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Nel Parco dei Nebrodi abbiamo scalciato la mafia

Asini nel Parco dei Nebrodi (Igor Petyx)  
Un presidente sotto scorta, un sindaco lungimirante e anni di battaglie coraggiose per togliere la terra ai clan ora sotto processo. Reportage da un’altra Sicilia
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TROINA (Enna). Gli asini sono quasi pronti per la transumanza. Se le femmine tengono botta quest'anno ce ne saranno una cinquantina in più ad alpeggiare tra i prati rasi e i boschi di faggio della schiena meridionale dei Nebrodi. Sono tanti, ma staranno larghi perché da qualche anno a Troina, civitas vetustissima di diecimila abitanti in provincia di Enna, è tornata la terra: solo l'azienda comunale che alleva asini ragusani e cavalli sanfratellani ne ha in dotazione 1.800, ma in tutto sono più di quattromila gli ettari a disposizione di chi voglia faticare tra bestie e raccolti. E sì che i troinesi si erano ormai abituati a farne a meno: da quasi vent'anni quella terra, l'immensa foresta che i re normanni donarono al paese quasi mille anni fa, era stata requisita dai sovrani del nuovo millennio. Sembravano intoccabili, invece stanno cadendo uno a uno.

A Troina, come in tanta parte del Parco dei Nebrodi, la terra era diventata appann…

TROINA (Enna). Gli asini sono quasi pronti per la transumanza. Se le femmine tengono botta quest'anno ce ne saranno una cinquantina in più ad alpeggiare tra i prati rasi e i boschi di faggio della schiena meridionale dei Nebrodi. Sono tanti, ma staranno larghi perché da qualche anno a Troina, civitas vetustissima di diecimila abitanti in provincia di Enna, è tornata la terra: solo l'azienda comunale che alleva asini ragusani e cavalli sanfratellani ne ha in dotazione 1.800, ma in tutto sono più di quattromila gli ettari a disposizione di chi voglia faticare tra bestie e raccolti. E sì che i troinesi si erano ormai abituati a farne a meno: da quasi vent'anni quella terra, l'immensa foresta che i re normanni donarono al paese quasi mille anni fa, era stata requisita dai sovrani del nuovo millennio. Sembravano intoccabili, invece stanno cadendo uno a uno.

A Troina, come in tanta parte del Parco dei Nebrodi, la terra era diventata appannaggio quasi esclusivo delle famiglie mafiose di Tortorici, Bronte, Cesarò. Quando a inizio 2015 il giovane sindaco Fabio Venezia prova a spiegare ai Conti Taguali di Tortorici che i tempi sono cambiati, che la terra del Comune va messa a bando e i canoni d'affitto non possono più essere così irrisori, la risposta è lapidaria: "Il bosco è nostro, aumentarci il canone anche di un solo euro è come spararci in faccia". Gli asinelli oggi sgambettano in pace, ma la terra di Troina ha passato anni cupi: "Spiegai che non dipendeva da me, che la legge è uguale per tutti" dice ora Venezia. "Mi risposero che ero io il responsabile, la testa dell'acqua, e che ne avrei risposto in prima persona".

 

Fabio Venezia vive da sei anni sotto scorta. In un certo senso è vero che è stato la fonte di tutti i guai per le famiglie mafiose che spadroneggiavano sui Monti Nebrodi. Ma se la testa è a Troina, la fine dell'acqua è nelle aule di giustizia di Messina, Enna, Caltanissetta, dove in questi mesi si celebrano processi epocali contro la branca di Cosa Nostra conosciuta come mafia dei pascoli. Il bosco dei re normanni sta per andare a dibattimento a Enna, grazie all'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta e della Guardia di Finanza di Nicosia.

 

Ad accendere i riflettori su quest'incredibile intreccio di affari e soprusi è un incontro di fine 2013 tra il neoeletto sindaco di Troina e il neonominato presidente del Parco dei Nebrodi Beppe Antoci: "Venezia venne a trovarmi con il commissario Manganaro di Sant'Agata di Militello" ricorda oggi Antoci. "Mi disse che nessuno lo prendeva su serio, ma ormai la mafia si era accaparrata quasi tutte le terre demaniali dei Nebrodi". Nemmeno Antoci, che dal 2018 non è più presidente del Parco, ha una vita normale: sopravvissuto a un attentato, si muove in auto blindata, è seguito ovunque da quattro angeli custodi e la sua casa è presidiata giorno e notte da una pattuglia dell'esercito.

L'ex presidente del Parco Giuseppe Antoci (Carmelo Imbesi/ Ansa) 

Può sembrare bizzarra tanta attenzione per qualche ettaro di bosco, ma la mafia sa fare di conto: a fronte di canoni d'affitto inchiodati a 20, massimo 30 euro per ettaro, i contributi europei all'agricoltura potevano fruttare fino a venti volte la posta. Non era più agricoltura, ma una slot machine da tenere al riparo da ogni controllo e difendere con l'arma letale di ogni famiglia mafiosa: al momento del bando pubblico, bastava mettere sul piatto il proprio nome per tenere alla larga qualsiasi forma di concorrenza. Ora che sui Nebrodi il vento ha fatto il suo giro, il nome è diventato una pietra d'inciampo. Ma per anni è stato uno strumento di scasso: "Migliaia di ettari sono stati assegnati a pregiudicati o a mogli e sorelle di condannati" spiega Antoci. "La terra di tutti era diventata una sorta di cassa continua a disposizione delle famiglie dei mafiosi in galera". Questo perché per i contratti sotto i 150 mila euro di canone annuo il certificato antimafia era sostituito da un'autocertificazione che a livello locale, regionale, nazionale, continentale, nessuno ha mai pensato di mettere in dubbio. Bastava segmentare il totale in piccole tranche, e si potevano accumulare fortune in modo infinitamente più indolore che rapinando, trafficando, estorcendo: "Per scardinare questo meccanismo perverso è bastato sottoscrivere un protocollo che impegna le amministrazioni a richiedere il certificato antimafia prefettizio per tutti i contratti a prescindere dall'importo". È il famoso protocollo Antoci, che sta facendo revocare uno a uno tutti i contratti d'affitto della terra dei Nebrodi.

Dalle pendici dell'Etna il protocollo è stato poi esteso a tutta la Sicilia, dalla Sicilia a tutta Italia, e dall'Italia la Commissione di Bruxelles lo ha proposto a modello per tutta Europa: "È passato più di un lustro dalla firma del 2015, ma le ultime intercettazioni ambientali confermano che l'odio mafioso per Antoci è rimasto intatto" ci dice un investigatore. Non è difficile capire perché: di solito i successi dell'antimafia si misurano in arresti, condanne, sequestri, confische. Si ferma un trafficante, e il prossimo è già pronto a prenderne il posto. Qui è come se la droga fosse stata eliminata del tutto.

Per apprezzare appieno i frutti della filiera antimafia che sta cambiando la Sicilia interna bisogna tornare alla testa dell'acqua. Fino all'elezione di Fabio Venezia i 4.200 ettari del bosco di Troina erano all'85 per cento assegnati a famiglie di Cosa Nostra: "C'era una pressione fortissima anche sulla terra dei privati" ricorda il sindaco. "Quando sono entrato in carica si contavano anche 110 furti all'anno di attrezzi, trattori, bestiame. Poi abbiamo finanziato reti di videosorveglianza, costituito un'associazione antiracket, accompagnato a processo gli agricoltori che denunciavano e siamo tornati a respirare".

Il presidente dell’azienda comunale Angelo Impellizzeri e il sindaco di Troina Fabio Venezia (Igor Petyx) 

Difficile dire se nel novembre 2020 Venezia abbia vinto il premio di sindaco più virtuoso d'Italia per il suo impegno antimafia, per la mole di finanziamenti che è riuscito a tradurre in cantieri, o per aver portato la raccolta differenziata del suo Comune dal 3 al 78 per cento in sette anni. Certo è che sulla terra liberata fa perno una riscossa collettiva che non si limita a indagini, arresti e sentenze. Nel 2016, pochi giorni dopo il fallito attentato ad Antoci, l'unico fittavolo che si era fatto avanti per subentrare ai temuti signori dei pascoli si tira indietro terrorizzato: "Non potevo andare avanti da solo" sibila ora dietro l'anonimato della mascherina.

A fine 2018 si scopre che sulle terre strappate ai Conti Taguali pascolano ancora le vacche della stessa famiglia: "Fu un momento di profondo scoramento" racconta ora il sindaco. "Ma lì ho capito che l'unica soluzione era farci avanti noi, con un'azienda comunale che gestisse la terra". Da allora sono arrivati gli asini, i cavalli e gli ambiziosi progetti turistici che aspettano la resa del Covid per tradursi in realtà: "Abbiamo nove dipendenti ma a regime ne avremo una cinquantina" spiega il presidente Angelo Impellizzeri. "Produciamo legna, salumi e cosmetici di latte d'asina, e stiamo ristrutturando un antico rifugio per farne un resort da 24 stanze e 150 coperti".

Il turismo, certo. Perché sono posti incantevoli, dove la storia greca, araba e normanna di Sicilia sembra impregnare anche le pietre, i prati e l'immenso Etna che non ci perde mai di vista. Troina oggi si è montata la testa, punta oltreoceano, si propone come città gay friendly, e offrendo case a un euro in centro storico finisce per incuriosire anche chi non bada a spese: "Abbiamo appena venduto un rustico da trecentomila euro a un manager texano" spiega il sindaco. Ma l'ombra resta. Davvero si può cambiare rotta così radicalmente? Fabio Venezia sospira in mezzo alle sue sentinelle, Beppe Antoci si chiede se sarà mai un uomo libero, un investigatore fa capire che c'è ancora tanta fatica da fare: "La mafia non molla, sappiamo che non ha rinunciato alla terra". Torneranno. Ma forse troveranno una comunità ad arginarli: "Fra due anni scade il mio secondo mandato" dice il sindaco. "Ma sarebbe bello se tutto questo fosse irreversibile".

Sul Venerdì del 23 aprile 2021