Il nostro palazzo a Tripoli
dal nostro inviato Vincenzo Nigro , dal nostro inviato Vincenzo NigroTRIPOLI. L'ambasciata d'Italia a Tripoli è una bella palazzina bianca costruita all'inizio degli anni Trenta su quello che era il lungomare a oriente della medina, della città vecchia e del "castello rosso". Sono i luoghi che ancora all'inizio del Novecento erano il baricentro della capitale di Libia. Oggi non si sa più cosa sia Tripoli, ma allora lungo la strada c'erano ville e piccoli edifici di pregio. Accanto all'ambasciata, in direzione Est, c'è prima una piccolissima moschea e poi il giardino di una strana villa in stile orientaleggiante: costruita anche questa dagli italiani, era la residenza del vicegovernatore al tempo coloniale. Da anni è diventata la sede dell'ambasciata d'Egitto: era chiusa da mesi, gli egiziani stanno per riaprire.
Finestra sul Mediterraneo
Il lungomare fu costruito dagli italiani già prima del fascismo, creando un lungo muraglione sopra la spiaggia. Per anni era sta…
TRIPOLI. L'ambasciata d'Italia a Tripoli è una bella palazzina bianca costruita all'inizio degli anni Trenta su quello che era il lungomare a oriente della medina, della città vecchia e del "castello rosso". Sono i luoghi che ancora all'inizio del Novecento erano il baricentro della capitale di Libia. Oggi non si sa più cosa sia Tripoli, ma allora lungo la strada c'erano ville e piccoli edifici di pregio. Accanto all'ambasciata, in direzione Est, c'è prima una piccolissima moschea e poi il giardino di una strana villa in stile orientaleggiante: costruita anche questa dagli italiani, era la residenza del vicegovernatore al tempo coloniale. Da anni è diventata la sede dell'ambasciata d'Egitto: era chiusa da mesi, gli egiziani stanno per riaprire.
Finestra sul Mediterraneo
Il lungomare fu costruito dagli italiani già prima del fascismo, creando un lungo muraglione sopra la spiaggia. Per anni era stato quel che deve essere: una strada a ridosso del Mediterraneo. Sul marciapiede esterno, a distanza regolare, c'erano delle scalinate che portavano alla sottile striscia della spiaggia. Con i piedi entravi nel mare che accarezza Tripoli. Oggi non è più così: negli anni Novanta Gheddafi affidò ai sud-coreani il progetto di riempire per centinaia di metri il mare davanti al lungomare italiano: praticamente fece costruire una tangenziale, una piccola autostrada che collega il centro di Tripoli ai quartieri orientali. La palazzina bianca da allora è stata allontanata dalla costa. "Vedi il mare di Tripoli, senza poterlo toccare: dalle finestre, lontano, dietro la tangenziale e dietro un pezzo di stazione marittima e di banchina che hanno aggiunto alle strade" ci dice un diplomatico. Senza poterlo toccare anche perché da quel palazzo bianco gli italiani non possono uscire se non con una scorta mastodontica e solo per ragioni di servizio.
Se c'è un luogo che più di ogni altro in questi dieci anni dalla rivoluzione del 2011 ha rappresentato un simbolo della politica italiana per la Libia, è proprio questa palazzina bianca in Shara Uahran 1. Ambasciata aperta, ambasciata evacuata e chiusa, ambasciata riaperta, poi "unica sede della Ue ancora in funzione". Per mesi il segnale di quell'edificio chiuso oppure aperto è stato la cartina di tornasole di una politica estera faticosa e intermittente, di sicuro costruita sul coraggio e sul sacrificio di ambasciatori, diplomatici, segretari, carabinieri del Tuscania e funzionari della Presidenza del Consiglio che in Shara Uahran 1 hanno vissuto per anni in una reclusione forzata ma necessaria.
La fidanzata sudafricana
Il primo evento drammatico è quello del 18 marzo del 2011: l'Italia fugge da Tripoli. La Nato si prepara a bombardare la Libia di Gheddafi, il governo di Silvio Berlusconi spera fino all'ultimo di evitare la guerra totale, ma il premier italiano è troppo debole e allo stesso tempo troppo amico di Gheddafi. Non riesce a mettere in piedi una trattativa, un negoziato che forse avrebbe potuto salvare Gheddafi ma anche limitare la stessa devastazione della Libia.
La rivolta era iniziata il 17 febbraio: allora l'ambasciatore d'Italia era Vincenzo Schioppa, un gentiluomo napoletano che riuscì a sfuggire alla guerra di Libia ma qualche anno più tardi morì tragicamente in Costiera amalfitana, in un incidente stradale con la sua Vespa. Schioppa nella notte fra il 17 e il 18 marzo ricevette da Roma l'ordine che lui avrebbe voluto molti giorni prima: evacuare, chiudere tutto e fuggire prima dei bombardamenti Nato. "Farlo come avvenne allora fu un mezzo disastro" ci dice oggi un funzionario che visse l'abbandono della palazzina bianca. "Lasciammo molte auto nel cortile, anche blindate, e molto materiale negli uffici. Fu una fuga, non un'evacuazione. E tutto venne devastato".
Quella mattina del 18 marzo il C-130 dell'Aeronautica che era atterrato a Tripoli per mettere in salvo i diplomatici italiani rimase fermo per ore sulla pista, bloccato dalla polizia di Gheddafi. Fu una piccola odissea. Uno dei figli del Colonnello a tutti i costi voleva che sull'aereo salisse anche la sua fidanzata sudafricana, e fin quando da Roma non accettarono di imbarcare l'ospite, l'aereo non riuscì a partire.
Una cartina geografica
Abbandonata in malo modo, l'ambasciata rimase sotto la cura di un paio di guardiani locali e di Bruno Dalmasso, un italiano cresciuto in Eritrea che sopravviveva in Libia con l'incarico di guardiano del cimitero cattolico. Ma la fuga italiana e il "tradimento" di Berlusconi, passato a sostenere i nemici del Colonnello, non passarono inosservati al regime. Poche settimane, e mentre i bombardamenti continuavano, il primo maggio l'ambasciata e la residenza di Schioppa vennero assaltate e devastate da una folla di gheddafiani. Erano stati incaricati dell'incursione perché la notte precedente la Nato aveva bombardato uno dei rifugi in cui si nascondeva il Colonnello. Il leader si salvò ma vennero uccisi il figlio più giovane, Saif Al Arab, e due nipoti.
Nell'ambasciata devastata e data alle fiamme, rimase inspiegabilmente intonsa la gigantesca cartina geografica del Mediterraneo centrale su una parete nell'ufficio dell'ambasciatore. Sempre sul lungomare di Tripoli, ma due chilometri più avanti, venne saccheggiata con furia anche la residenza di Schioppa, un ex circolo ufficiali della Regia Marina. "Lasciarono appeso in cantina soltanto un prosciutto che avevamo in dispensa: carne di maiale, non la toccarono. Tutto il resto rubato o bruciato" ricordava qualche mese dopo il povero Schioppa.
"Gli americani siamo noi"
La rivolta va avanti, ancora pochi mesi e nel settembre del 2011 iniziano i lavori per rimettere a posto la palazzina bianca: l'ambasciata d'Italia riapre nella Libia conquistata dai ribelli. La sicurezza non è garantita, ma Roma vuole esserci e tenere aperta la sua sede è un segnale politico. Il nuovo ambasciatore è Giuseppe Buccino, che vivrà i primi anni di creativo caos post-rivoluzionario in un clima di preoccupazione per la sicurezza sua e di tutti i suoi colleghi. Buccino è costretto ad evacuare una seconda volta il palazzo il 14 febbraio 2015: nel 2014 era scoppiata la "seconda guerra civile" di Libia fra le milizie che erano state alleate contro Gheddafi. Dopo mesi in cui Buccino era riuscito a resistere, le condizioni di sicurezza impongono di partire.
Questa volta le cose vengono fatte con più calma. Nell'inverno del 2016 la Farnesina manda un funzionario in avanscoperta per organizzare una nuova riapertura: il giovane Steve Forziati, scortato dai carabinieri del Tuscania, troverà l'ambasciata in condizioni migliori rispetto alla devastazione del 2011. Sarà Marco Minniti il 9 gennaio 2017 a celebrare la nuova riapertura, accompagnando a Tripoli il nuovo ambasciatore Giuseppe Perrone. "Tripoli è una delle ambasciate di guerra della diplomazia italiana" dice un diplomatico che ci ha lavorato a lungo: "Baghdad e Kabul sono in una zona verde in cui la protezione americana è stata sempre forte, a Tripoli invece per molti anni gli 'americani' siamo stati noi, ovvero eravamo noi con i nostri servizi di intelligence a valutare le condizioni di sicurezza anche per altre ambasciate alleate, confrontandoci con gli stessi americani".
Il saluto di Draghi
Tutto questo da dieci anni ha imposto agli ambasciatori Perrone e Buccino e ai loro colleghi diplomatici una vita infernale: a parte l'ambasciatore (che quando esce viaggia con un convoglio blindato assai complesso), tutti rimangono normalmente rinchiusi dentro la palazzina bianca o nei loro piccoli alloggi. L'unico spazio di libertà è la finestra da cui vedono il mare di Tripoli. "In ambasciata nei momenti difficili dormono i carabinieri del Tuscania, e anche con loro alla fine si divide tutto: la colazione, il pranzo, la cena, il cibo che riportano in Libia quelli che arrivano dai viaggi in Italia".
Poche settimane fa Mario Draghi è stato il primo capo di governo dopo anni a fermarsi qualche minuto in ambasciata per salutare "i reclusi", come per scherzo si auto-definiscono i diplomatici che ci vivono. Ha potuto farlo perché per ora il clima e la sicurezza a Tripoli volgono al bello. Ma attenzione, quando leggerete notizie sull'ambasciata che sta per chiudere, quando ci saranno immagini di un corteo di diplomatici italiani in partenza, ecco, quello sarebbe il segnale che ancora una volta la guerra civile in Libia si è avvitata verso il basso.
Sul Venerdì del 23 aprile 2021