Mark Thompson: "Sensato bandire Trump dai social. Ma non è la soluzione"
di Riccardo Staglianò , di Riccardo StaglianòParla l'ex amministratore delegato del New York Times: "Se i capi di queste aziende ci chiedono di fidarci di loro, dico che non vogliamo una società che dipenda troppo dalle buone intenzioni dei singoli"
Se Joe Biden lo chiamasse per un consiglio su come regolare le piattaforme, che avrebbe senso visto il suo curriculum manageriale (ex-Ad del New York Times) e intellettuale (La fine del dibattito pubblico, Feltrinelli), Mark Thompson gli direbbe: "Procedere con cautela". Perché bandire ora Trump dai social che ha usato e userebbe ancora per galvanizzare gli assalitori del Campidoglio è "perfettamente sensato". Ma scambiare la misura salvavita come una cura per svelenire la sfera pubblica digitale è ingenuo: "Un po' come se, in un dibattito, qualcuno decidesse di staccare il cavo del microfono dell'avversario: quello non parlerebbe più, ma sarebbe una vittoria?".
Il presidente è stato bandito permanentemente da Twitter, temporaneamente da Facebook e Youtube e gli hanno spento Parler, il social di destra-destra. Censura?
"Generalmente il termine è riferito alle azioni dei governi per silenziare gli ind…
Il presidente è stato bandito permanentemente da Twitter, temporaneamente da Facebook e Youtube e gli hanno spento Parler, il social di destra-destra. Censura?
"Generalmente il termine è riferito alle azioni dei governi per silenziare gli ind…
Se Joe Biden lo chiamasse per un consiglio su come regolare le piattaforme, che avrebbe senso visto il suo curriculum manageriale (ex-Ad del New York Times) e intellettuale (La fine del dibattito pubblico, Feltrinelli), Mark Thompson gli direbbe: "Procedere con cautela". Perché bandire ora Trump dai social che ha usato e userebbe ancora per galvanizzare gli assalitori del Campidoglio è "perfettamente sensato". Ma scambiare la misura salvavita come una cura per svelenire la sfera pubblica digitale è ingenuo: "Un po' come se, in un dibattito, qualcuno decidesse di staccare il cavo del microfono dell'avversario: quello non parlerebbe più, ma sarebbe una vittoria?".
Il presidente è stato bandito permanentemente da Twitter, temporaneamente da Facebook e Youtube e gli hanno spento Parler, il social di destra-destra. Censura?
"Generalmente il termine è riferito alle azioni dei governi per silenziare gli individui. E anche il primo emendamento è un'ingiunzione al governo a rispettare la libertà di espressione. Non un obbligo rivolto a soggetti privati a pubblicare qualsiasi cosa. Quindi non sono né censura né violazioni costituzionali ma restano scelte che sollevano questioni importanti e preoccupanti ".
Ad esempio?
"Queste piattaforme hanno ormai dimensioni, e una centralità nel trasmettere informazioni, da non essere più considerate solo vicende private. Molti sostengono che, senza di loro, Trump non potrà continuare a essere rilevante. E quindi: con quali criteri si bandisce? C'è trasparenza e possibilità di appello? Se i capi di queste aziende, la maggior parte dei quali conosco piuttosto bene ed escludo che siano animati da idee sinistre, chiedono di fidarci di loro rispondo che non vogliamo una società che dipenda troppo dalle buone intenzioni dei singoli. Vari principi basilari, tipo l'innocenza fino a prova contraria, ce lo ricordano".
In passato il deplatforming, togliere il megafono social al cospirazionista Alex Jones o al direttore del sito Breitbart Milo Yiannopolous, ha funzionato nel derubricarli da tornadi a tempeste. Andrà così anche stavolta?
"Per decenni la sinistra radicale si è lamentata, come ora fa la destra, di non aver voce nei media mainstream. Lügenpresse, stampa bugiarda, era uno degli slogan di Hitler, tale e quale a quello trumpiano. Togliere il pulpito elettronico a Alex Jones l'ha molto ridimensionato. Ma parliamo di uno che ha ottenuto più di 70 milioni di voti e non è ovvio che basti togliere le password all'uomo di cui si fidano di più per far cambiare il modo in cui guardano il mondo".
In questo dibattito emerge il ruolo di una legge del '96 che stabilì l'irresponsabilità degli operatori internettiani rispetto ai contenuti ospitati, come le telecom e a differenza degli editori. È l'ora di cambiare la Sezione 230?
"Sì, i tempi sono maturi. Ciò non significa che Facebook dovrebbe essere equiparata al New York Times, con un direttore e una redazione. Il bello dei media è che ognuno fa le sue scelte, magari sbagliando, ma resta una pluralità di opinioni. Qui si rischierebbe di avere tre direttori, provenienti dalla stessa cultura bianca, californiana, liberal, che decidono per tutti. Non auspico nemmeno che il potere passi da Zuckerberg a qualche funzionario governativo. Meglio il rischio che qualche contenuto nocivo continui a circolare piuttosto che escluderne alcuni che invece ne avrebbero diritto. Se ascoltate Xi Jinping dirà che la censura vuole solo evitare il propagarsi di notizie che minino l'armonia della società. Ma noi non dobbiamo perdere il gusto per il dibattito e lo scontro dialettico".
Non crede che Facebook si sia mossa con ritardo perché guadagna con odio e notizie false, più virali di quelle vere o di idee moderate?
"È una preoccupazione molto forte tra i giornalisti, ma mi sembra che l'algoritmo preferisca sempre più l'intrattenimento alla politica. E le opinioni estreme le procurano più guai che vantaggi. Piuttosto le tollerano per non essere additati come censori. Accuso invece la Silicon Valley per un'attitudine piuttosto ingenua nei confronti dei contenuti. Per loro sono indifferenti, unità d'informazione da condividere, a prescindere dalla loro natura".
Il presidente è stato bandito permanentemente da Twitter, temporaneamente da Facebook e Youtube e gli hanno spento Parler, il social di destra-destra. Censura?
"Generalmente il termine è riferito alle azioni dei governi per silenziare gli individui. E anche il primo emendamento è un'ingiunzione al governo a rispettare la libertà di espressione. Non un obbligo rivolto a soggetti privati a pubblicare qualsiasi cosa. Quindi non sono né censura né violazioni costituzionali ma restano scelte che sollevano questioni importanti e preoccupanti ".
Ad esempio?
"Queste piattaforme hanno ormai dimensioni, e una centralità nel trasmettere informazioni, da non essere più considerate solo vicende private. Molti sostengono che, senza di loro, Trump non potrà continuare a essere rilevante. E quindi: con quali criteri si bandisce? C'è trasparenza e possibilità di appello? Se i capi di queste aziende, la maggior parte dei quali conosco piuttosto bene ed escludo che siano animati da idee sinistre, chiedono di fidarci di loro rispondo che non vogliamo una società che dipenda troppo dalle buone intenzioni dei singoli. Vari principi basilari, tipo l'innocenza fino a prova contraria, ce lo ricordano".
In passato il deplatforming, togliere il megafono social al cospirazionista Alex Jones o al direttore del sito Breitbart Milo Yiannopolous, ha funzionato nel derubricarli da tornadi a tempeste. Andrà così anche stavolta?
"Per decenni la sinistra radicale si è lamentata, come ora fa la destra, di non aver voce nei media mainstream. Lügenpresse, stampa bugiarda, era uno degli slogan di Hitler, tale e quale a quello trumpiano. Togliere il pulpito elettronico a Alex Jones l'ha molto ridimensionato. Ma parliamo di uno che ha ottenuto più di 70 milioni di voti e non è ovvio che basti togliere le password all'uomo di cui si fidano di più per far cambiare il modo in cui guardano il mondo".
In questo dibattito emerge il ruolo di una legge del '96 che stabilì l'irresponsabilità degli operatori internettiani rispetto ai contenuti ospitati, come le telecom e a differenza degli editori. È l'ora di cambiare la Sezione 230?
"Sì, i tempi sono maturi. Ciò non significa che Facebook dovrebbe essere equiparata al New York Times, con un direttore e una redazione. Il bello dei media è che ognuno fa le sue scelte, magari sbagliando, ma resta una pluralità di opinioni. Qui si rischierebbe di avere tre direttori, provenienti dalla stessa cultura bianca, californiana, liberal, che decidono per tutti. Non auspico nemmeno che il potere passi da Zuckerberg a qualche funzionario governativo. Meglio il rischio che qualche contenuto nocivo continui a circolare piuttosto che escluderne alcuni che invece ne avrebbero diritto. Se ascoltate Xi Jinping dirà che la censura vuole solo evitare il propagarsi di notizie che minino l'armonia della società. Ma noi non dobbiamo perdere il gusto per il dibattito e lo scontro dialettico".
Non crede che Facebook si sia mossa con ritardo perché guadagna con odio e notizie false, più virali di quelle vere o di idee moderate?
"È una preoccupazione molto forte tra i giornalisti, ma mi sembra che l'algoritmo preferisca sempre più l'intrattenimento alla politica. E le opinioni estreme le procurano più guai che vantaggi. Piuttosto le tollerano per non essere additati come censori. Accuso invece la Silicon Valley per un'attitudine piuttosto ingenua nei confronti dei contenuti. Per loro sono indifferenti, unità d'informazione da condividere, a prescindere dalla loro natura".