Il Venerdì

Claudio Pavone, il metodo e la Resistenza

Partigiani nelle Langhe (Fototeca Gilardi) 
A cento anni dalla nascita, la figlia Sabina ci racconta un grande storico. Che ha aperto una nuova strada negli studi sulla guerra partigiana
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L'anno è il 1991. Il mondo nato dalla sconfitta del nazifascismo sta cambiando. In fretta. Al Cern di Ginevra un ricercatore sconosciuto rilascia il primo sito web. Intanto le repubbliche sovietiche proclamano una dopo l’altra l’indipendenza da Mosca. La paladina dei diritti umani Aung San Suu Kyi vince il Nobel per la pace. In Italia Achille Occhetto archivia il Pci e fa nascere il Pds. La Liberazione ha da poco compiuto 45 anni e  Bollati Boringhieri pubblica Una guerra civile di Claudio Pavone. È un terremoto. L’espressione “guerra civile” è la preferita dalla storiografia fascista e Pavone, che fu partigiano e azionista, si ritrova accusato, nientemeno, di revisionismo. Anche da un bel po’ di partigiani. Ma il tempo sarà galantuomo. Al punto che oggi è impossibile avvicinarsi a quel periodo fatale senza partire da lì. Da quel Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, come recitava un sottotitolo considerato dall’autore più importante del titolo stesso.

Dalla nascita di Pavone sono passati cent’anni. E Bollati celebra la ricorrenza pubblicando cinque suoi saggi poco noti, con la curatela di David Bidussa: Gli uomini e la Storia. Partecipazione e disinteresse nella storia d’Italia. Un corpus che insiste sul periodo di fondazione della Repubblica, come nel caso della riflessione sulla continuità tra lo Stato fascista e quello democratico. Soprattutto, una nuova occasione per connettersi con una passione e un metodo di lavoro che ora sono anche quelli di sua figlia Sabina, pure lei storica, con la passione per i gesuiti al posto di quella guerra partigiana. «Certo, il fatto che papà fosse uno storico è stato importante perché lo diventassi anch’io. Quella scelta per me fu un fatto quasi naturale. Ma la vera continuità sta nell’affrontare la professione in modo rigoroso. Mi ha insegnato a partire dai problemi, sempre. Bastava guardare il suo tavolo da lavoro...».

Lo faccia vedere anche a noi.
«Usava le fonti come se lavorasse su un grande database: i due grandi tavoli dello studio, sistemati a elle, erano ricoperti di foglietti, divisi per argomento. È lo stesso metodo che ho usato io per la mia tesi di laurea e che propongo oggi ai miei studenti: partire dalle questioni, dalle domande, dai temi».

Del resto suo padre dopo la guerra lavorò agli Archivi di Stato.
«Il rapporto con le fonti era fondamentale, naturalmente. Ma lui ripeteva che gli archivi non ti raccontano il vero, al massimo ti dicono il certo. Per lui l’analisi del documento era il portato delle domande con cui interrogava i fatti. Partiva da queste per andare a trovare nelle fonti la risposta».

Domande che scaturivano in che modo?
«Le domande che si fa uno storico nascono quasi sempre dal presente. Penso alla lezione degli autori che mio padre riteneva fondamentali. Il Bloch di Apologia della Storia, per esempio, o il Carr delle Sei lezioni. Furono i primi libri che mi diede e così fece anche con David Bidussa, uno dei suoi più cari allievi. Ed è proprio Bidussa, nella prefazione a Gli uomini e la storia, a sottolineare l’idea di una storia come cantiere che apre, non come uno schema chiuso. Qui c’è tutto il senso degli studi di mio padre».

Immagino la scrivania ai tempi dell’uscita di Una guerra civile. Tutto un foglietto.
«Esatto. Ma sa, quella è stata la ricerca di una vita, la summa di un percorso trentennale. Anche quando si occupava di altro, non ha mai smesso di seguire il filo rosso che poi lo avrebbe portato a quel traguardo».

E quando la summa è arrivata sono arrivate anche le polemiche.
«Intanto va detto che il titolo contò molto. Si pensò anche all’alternativa Le tre guerre (civile, patriottica e di classe, ndr), poi si decise per Una guerra civile. Mio padre capiva perfettamente le ragioni dell’editore e non si oppose. Però quella era una parte del suo ragionamento. Importantissima, per carità. Ma solo una parte. E questo aiutò equivoci e strumentalizzazioni. Che smarrivano il punto centrale: lui non ha mai voluto mettere sullo stesso piano Fascismo e Resistenza. La chiave di tutto, a guardare bene, stava in una preposizione: Una guerra civile è un saggio sulla moralità nella Resistenza, non della Resistenza».

Ma si arrabbiò per essere stato frainteso?
«Arrabbiarsi non direi. Non era tanto interessato all’aspetto mediatico della faccenda. Di certo non gli piaceva l’uso politico della storia. Prendeva invece molto sul serio le reazioni scientifiche, quelle dei colleghi».

Poi la “riabilitazione” a sinistra.
«Sì, con qualche effetto paradossale. Per esempio le banalizzazioni  tendenti a riavvicinare le due parti in causa. Nulla di più lontano dalle idee di mio padre. Lui non credeva affatto al concetto di memoria condivisa. La memoria di un membro delle brigate Garibaldi sarà sempre diversa da quella di un repubblichino di Salò».  

Senta, passioni non contemporanee?  
«Ah, gli piaceva la storia romana, tra gli autori preferiti c’era Theodor Mommsen. Ma anche la storia delle religioni. Era un laico a tutto tondo, ma le questioni religiose lo hanno sempre interessato. La relazione tra storia religiosa e politica, oltre che la dimensione spirituale».

E la letteratura?
«Per mio padre era fondamentale il legame con la letteratura. Penso a Guerra e pace di Tolstoj o a Vita e destino di Grossman, per lui così importanti».

La musica.
«Tanta. Mozart, l’opera e Wagner, una passione che gli aveva trasmesso suo padre».

Il cinema.
«Gli piaceva. Quando vide La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani disse che in quel film c’era tutto il senso della Resistenza».

Ne esce una figura austera. Invece?
«Invece niente: lo era. Ma quel tratto austero era compensato da una certa ironia».

Torniamo alla storia. Cosa pensava della public history?
«Era aperto e curioso. È sempre stato anche un organizzatore culturale, basta ricordare l’impegno con la rivista Parole chiave. Si interrogava su una storia fatta non solo per il pubblico ma con il pubblico. Erano temi a cui teneva. Detto ciò, era molto cauto nell’accogliere le definizioni. Tutte. Che si parlasse di public history o di revisionismo».

Avrebbe firmato il recente appello in difesa dell’insegnamento della storia?
«Sì, ne sono sicura, come l’ho firmato anche io».

I foglietti, l’archivio, la memoria. Senta: ma di internet suo padre che pensava?
«Eh. Era curioso, come sempre. Senza preconcetti. Ma era preoccupato per i rischi. La cosa che gli premeva era che questa massa di documenti che si riversava sotto gli occhi di tutti non subisse un’eterogenesi dei fini. Un meno, non un più di conoscenza. Diceva che ora era ancora più importante farsi basi solide».

La ricerca che non ha fatto in tempo a fare?
«Sa che non lo so? Credo fosse contento di quello che ha fatto, senza rimpianti. Ah ecco: voleva ricostruire la vicenda del suo bisnonno, rivoluzionario del Quarantotto».

Cosa le manca dello storico Claudio Pavone?
«Le sue note a margine. Ha sempre letto le cose che scrivevo con molta attenzione. Così era lui: ti prendeva sul serio, ma senza retorica».

E cosa le manca del suo papà?
«I viaggi. Ricordo il giro della Grecia classica in pullman, avevo 14 anni. Il sogno era fare assieme la Transiberiana. Ma non ci siamo riusciti».

Dica la verità: non si era stufato di essere sempre e solo “lo storico della Resistenza”?
«Un po’. Si era annoiato di certi automatismi pubblici che diventano cliché. Solo una cosa, da questo punto di vista, ha continuato a fare con entusiasmo».

Quale?
«Andare nelle scuole. A parlare con i giovani. Di quello non si stancava mai».

Sul Venerdì del 31 dicembre 2020