Qualche mese fa avevo dedicato una serie di Psycho a grandi film che racchiudevano la sequenza di un sogno: da Accattone a Vertigo. Colpevolmente, insieme a chissà quanti altri, avevo dimenticato Un’altra donna di Woody Allen. Rimedio oggi perché, oltre a contenere un sogno struggente, lo considero tra i migliori film del regista newyorkese. Con Interiors (1978) e Settembre (1987), Un’altra donna (1988) appartiene alla cosiddetta trilogia bergmaniana. Alcuni momenti del film ripropongono infatti i temi di Il posto delle fragole. Qui però, al posto del medico Isak Borg (Victor Sjöström), abbiamo una professoressa di letteratura tedesca, Marion Post (Gena Rowlands). Poco consapevoli di sé perché poco attenti agli altri, entrambi vengono a sapere da un familiare di non essere amati in quanto poco amabili. Se il film di Bergman era implicitamente psicoanalitico, questo di Allen lo è esplicitamente.
L’autoanalisi di Marion inizia proprio perché, nell’appartamento affittato per scrivere un libro in tranquillità, si ritrova ad ascoltare, dapprima involontariamente poi intenzionalmente, le voci dei pazienti in seduta nell’adiacente studio di un analista. Saranno le parole di una paziente disperata, che di nome fa Hope (Mia Farrow), a scatenare in Marion i ricordi e i rimpianti di una vita apparentemente riuscita. Che grazie a Hope, cioè alla Speranza della disperazione, diventano insight, intuizione, consapevolezza e capacità di guardarsi senza le lenti autoindulgenti dell’impostura narcisistica. Ora accarezzata ora schiaffeggiata dalle voci analitiche della stanza accanto, Marion si addormenta e sogna il suo passato, gli amori e gli errori. Sogni alla ricerca di un tempo perduto perché sordo al proprio desiderio e blandito dalla convinzione che nella vita basta convincersi di esser soddisfatti, anche quando non lo siamo.
Sul Venerdì del 26 marzo 2021