Il Venerdì

Kento, maestro di barre dietro le sbarre

Francesco "Kento" Carlo 
Da undici anni il rapper insegna ai giovani detenuti come scrivere un brano hip hop. Qui, e in un libro, racconta la sua esperienza. "Talvolta l'emozione ti fa dimenticare dove sei"
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Quando entra in una nuova classe, Kento esordisce così: "Non voglio cazzate". Sa già che gliene faranno: ma sa anche che in un'aula di carcerati c'è un materiale poetico, emozionale, che aspetta solo di essere liberato. Rapper con dieci dischi e oltre mille concerti in carriera, da undici anni Kento insegna scrittura rap in carcere: quest'anno gli è toccato il  323, cioè i piccoli dai quattordici ai diciassette anni. Sono una decina: buon numero per cominciare. Si siedono occupando le prime file. Barre (Minimum Fax, pp. 177, euro 16) è il racconto di ciò che segue: l'ultimo laboratorio di Francesco "Kento" Carlo nel carcere di una grande città italiana.

Oggi siamo alle presentazioni: se tutto va bene, il seme dell'intesa sarà piantato. Ma bisogna che ognuno interpreti il proprio ruolo. Cazziare senza paternalismo, non stare dalla parte delle guardie (mai chiamarle così: solo "assistenti"): ecco la parte del maestro. Gli allievi lo prenderanno sul serio, con l'aria di chi non prende sul serio niente e nessuno. "Io ho due fortune" dice Kento. "La prima è che le mie classi sono volontarie. Chi non è interessato, non scende. E la seconda è il rap. Col rap non devo spiegare nulla. Se gli dico 'facciamo quattro barre a testa'sanno già di cosa parlo". Di versi rap.

Il sottogenere del rap carcerario

Anche in carcere fioriscono grandi talenti, tanto che il "rap carcerario" è considerato un vero e proprio sottogenere. "Per trascinare la classe bastano due o tre leader" dice. Come Abdou (nome di fantasia), quindici anni. Lui è la candela che brucia a entrambe le estremità. "Quando riesco a farlo vibrare all'unisono col resto del gruppo, la sua capacità empatica è ai limiti del miracoloso". È generoso, sofferente. Sull'avambraccio si è tatuato la scritta "La legge me lo suca", impreziosita da "una piccola svastica storta e rachitica".

Poi c'è Sam, il rapper provetto, con "la sua finta aria di superiorità annoiata" che però, incontro dopo incontro, si fa sempre più sottile. Quando finalmente si esibisce nell'inedito a cui lavorava da un po', in aula esplode un'ovazione. Sam sgrana gli occhi, sorride. Poi "dà un po' di cinque alti ai compagni e finge di essere insoddisfatto". Yusef non si toglie mai gli auricolari dalle orecchie ("tieni bene presente che non ti sto ascoltando"), ma quando in aula si alza casino "lancia sguardi cupi e borbotta bestemmie monosillabiche finché la situazione non si tranquillizza. A quel punto, torna a far finta di essere distratto".

Adrian non parla, ma legge: è partito dai racconti di viaggio, è passato a Melville ed è arrivato a Omero. Un giorno annuncia di aver scritto "una cosa breve, senza rime". Eccola: "Tutto è strada per lo studente/ L'aria fa arrugginire/ anche quello che oggi è verde". A dicembre ci sarà un poetry slam: poeti e poetesse verranno a sfidarsi qui, sul palco dell'aula teatro. La direzione, spiega il maestro, ha concesso che tutti i detenuti siano presenti. Anche le ragazze del Treeddiciasse... Nessuno ascolta la fine della frase.

I muri dei messaggi

"Maschi e femmine di norma non si incontrano", racconta Kento. Le attività sono organizzate in modo che non ci siano sovrapposizioni. Ma le pareti più nascoste sono diventate una sorta di versione analogica di WhatsApp. Il ragazzo che fa attività in quella stanza alle 15 scrive un messaggio, la ragazza risponde alle 17, e così via. Con un po' di pazienza è possibile seguire intere parabole amorose: i primi approcci, la passione che sboccia, le liti, le riappacificazioni, gli abbandoni". A volte interviene un terzo a turbare l'equilibrio. Magari con insinuazioni che adombrano la moralità di lei. "Visto che non esistono contatti fisici, qui tradire significa intrattenere conversazioni sul muro con un'altra persona".

Per prepararli al poetry slam Kento legge ai "ragazzacci" Neruda, Saffo, Majakovskij. Cecco Angiolieri lo interpreta urlando. Al verso "e vecchie e laide lasserei altrui" si scatena un tifo da stadio tale che l'assistente entra a vedere se è tutto a posto. E quando il grande slam arriva, l'aula teatro smette di essere carcere. Alcuni ragazzi, alla fine, salgono sul palco per rappare. In mancanza di un dj, i compagni fanno beatbox a turno. "Ci siamo tutti scordati dove eravamo".

Incidenti e fughe

Un'altra cosa che non manca mai, oltre alla magia, sono gli incidenti. Un giorno Abdou si è presentato col mignolo rotto. È venuto fuori che aveva accettato come compagno di cella "un infame" mettendosi dalla parte "degli sbirri". I detenuti lo hanno picchiato. Ora dorme con le lenzuola di carta: le sostituiscono quando temono che un detenuto possa suicidarsi. Anche l'autolesionismo è comune. "Purtroppo, la creatività degli adolescenti si esprime anche così" dice Kento. "C'è chi si cuce la bocca o gli occhi usando come ago la molla degli accendini. Chi ha spaccato un neon e si è mangiato i pezzi. Chi ha ingoiato le batterie del telecomando".

Qualche giorno fa, Mirko non è rientrato da un permesso. Sarebbe uscito a breve: che senso ha questa evasione? In carcere eseguiva su commissione disegni in stile chicano (teschi, fiori, figure religiose). In cambio di sigarette, ovviamente. Il soggetto più richiesto era "la mia ragazza che mi aspetta fuori", realizzato, in assenza di fotografie, sulla base di un dettagliato identikit. La notizia della sua fuga scuote i ragazzi. Ma prima che il silenzio si faccia pesante, Kento mette su un po' di beat. Piano, poi più convinto, Hicham si mette a fare beatbox a tempo con la base. Gli altri iniziano a muovere la testa. "La jam session in onore di Mirko, evaso e artista chicano, comincia senza che ce ne rendiamo conto. Una strofa dietro l'altra, come se fossimo sotto il porticato di una piazza". È stato in quel momento, dice Kento, "che ho deciso di scrivere questo libro". 

Sul Venerdì del 29 gennaio 2021