Il Venerdì

Gli uccelli si parlano. E forse noi cantavamo

Parrocchetti (Melopsittacus undulatus) (Getty Images) 
Sorprese dell'evoluzione. Diamantini, parrocchetti & C. combinano i suoni in modo complesso per trasmettersi informazioni. E questo porta anche a nuove ipotesi sull'origine del nostro linguaggio
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Benché l'ultimo antenato comune tra esseri umani e uccelli risalga a circa 250 milioni di anni fa, le nostre due specie condividono qualcosa di unico: la capacità di combinare suoni semplici per generare significati complessi (la sintassi) e quella di apprendere queste vocalizzazioni attraverso l'imitazione. In sostanza, umani e uccelli hanno un sistema di comunicazione simile e imparano a servirsene in modo simile, al punto che alcuni scienziati ipotizzano che il linguaggio umano possa essersi sviluppato a partire proprio dal canto, ovvero da un linguaggio primitivo con le stesse caratteristiche di quello degli uccelli. Che, d'altra parte, sarebbe molto più raffinato di quello che si è pensato finora.

Uno studio appena pubblicato su Science mette in luce come i diamantini, uccelli canori originari dell'Australia, imparino a riconoscere il timbro vocale dei loro simili in modo incredibilmente rapido, dimostrando un'abilità nel mappare e memorizzare le "voci" molto simile a quella umana. La ricerca, diretta da Frederic Theunissen, professore di biologia integrata e neuroscienze all'Università di Berkeley, ha superato le aspettative iniziali: al termine dell'addestramento sperimentale (e ancora un mese dopo) i diamantini riconoscevano fino a cinquanta "fischi firma".

"Immaginavamo risultati interessanti" racconta Theunissen, "ma il numero di voci memorizzate e la velocità sono stati impressionanti". Parliamo di una abilità cognitiva di altissimo livello: "I diamantini non hanno soltanto memorizzato dei suoni, ma determinate caratteristiche contenute in quei suoni, associandole a un preciso significato". Questa capacità sarebbe simile a quella dei bambini che imparano nuove parole. Quanto agli adulti, "non sono sicuro" dice Theunissen "che in un test di riconoscimento vocale noi umani saremmo all'altezza dei diamantini".

Nell'ecosistema dei diamantini questo tipo di memoria svolge un ruolo importante: gli stormi vanno dai cinquanta ai cento individui, con dimensioni e una composizione che  cambiano nel tempo: "I loro membri si lasciano e si ritrovano. Quando uno di loro si perde, gli altri possono gridare: "Hey, siamo qui!"". Il fatto che il disperso sappia riconoscere la fonte e il significato di quel richiamo "indica che il cervello degli uccelli canori si è evoluto per una comunicazione sociale estremamente sofisticata", affine a quella umana.

In effetti, stando a una ricerca dell'Australian National University, lo scricciolo azzurro può addirittura imparare a decifrare i richiami d'allarme di altri uccelli, diventando in pratica bilingue, o persino trilingue. E un gruppo di ricerca coordinato dal biologo Toshitaka Suzuki, dell'Università di Kyoto, nel 2016 ha pubblicato su Nature gli esiti di uno studio sulle cinciallegre orientali, da cui emerge che queste usano un repertorio ridotto di note per costruire "frasi" il cui significato varia a seconda dell'ordine delle note stesse. Insomma, hanno una sintassi.

E non finisce qui. La biologa olandese Michelle J. Spierings, dell'Università di Leiden, ha dimostrato che i parrocchetti ondulati e i diamantini sanno identificare le regolarità presenti in stringhe di sillabe proposte in forma di suono (quindi riconoscono strutture grammaticali astratte) e sono sensibili ai cambi di intonazione, intensità e ritmo della voce umana, la cosiddetta prosodia, che trasmette informazioni chiave sul significato di una frase e sullo stato emotivo di chi parla.

A fronte di analogie così significative con la nostra specie, un gruppo di biologi della McGill University, in Canada, si è posto un'altra questione: gli uccelli imparano il canto imitando gli adulti, oppure anche loro, come noi, hanno una predisposizione biologica? Ebbene: i diamantini cresciuti ascoltando sequenze di canto assemblate in modo casuale, una volta adulti riproducono dei modelli canori simili a quelli degli esemplari cresciuti in natura. E nei loro canti, come in quelli di altri uccelli, ricorrono schemi (per esempio vocalizzazioni brevi e acute all'inizio o al centro del canto) che si trovano anche nelle lingue umane e nella musica. Per questo c'è chi sostiene che il linguaggio umano e quello degli uccelli condividono una grammatica universale e innata.

Il linguista del Mit Shigeru Miyagawa va oltre: combinando competenze linguistiche, biologiche e informatiche, ipotizza che il linguaggio umano sia emerso sotto forma di canti strutturati come quelli degli uccelli, poi innestati su un sistema basato sulla parola. In effetti, diversi studi hanno evidenziato che il FOXP2, il gene del linguaggio, svolge un ruolo cruciale sia nel sistema di comunicazione umano che in quello aviario. Non è abbastanza per dimostrare la tesi di Miyagawa. Ma secondo la neuroscienziata Samantha Carouso-Peck della Cornell University "è abbastanza "per riconsiderare la nostra definizione di linguaggio".

Sul Venerdì del 31 dicembre 2020