Alla lunghissima lista di sommersi dal Covid si contrappone un breve ma significativo catalogo di salvati. Anzi, di beneficiati. È il caso di Babylon Health, l'app di telesalute fondata sette anni fa dall'ex banchiere angloiraniano Ali Parsa. Per 149 sterline all'anno o 49 a singola consultazione si può scaricare la app e avere accesso, sette giorni su sette, a un chatbot, un programmino di intelligenza artificiale che vi chiede di descrivere i sintomi e vi dà una possibile diagnosi. Oltre a fornirvi la possibilità supplementare di una breve visita via video con un medico in carne e ossa. Avendo introdotto un servizio per valutare i sintomi del Covid, Babylon ha registrato 140 mila nuovi utenti a partire dal primo lockdown. E da pochi mesi ha debuttato anche a New York, grazie a un'alleanza con gli ospedali Mount Sinai.
Tutto bene se non fosse che, in vari casi documentati, il chatbot ha diagnosticato un tumore al seno come osteoporosi e un inizio di infarto a un fumatore sessantasettenne come probabile gastrite. Cantonate che, per una volta senza scadere nella frase fatta, possono fare la differenza tra la vita e la morte. I medici del servizio sanitario britannico detestano l'app, sebbene il Nhs stesso si sia infine arreso a usarla come modo per prendere appuntamenti e in alcuni casi fare il follow up dei pazienti. Nel mondo Babylon ha circa 4 milioni e mezzo di utilizzatori, 2 milioni dei quali in Africa. Da una parte sistematizza quel che già facciamo quando mandiamo una foto o chiamiamo in video un medico amico. Dall'altra introduce uno scenario da brividi: chi non ha i soldi per aspirare a un medico umano si rivolgerà a questa sanità semi-automatizzata dall'algoritmo. Che è decisamente meglio di niente (nel 2016 Babylon è entrata con successo sul mercato ruandese) ma altrettanto peggio di uno specialista dal vivo. Come già era chiaro scrivendo delle strabilianti prodezze mediche di Watson, un lustro fa.
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