manager, aveva ridotto l’artista al lumicino, c’è qualche colpo di genio che rimanda alla grandezza di Heartbreak Hotel.

La storia di If I Can Dream non piaceva a Tom Parker. Fu l’unica volta che Elvis ebbe il coraggio di fare a modo suo, ma era già il 1968, la carriera inquinata da una interminabile sequela di film di serie B e da un repertorio opaco. Il manager andò su tutte le furie quando il divo che teneva al guinzaglio gli comunicò che avrebbe cantato una canzone a sfondo sociale, ispirata al famoso discorso di Martin Luther King (che era stato assassinato proprio nella Memphis dei Presley due mesi prima). Elvis decise che quella sarebbe stata la canzone di chiusura del suo one man show trasmesso dalla Nbc. Ce la mise tutta, perse parecchi chili, indossò due completi che fecero inorridire Parker – uno in pelle nera da rocker, uno bianco da gentiluomo del Sud – e cantò If I Can Dream con un’intensità che lasciò l’America in lacrime e gli addetti ai lavori increduli.

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Entusiasmato dalla canzone composta per lui da Walter Earl Brown, sbottò con gli amici: «Non canterò mai più una canzone in cui non credo, non farò mai più un film in cui non credo». Non sarebbe stato così, era in un ingranaggio che non lo avrebbe mollato, avrebbe fatto anche di peggio, ma in quel momento ci credeva. If I Can Dream fu una carezza agli americani che lottavano per i diritti civili, un inno gospel cantato da un gigante del pop. A noi fa bene riascoltarlo, con la speranza di lasciarci alle spalle un anno terribile.