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Buongiorno Serra, finalmente qualcuno ha sentito il bisogno di dire qualcosa di diverso e vero (il riferimento è alla mia Amaca del 24 marzo contro il continuo lamento sui ristori, ndr). A 8 e mezzo dalla Gruber le dolenze del rappresentante degli albergatori sardi, a Cartabianca quelle del ristoratore di Palermo (che ha 4 ristoranti, io non ho neanche la cantina) e nessuno, neanche le conduttrici, che gli fanno presente che i ristori sono in relazione al fatturato denunciato. E, se non ricordo male l’esame di economia, esiste ancora il rischio d’impresa. L’unico precedente, sincero e onesto, è stato quanto detto a suo tempo da Claudio Amendola in qualità di ristoratore: «Con il proprietario dei muri abbiamo trovato un accordo e per i soldi non posso né lamentarmi né pretendere molto di più di quanto ho avuto». Visti i miliardi di debito e di evasione (aggiungo io) che si ritrova questo Paese.
Emilio
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Caro Emilio, in quell’Amaca non intendevo prendermela con questa o quella categoria: i ristoratori, tra l’altro, sono tra i più bastonati dalla pandemia. Certo non è trascurabile il fatto che molte persone (meglio parlare di persone che di categorie) pretendano di ripianare per intero le loro perdite, incluse quelle non dichiarate. Ma il punto del mio ragionamento era un altro. Il Welfare è una coperta troppo corta, ma è meglio di nessuna coperta – come è stato per i nostri avi. Penso che la tendenza al lamento, sotto lo schiaffo di questa crisi tremenda e mondiale, andrebbe tenuta sotto controllo, anche per dignità: furono peggio le deportazioni di massa e i bombardamenti a tappeto delle città, forse abbiamo perduto il senso delle proporzioni. E sì, ho anche scritto che la sfiga esiste, e non è potere di alcun governo impedire che esista. Lo confermo: e non è una considerazione politica. Semmai, filosofica: senza un quid di stoicismo si vive peggio, specie quando arriva la buriana. Prevedevo reazioni prevalentemente stizzite (del genere, molto in voga sui social, “taci tu, che sei un privilegiato”). È accaduto il contrario, tanto che sono costretto a ringraziare cumulativamente i tanti lettori che mi hanno scritto, come te, per manifestare il loro consenso.
Credo che il cuore della questione sia il meccanismo profondo del nostro modo di vivere e che abbia dunque a che fare con la perdita collettiva del concetto di limite, ultimamente così nevralgico in chiave ambientale. Risparmio le ovvietà: i poveri pagano un prezzo più alto dei ricchi, ci sono pezzi di società più esposti e altri più tutelati, eccetera. Meno ovvio, credo, è dire che se anche i fortunati – che in una società come la nostra sono tanti - pretendono ininterrotta fortuna, non hanno fatto bene i conti con la vita, che prevede anche cadute, malattie, rovesci della sorte. Infine mi permetto una nota personale, anche in risposta a qualche commento abbastanza idiota conseguente a quell’Amaca.
Sono un libero professionista con partita Iva, non ho alcuna delle tutele riservate ai lavoratori dipendenti. La mia unica tutela, formale e sostanziale, è lavorare, e in questo mi sento affratellato a molti altri liberi professionisti, ristoratori compresi. La pandemia ha, grosso modo, dimezzato il mio reddito a causa della chiusura dei teatri e della crisi galoppante dell’editoria. Se mi considero ugualmente una persona benestante (della diffusa sottospecie: benestante con debiti e mutuo da pagare) non è solo perché ho quanto mi basta per mangiare, vestirmi, riscaldarmi, pagare i miei debiti e soprattutto pagare le tasse. È perché non ho mai creduto, davvero mai, che la fortuna fosse un mio diritto. Come tu dici, Emilio, esiste il rischio d’impresa. È tra le nozioni più dimenticate, e più omesse, di una società che pure sull’impresa dovrebbe essere fondata. Covid a parte, teatri chiusi a parte, se scrivo un brutto libro e nessuno lo compra, non solo non posso rivalermi sullo Stato: proprio non voglio.
Sul Venerdì del 2 aprile 2021