Il caffè rende nervoso solo chi non lo produce
di Giuliano Aluffi , di Giuliano AluffiCome ben sa chi, in ufficio, fatica a carburare prima di un salto alla macchinetta, quello tra caffè e lavoro è un binomio pressoché inscindibile. Che però nel tempo si è associato a varie forme di sfruttamento, come ricorda lo storico dell'economia Augustine Sedgewick, docente alla City University di New York, nel saggio Coffeeland (Einaudi, pp. 475, euro 35), dove racconta i 500 anni di storia del corroborante liquido scuro. Dai primi raccolti commerciali in Etiopia nel quindicesimo secolo, al consumo che si diffonde nella penisola arabica e nel Mediterraneo attraverso il commercio e la guerra con gli Ottomani che, conquistata una nuova città, costruivano una bottega del caffè per dimostrare "la civiltà del proprio dominio".
"Il legame tra caffè e lavoro inizia a Londra nel diciottesimo secolo: i datori di lavoro preferivano che i loro dipendenti bevessero caffè anziché birra" spieg…
Come ben sa chi, in ufficio, fatica a carburare prima di un salto alla macchinetta, quello tra caffè e lavoro è un binomio pressoché inscindibile. Che però nel tempo si è associato a varie forme di sfruttamento, come ricorda lo storico dell'economia Augustine Sedgewick, docente alla City University di New York, nel saggio Coffeeland (Einaudi, pp. 475, euro 35), dove racconta i 500 anni di storia del corroborante liquido scuro. Dai primi raccolti commerciali in Etiopia nel quindicesimo secolo, al consumo che si diffonde nella penisola arabica e nel Mediterraneo attraverso il commercio e la guerra con gli Ottomani che, conquistata una nuova città, costruivano una bottega del caffè per dimostrare "la civiltà del proprio dominio".
"Il legame tra caffè e lavoro inizia a Londra nel diciottesimo secolo: i datori di lavoro preferivano che i loro dipendenti bevessero caffè anziché birra" spiega Sedgewick. "Ma c'erano anche delle profonde incertezze sui reali effetti sull'organismo: ad esempio si temeva che il caffè potesse rendere impotenti". Un secolo più tardi, dall'altra parte dell'Oceano Atlantico, inizierà un nuovo capitolo della relazione tra caffè e lavoro, uno dei più duri. Nel 1889 un giovane nato nei bassifondi di Manchester, James Hill, si trasferisce a El Salvador, dove sposa la figlia dei padroni di una piantagione e inizia ad applicare i sistemi più spicci della rivoluzione industriale. "Hill trasformò in monocolture gran parte delle terre coltivabili, e così rimosse nelle aree possedute tutte le altre fonti di cibo per i salvadoregni: non solo perché rimpiazzò le altre colture con piante da caffè, ma anche perché fece abbattere gli alberi da frutta - che venivano usati per ombreggiare le piante da caffè e produrre bacche utili a arricchire di azoto il suolo - e li sostituì con piante inutili per l'alimentazione" spiega l'autore del libro. Così la paga che Hill dava ai suoi braccianti consisteva soprattutto in tortillas. "Avendo rimosso, con gli alberi da frutta, le fonti di cibo alternative a quello che lui era in grado di distribuire, Hill poteva prendere per fame i salvadoregni che volessero nutrire le loro famiglie, forzandoli di fatto a lavorare per lui". L'energia dei lavoratori delle piantagioni, nei Paesi poveri, finiva nel caffè, e il caffè, a sua volta, diventava energia per i lavoratori dei Paesi più ricchi.
Ma c'era anche chi vedeva il caffè come un pericolo. "Negli ultimi anni del 1800 aveva, in America, fieri oppositori. Come il medico e direttore di sanatorio John Harvey Kellogg, che lo riteneva fonte di nevrastenia e "una grave minaccia per la salute del popolo americano". Per Kellogg il caffè creava una dipendenza che toglieva vitalità e faceva invecchiare precocemente" continua il docente. Cavalcò queste paure Charles William Post, magnate dei cereali che, fiutando opportunità di affari, nel 1895 commercializzò un suo sostituto del caffè, il "Postum", con pubblicità che descrivevano il caffè come un veleno. "Nel 1902 grazie al "Postum", Post aveva guadagnato un milione di dollari. I giornali del tempo, evidenziando come Post fosse in realtà bevitore abituale di caffè, misero l'accento sulla credulità degli americani".
Paradossalmente, un vero scettico sulle virtù del caffè, contemporaneo di Post, fu il grande teorizzatore dell'organizzazione scientifica del lavoro, Frederick Winslow Taylor. "Per Taylor la regolarità e la sobrietà erano elementi cruciali per massimizzare l'uso produttivo delle forze dei lavoratori" spiega ancora Sedgewick. "E sia gli intossicanti come l'alcol che gli stimolanti come il tabacco e il caffè potevano compromettere la fisiologia e portare all'inefficienza". Dissentivano da Taylor molti dirigenti d'azienda che ritenevano che il caffè fosse una manna per il lavoro. In fondo quello a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento era il periodo in cui l'illuminazione artificiale e la meccanizzazione delle fabbriche avevano espanso i limiti naturali della giornata lavorativa: i limiti fisiologici del corpo umano erano rimasti l'unico vero ostacolo a una produttività totale. Così le pubblicità del Joint Coffee Trade Publicity Committee, finanziato dai piantatori brasiliani e dai torrefattori americani, promuovevano il caffè come bevanda che "aiuta uomini e donne a resistere, e a sopportare il duro lavoro".
Ancora nel 1911 però la caffeina aveva importanti detrattori: il governo americano, ad esempio, che in una causa contro la Coca-Cola per la presenza di caffeina nella ricetta chiamò a testimoniare fondamentalisti religiosi che accusarono la bevanda di "portare gli studenti e le studentesse a perdere preziose ore di sonno per darsi a intemperanze sessuali". Un punto di svolta fu quanto successe negli anni '40 a Denver: "Phil Greinetz, proprietario della manifattura di cravatte Los Wigwam Weavers, rimase senza operai giovani per via della chiamata alle armi per la Seconda Guerra Mondiale. Decise allora di assumere uomini più anziani, che però dimostrarono di avere una destrezza manuale insoddisfacente. Così Greinetz puntò sulle donne: la loro manualità era eccellente, ma non avevano abbastanza energie da completare i turni. Durante una riunione emerse una richiesta delle lavoratrici: si poteva avere una pausa di 15 minuti per bere caffè? Greinetz accettò, e notò qualcosa di molto interessante: le operaie, grazie al caffè, riuscivano svolgere in sei ore il lavoro che gli uomini facevano in otto. Greinetz colse l'occasione al volo: non solo impose l'obbligatorietà delle pause per il caffè, ma defalcò anche il tempo delle pause dallo stipendio, visto che non si trattava di tempo lavorato". Solo nel 1956 il ministero del Lavoro stabilì che le pause caffè dovevano rientrare nell'orario retribuito: aumentavano l'efficienza dei lavoratori e dunque della produzione. Insomma non è un caso che ancora nel terzo millennio il coffee break sia gratis per i dipendenti di Google, Facebook e delle altre big tech.
Sul Venerdì del 16 aprile 2021