Il Venerdì

Davide Enia: sul palco il verbo si fa carne

Davide Enia è un drammaturgo, attore teatrale, scrittore e regista italiano (Getty Images)
Davide Enia è un drammaturgo, attore teatrale, scrittore e regista italiano (Getty Images) 
L'autore dell'Abisso, sul dramma dei migranti, scrive una testimonianza-dialogo sul mistero del teatro: un rito che cura le ferite
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Mi aveva telefonato per dirmi "Sono entrato in teatro", ma i teatri erano già stati chiusi, e aveva aggiunto: "Dentro il teatro chiuso c'è un suono che non avevo mai ascoltato prima, qualcosa che risale a prima ancora della sua origine, e non mi riferisco al silenzio, non c'è affatto silenzio in un teatro chiuso, è un suono diverso, è un mistero", e non aveva detto altro, lasciando a una sola parola, mistero, tutto ciò che non si può e non si riesce a dire.

Io c'ero stato dentro i teatri chiusi, tantissime volte, a studiarne il palco, a progettare un allestimento, ma erano chiusure routinarie, quelle, delle chiusure non chiusure, il giorno della settimana in cui non si lavora, la manutenzione, la prassi, come dire giovedì gnocchi e domenica partita alle quindici. Era la normalità. Ero anche stato dentro alcuni teatri lasciati chiusi per incuria e insipienza, pratica comune alle male amministrazioni, altra normalità. Lì dentro tutto quanto - le assi del palco, le sedie umide, i tralicci impolverati - implorava la riapertura. Avevo esperito la potenza e la bellezza di un teatro che riapre. Quasi sempre erano state le occupazioni a ridare vita a luoghi sprofondati nel dimenticatoio, a rivivificare il mistero.

"Vinicius de Moraes in un suo samba di benedizione cantava "La vita è l'arte dell'incontro". Il dispositivo del teatro è tutto qui" diceva al telefono il mio amico. "Scoprire di non essere soli quando si è investiti dalla crisi nel suo pieno manifestarsi. È la catarsi collettiva, il riconoscersi come comunità, diventare un unico respiro, un solo oblio. Oggi tutto questo tace".  Da un po' di tempo stavo al telefono con una frequenza che, prima, non mi sarei mai sognato. Chiamavo e venivo chiamato. L'aneddotica sul Covid, l'ansia per i genitori, le considerazioni sullo smart working, il suono liberatorio della parola vaccino. Fatalmente, il discorso ricadeva sui teatri chiusi.

"Quando riaprono?".

"Non si sa".

L'incertezza come costante.

"Non so se ho voglia di stare in un teatro svuotato", disse il mio amico. "Il vuoto mi dà sconforto" mi confidò.

"Io non ho più voglia di progettare"  gli risposi.

"Neanche io ci riesco" ammise anche lui.

L'avevamo nominato, finalmente: il sentimento di precarietà. Ci aveva assalito con la novità di un presente a forma di baratro, e noi non riuscivamo a provare il brivido dell'equilibrista.Una vergogna palpabile albergava nel silenzio che, come neve, seppelliva le nostre sillabe. Era - è - la vergogna del trauma. Il cambio di scenario improvviso, l'abbandono dell'abitudine, la chiusura degli spazi di socialità, la mancanza del contatto fisico: era stato un colpo durissimo, la cui eco continuava a risuonare fin dentro le viscere.

"Serve ancora il teatro?" gli chiedevo, masticando concetti triti e ritriti. "È necessario oggi quel rapporto di complicità sin-patico, en-patico, osmotico, che soltanto il rito partecipato riesce a offrire?". Però avvertivo quanto le mie parole uscissero di bocca già stanche, disseminate di memorie di studi facilmente rintracciabili. È questo che accade quando l'inquietudine subentra nelle pieghe del respiro? Ci si aggrappa al conosciuto, per avere conferma che non tutto è andato perduto? "Lo spettacolo dal vivo è lo spettacolo dal vivo" sentenziavo allora, rifugiandomi nella tautologia, e poi parafrasavo Franco Farinelli, il mio amatissimo geografo eretico: "Lo schermo riduce il teatro a una mappa, e le mappe sono utili per orientarsi, diventano l'archivio del misurabile e del percorribile, sono un memoriale del paesaggio. Ma il mondo, semplicemente, non è la sua riduzione cartografica, non è la sua mappa. Eppure è ciò che è accaduto: con la scoperta dell'America, con l'istituzione delle rotte commerciali, il mondo è stato ridotto a unità di misura, è diventato percorribile proprio perché finito, la mappa ha trionfato e il mondo, che prima era una sfera, è diventato piatto. Così, anche lo schermo è piatto, come la mappa, non vive lo spaesamento dell'evento dal vivo".

Rimasi in silenzio qualche secondo di troppo e il mio amico disse: "Il teatro è tempo che scorre, nello schermo il tempo è scolpito. Ma, forse, volevi dirmi questo: che il profondo mistero del teatro sta nell'essere testimoni diretti del Verbo che si fa carne e scuote le coscienze". Poi lanciò l'affondo: "Il teatro resiste perché instaura un legame tra corpo e spirito, tra cogito e sentimento, e, se questo filo si spezza, la conseguenza investe proprio l'invisibile e qualcosa si lacera nella coscienza della nostra civiltà". Legami che si spezzano, la civiltà in crisi, il regno dell'invisibile. Alla fine, tutto torna alla dimensione simbolica, sempre. Restava un dato di fatto: uno spazio chiuso nega la visione di una prospettiva. Un teatro chiuso sancisce l'assenza di una presenza.

Dopo la telefonata, consultai un dizionario etimologico. Mistero è ciò che non si può e non si riesce a dire. La parola ha origine dal greco myo e indica un movimento fisico, quello in cui si serrano i labbri, suggerendo per assonanza il movimento della bocca che si chiude e quindi tace. Ma i labbri che si chiudono svelano il suturarsi di una ferita, ciò che riesce a cicatrizzarsi perché partecipa al rito.

Sul Venerdì del 24 dicembre 2020