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Energia nucleare verde? Qualcuno la vede grigia...

Una centrale in costruzione a Flamanville, in Francia (Charly Triballeau /Afp via Getty Images) 
Insieme all’eolico è la fonte che produce meno emissioni. Ma è cara e pone problemi di smaltimento e sicurezza. A 35 anni da Chernobyl, e con 54 nuovi reattori quasi pronti, il dibattito resta aperto
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Il 26 aprile 1986 il reattore 4 della centrale atomica di Chernobyl, in Ucraina, al confine con la Bielorussia,  esplose a causa di un test di funzionamento condotto disattivando ogni sistema di sicurezza. L'esplosione provocò l'incendio della struttura e l'esposizione all'aria del combustibile nucleare. Una nube carica di radioattività coprì 162 mila chilometri quadrati di Europa, seminando il panico e provocando migliaia di morti, immediate o causate in seguito dalle radiazioni: circa quattromila secondo la stima dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), 200 mila nelle stime di Greenpeace. Oggi 2.600 chilometri quadrati intorno alla centrale sono off limits, e resteranno tali per secoli.

Visto il terribile precedente, ha fatto rumore la notizia che la sicurezza di un'altra centrale nucleare in Bielorussia, appena completata dalla russa Rosatom ad Astravets, sia in discussione. A porre il problema erano stati a no…

Il 26 aprile 1986 il reattore 4 della centrale atomica di Chernobyl, in Ucraina, al confine con la Bielorussia,  esplose a causa di un test di funzionamento condotto disattivando ogni sistema di sicurezza. L'esplosione provocò l'incendio della struttura e l'esposizione all'aria del combustibile nucleare. Una nube carica di radioattività coprì 162 mila chilometri quadrati di Europa, seminando il panico e provocando migliaia di morti, immediate o causate in seguito dalle radiazioni: circa quattromila secondo la stima dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), 200 mila nelle stime di Greenpeace. Oggi 2.600 chilometri quadrati intorno alla centrale sono off limits, e resteranno tali per secoli.

Visto il terribile precedente, ha fatto rumore la notizia che la sicurezza di un'altra centrale nucleare in Bielorussia, appena completata dalla russa Rosatom ad Astravets, sia in discussione. A porre il problema erano stati a novembre i lituani, segnalando alle autorità europee anomale fluttuazioni di corrente in occasione della messa in funzione di Astravets: si temeva dipendessero da problemi all'impianto. Dopo mesi di trattative, a marzo una delegazione dell'European Nuclear Safety Regulators Group si è messa d'accordo con Minsk su una serie di  controlli nell'impianto, per essere certi che Astravets risponda agli stringenti criteri di sicurezza della Ue. "In realtà, nei primi tempi dopo l'accensione, una centrale nucleare registra fluttuazioni di potenza a causa dei test operativi" rassicura Walter Ambrosini, docente di Impianti nucleari all'Università di Pisa. "Oggi in tutto il mondo il nucleare viene costruito e gestito seguendo i severi standard decisi e verificati dall'Aiea, che lo rendono molto più sicuro di tante altre industrie".

Sicuro sì, ma non ancora al livello promesso, da oltre venti anni, dalla cosiddetta quarta generazione di reattori, che dovrebbero essere a "sicurezza intrinseca" (in sintesi, non possono surriscaldarsi, anche nel peggiore incidente ipotizzabile), con una vita più lunga, una maggiore efficienza e una minore produzione di scorie. Oggi però nessun modello commerciale è ancora di questo tipo. "È una ricerca, in corso in vari Paesi, che richiede tempi lunghi" spiega Ambrosini. Ma Mark Jacobson, ingegnere ambientale della Stanford University, dubita che la vedremo mai arrivare al termine. "Il nucleare oggi deve competere con fonti rinnovabili sempre più economiche: la sua quarta generazione sarebbe ancora più costosa dell'attuale, molto difficile da vendere".

Questo non vuol dire che la ricerca di reattori innovativi sia stata abbandonata: in India, per esempio, quello a neutroni veloci di Kalpakkam promette di produrre più combustibile nucleare di quanto ne consumi, irradiando uno strato di torio, elemento molto più abbondante dell'uranio, per trasformarlo in altri isotopi fissili, ovvero in grado di sviluppare a loro volta una reazione a catena di fissione nucleare.In Russia, invece, è stata varata la prima centrale atomica galleggiante, la Akademik Lomonosov, destinata a fornire energia a zone dell'Artico ma anche ad aree eventualmente colpite da disastri. In Cina vengono studiati vari tipi di reattore innovativo, fra cui quello ad alta temperatura della centrale di Shidao Bay, alimentato con sfere di combustibile atomico raffreddate a gas, che oltre a produrre elettricità potrebbe scindere l'acqua per ottenere idrogeno.

Minireattori per tutti?

"Noi invece partecipiamo a un progetto europeo per piccoli reattori modulari" dice Ambrosini. "Si tratta di impianti a sicurezza intrinseca, costruiti in fabbrica, che possono essere installati rapidamente e nel numero che serve, richiedendo capitali minori delle grandi centrali". È un concetto su cui sta puntando anche TerraPower, società di Bill Gates, che vuole realizzare un prototipo di piccolo reattore modulare, raffreddato a sodio liquido, sicuro e semplice, per diffondere questa fonte nel mondo. Il che, segnala però su Risk Analysis Michael Ford, esperto di energia alla Carnegie Mellon University, potrebbe non essere una buona idea: solo il 20 per cento degli Stati ha oggi economia e istituzioni stabili e sviluppate abbastanza da gestire in sicurezza il nucleare. "Pensate che sarebbe successo se ci fosse stata una centrale atomica in Siria o Iraq e l'Isis ne avesse preso il controllo" aggiunge Alex Sorokin, ingegnere nucleare e consulente energetico, che nella sua carriera ha  seguito progetti di impianti atomici, convenzionali e a rinnovabili.

A molti, però, una maggiore diffusione del nucleare sembra essenziale per contrastare il cambiamento climatico, visto che, secondo l'Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, questa energia è, con l'eolico, la fonte con minori emissioni nel ciclo di vita: 12 grammi di CO2 per kWh prodotto, in media, contro gli 820 del carbone, i 490 del gas e i 48 del fotovoltaico. Però finora neppure il riscaldamento climatico sembra aver spinto molto l'atomo: al mondo i reattori restano intorno ai 440 fin dai tempi di Chernobyl, mentre la loro produzione copre da un ventennio un decimo circa della fornitura elettrica globale, incalzata ormai dal 9 per cento prodotto da sole e vento. È vero che nei prossimi anni entreranno in funzione altri 54 reattori, di cui 11 in Cina, 7 in India e 4 sia in Russia che negli Emirati Arabi (ma solo due negli Usa e uno in Francia, oggi i maggiori utilizzatori di questa energia), però dal 2010 ne sono stati chiusi altrettanti per problemi o limiti di età. "E le chiusure aumenteranno. Gli impianti esistenti sono fatti per durare circa 40 anni e oggi hanno un'età media di 35: i sette reattori tedeschi si fermeranno entro il 2022, i cinque spagnoli entro il 2030" ricorda Sorokin. "Si deve aggiungere che costruire una centrale atomica richiede almeno una dozzina di anni, ma molto di più in caso di problemi, come è accaduto ai nuovi reattori pressurizzati europei (Epr) di Flamanville in Francia e di Olkiluoto in Finlandia, in ritardo di un decennio. Difficilmente il nucleare potrà contribuire molto alla decarbonizzazione del Pianeta entro il 2050". Ambrosini obietta però che "in molte nazioni la vita dei reattori esistenti è stata prolungata di decenni, visto che il loro stato è ancora ottimo".

I fondi dell'Europa

A dare un aiuto al nucleare è arrivato a marzo un rapporto del Joint Research Center della Commissione Europea che ne certifica un impatto su clima e ambiente così basso da renderlo comunque utile alla decarbonizzazione. E questo rende probabile il suo finanziamento con i fondi del Next Generation Eu, facilitando fra l'altro i piani di Romania, Ungheria e Polonia per nuove centrali atomiche. "È una decisione sensata, visto che il nucleare funziona continuamente, compensando l'intermittenza di sole e vento. Una combinazione di rinnovabili al 75-85 per cento, con il resto di nucleare, come suggerito nel 2018 dalla Commissione Europea, creerebbe un sistema elettrico adeguato, e senza emissioni" sostiene Ambrosini. Jacobson dissente: "Le centrali nucleari sono lente, non adatte a seguire le veloci variazioni di sole e vento. Ci sono già una dozzina di ricerche che mostrano la maggiore efficacia di altri sistemi di compensazione dell'intermittenza, come accumulatori, produzione di idrogeno o pompaggi idroelettrici. Inoltre per costruire una grande centrale solare o eolica servono da uno a tre anni: puntare sull'atomo ci condanna a usare molto più a lungo i combustibili fossili". Aggiunge Sorokin: "Il nucleare non è più competitivo, il suo megawattora costa sui 110 euro, contro i 50 o meno di fotovoltaico ed eolico. E si tira ancora dietro problemi irrisolti, come lo smaltimento di scorie o i suoi legami con il militare, vedi il caso dell'Iran". "I sistemi per risolvere il problema delle scorie ci sono" replica sempre Ambrosini, "spetta alla politica applicarli, come dimostra il deposito definitivo costruito dalla Finlandia a Onkalo. La competitività del nucleare, poi, aumenterà se gli si darà la possibilità di costruire più centrali e finanziare più ricerca". Insomma il dibattito resta acceso.

Sul Venerdì del 16 aprile 2021