Ricorreva la settimana scorsa il centenario della nascita di Leonardo Sciascia, scrittore a cui il cinema deve molto (e Repubblica sta rimandando in edicola molti suoi volumi). I suoi romanzi sono stati adattati spesso, e quasi sempre scontentandolo. Altri progetti, testimonia un'antologia appena uscita ("Questo non è un racconto", Adelphi), non furono realizzati. Ma l'influenza di Sciascia, negli anni Settanta, è più profonda. È lui l'ispiratore quasi involontario di tutto il cinema di mafia; Il contesto e L'Affaire Moro, insieme agli ultimi articoli di Pasolini, diventano (per registi come Rosi, Petri o Damiani) una guida per interpretare l'Italia degli anni di piombo e della strategia della tensione, attraversata da forze oscure. Ma si sente la sua influenza, più o meno esplicita, anche su una stagione di polizieschi: dal capostipite La polizia ringrazia a titoli pittoreschi come La polizia accusa: il servizio segreto uccide e La malavita attacca... la polizia risponde.
E c'è dell'altro. In certi scritti tardi, Sciascia è stato uno dei più originali teorici del cinema del nostro Paese. Pochi articoli, divaganti e inafferrabili, ma folgoranti. Già malato, cosciente di aver poco da vivere, le immagini fotografiche e il cinema gli apparvero un luogo per meditazioni che erano quasi esercizi spirituali. Rivedendo in una cineteca di Parigi Il fu Mattia Pascal con Mosjoukine, o scrivendo di Nuovo Cinema Paradiso, Sciascia si interroga sul tempo e la morte; si ripete come in un rosario i nomi della Hollywood anni 30; ricorda il proprio passato di spettatore; scruta i volti degli attori come fossero rebus. Oltre che tra i misteri del potere e della Storia, lo scrittore si muoveva in questa regione metafisica, tra immagini che erano enigmi o epifanie, e giocava ironico e inquieto a decifrarle, come un filosofo detective.
Sul Venerdì dell'8 gennaio 2021