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A Parma rinasce la Pilotta, uno dei musei più grandi del mondo

Il cortile di San Pietro del Palazzo della Pilotta, con l’installazione di Maurizio Nannucci (Giovanni Hanninen) 
Un lungo intervento di riorganizzazione ha ridato lustro all’antica corte dei Farnese. E tutto è pronto perché si possa tornare a visitarla
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PARMA. Quarantamila metri quadrati di superficie. Come i Musei Vaticani. Il doppio del Prado di Madrid e del British Museum di Londra. Nella classifica dei musei più grandi del mondo, stilata l'anno scorso da Forbes e National Geographic, occuperebbe il quinto posto dopo Louvre, Ermitage, Nazionale di Pechino e Metropolitan di New York. Ma il Complesso monumentale della Pilotta di Parma non c'è. Almeno per ora. Colpa del frazionamento che ha separato nel tempo tutti i suoi istituti. Ben cinque: Galleria nazionale, Teatro Farnese, Museo archeologico, Biblioteca Palatina e Museo Bodoni. Accorpati dietro le severe mura rosate dell'antica corte dei Farnese, questi meravigliosi spazi della cultura cinquecentesca, poi passati sotto la giurisdizione dei Borbone (il nome deriva dal gioco della "pelota" praticato nei suoi cortili), furono parcellizzati in pieno Ottocento. E addio al palazzo enciclopedico.

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PARMA. Quarantamila metri quadrati di superficie. Come i Musei Vaticani. Il doppio del Prado di Madrid e del British Museum di Londra. Nella classifica dei musei più grandi del mondo, stilata l'anno scorso da Forbes e National Geographic, occuperebbe il quinto posto dopo Louvre, Ermitage, Nazionale di Pechino e Metropolitan di New York. Ma il Complesso monumentale della Pilotta di Parma non c'è. Almeno per ora. Colpa del frazionamento che ha separato nel tempo tutti i suoi istituti. Ben cinque: Galleria nazionale, Teatro Farnese, Museo archeologico, Biblioteca Palatina e Museo Bodoni. Accorpati dietro le severe mura rosate dell'antica corte dei Farnese, questi meravigliosi spazi della cultura cinquecentesca, poi passati sotto la giurisdizione dei Borbone (il nome deriva dal gioco della "pelota" praticato nei suoi cortili), furono parcellizzati in pieno Ottocento. E addio al palazzo enciclopedico.

Il direttore del complesso museale Simone Verde (Giovanni Hanninen) 

Per oltre un secolo l'unità di questa "casa delle muse" fu dimenticata. Con relativo degrado dei punti di collegamento fra i corpi di fabbrica e perdita di un'identità originale andata in coriandoli. Solo con la riforma Franceschini del 2016, che fece discutere parecchio per il bando aperto agli specialisti stranieri, la Pilotta è stata riunita sotto una sola direzione (e un'unica biglietteria) e dotata di un budget milionario per mettere mano a restauri e riallestimenti. Anche se al direttore Simone Verde la parola restauri non piace. "Preferisco tutela, perché previene invece di curare" dice col sorriso disteso di chi intravede la fine del tunnel, stremato da tre anni di lavori a tappeto. Dopo aver dato le ultime indicazione alla squadra all'opera sui trabattelli nell'ala archeologica - dove è rispuntato uno splendido soffitto ligneo - fa la conta dei vasi greci, etruschi e italici che andranno in teca. "Ecco il compito di un museo" spiega rinfoderando i guanti bianchi che usa per spostare reperti antichissimi su 10 metri di tavolone in lacca cinese fiammante; "custodire il patrimonio innesca il rispetto e la cura spontanea della gente verso un bene comune".

Insomma, un contagio virtuoso. E infatti, con la bonifica di tutti gli antri, le logge, i portici, i giardini, la nuova Pilotta è stata sottratta al degrado. La potenza riparatrice dell'arte. "Solo così possiamo alimentare il valore sociale delle opere" sostiene Verde che, non per niente, ha chiesto l'anno scorso a Maurizio Nannucci, pioniere degli interventi al neon site specific, l'epigrafe blu psichedelica dipanata lungo le facciate del cortile di San Pietro e che rischiara le nebbie della Bassa. La frase rubata al Burnt Norton di Thomas S. Eliot recita: "Time present and time past are both present in time future". Tempo presente e tempo passato sono entrambi presenti nel tempo futuro. L'allusione è al peso della storia come base solida per una crescita collettiva. I passanti che fino a ieri attraversavano distratti i famosi "voltoni" della Pilotta tornano ad abitare le sale nate dalla magnifica ossessione di un ducato illuminato.

Il salone Maria Luigia della Biblioteca Palatina
  

Verde poggia sul velluto l'ultimo scarabeo della sezione egizia, allestita come un viaggio nell'oltretomba, stile Luxor, e ci accompagna in un tour battente, in anteprima sulla riapertura attesa dopo il lockdown. In cima allo scalone monumentale e sotto la cupola del vestibolo una coppia di leoni romani, freschi di tolettatura, sorvegliano l'ingresso ai musei. Alle loro spalle brilla la vetrina del Paleolitico con un preziosissimo bifacciale - una selce scheggiata a mo' di cuneo dall'Homo ergaster - acquistato sul mercato antiquario di Parigi, unico al mondo per dimensioni e gemello dell'esemplare di Oxford. Da questo punto di smistamento partono tutti i percorsi. La Biblioteca Palatina voluta nel 1761 da don Filippo di Borbone conserva gli arredi originali dell'architetto francese Petitot e allinea 800 mila volumi e il fondo di manoscritti ebraici più importante d'Italia. Il Teatro Farnese è una fastosa cattedrale di legno con tremila posti arrampicati sulle gradinate che guardano le quinte mobili del palco, gioiello di ingegneria e scenografia del Seicento. Bombardato dagli alleati che lo scambiarono per un deposito militare, fu ricostruito fedelmente a tempo di record. Sotto gli spalti, un'area ospita i capitelli dell'Antelami, con le scene della Genesi scolpite per il Duomo.

I Colossi del Palatino nella Galleria Nazionale  

Alla Galleria Nazionale si arriva attraversando la sala delle ceramiche o quella del Trionfo da tavola dello scultore catalano Damià Campeny, giostra neoclassica di anfore e tripodi, mito e galateo. La manica lunga della galleria snocciola un'infilata di capolavori da Codice Da Vinci. Ma quello era ambientato al Louvre, dove Tom Hanks scrutava la Vergine delle Rocce di Leonardo. Simone Verde si ferma davanti alla Scapiliata, celeberrimo volto di donna dai capelli svolazzanti, altro capolavoro del genio del Rinascimento che fa parte della top ten del museo, con nuova teca e nuove luci. Attorno a lei frullano i primitivi toscani del Duecento, una Madonna del Beato Angelico, la scuola del Botticelli e Giulio Romano, il papà dei Giganti di Mantova. Il cerchio poi si allarga alla pittura veneta (fino a Canaletto e Bellotto), agli emiliani, ai fiamminghi, agli spagnoli, coi picchi clamorosi della Schiava turca del Parmigianino, La guarigione del cieco nato di El Greco e il Ritratto di Paolo III di Sebastiano del Piombo, oltre all'omaggio a Correggio nella Rocchetta con le grandi pale d'altare rientrate da Parigi dopo le spoliazioni napoleoniche.

Il riallestimento delle opere nei saloni ottocenteschi della Galleria Nazionale 
  

Anche la collezione Farnese trasferita a Napoli da Carlo di Borbone aveva, a suo tempo, lasciato le sale sguarnite. Merito di Maria Luigia d'Austria, moglie di Napoleone e duchessa di Parma, se il museo fu rimpolpato grazie al suo occhio da sapiente direttrice. Il ritratto della duchessa in veste di Concordia, griffato da Canova, domina la quadreria dove svetta La morte di Virginia di Doyen, sette metri di quadrone con 200 chili di cornice dorata disegnata dal Petitot. I lavori non ancora ultimati - ma poco ci manca - riguardano il fondo Bodoni, l'architetto-tipografo che disegnò i famosi caratteri "chiaroscuri" simbolo della modernità. Tornando sui suoi passi, Verde sfoggia l'ultimo acquisto. Un megatavolo interattivo dove si può zoomare sulle collezioni parmigiane, guardare i dettagli in modo chirurgico, giocare coi link e navigare virtualmente fra le sale di un museo tornato nella classifica mondiale dei più grandi. Bisognerà aggiornare Forbes.

Sul Venerdì del 26 marzo 2021