Claudio Piersanti: Io, Vronskij e l'amore assoluto
di Alberto Riva , di Alberto RivaRomanziere, sceneggiatore, direttore di riviste, autore di alcuni tra i migliori romanzi italiani degli ultimi anni, da Il ritorno a casa di Enrico Metz a La forza di gravità, Claudio Piersanti, classe 1954, è un indagatore dei sentimenti, specialmente quelli segreti. Anche il suo ultimo romanzo che esce ora da Rizzoli, Quel maledetto Vronskij, sembra sbucare da un universo separato, quasi fiabesco. È la storia del tipografo Giovanni che la bella Giulia abbandona senza motivo e allora lui, come fosse la Penelope omerica, per ammazzare l'angoscia si mette a ricopiare tutta Anna Karenina, il romanzo preferito dalla moglie, e lo stampa in un'edizione pregiata solo per lei. Ma qui incappa nell'insidioso Vronskij che ha rubato il cuore di Anna e allora cominciano gli incubi: ci sarà un maledetto Vronskij anche nella sua vita?
È un racconto sull'amore assoluto?
"Beati loro! È qualcosa che io ho desiderato profondamente. Non ho …
Romanziere, sceneggiatore, direttore di riviste, autore di alcuni tra i migliori romanzi italiani degli ultimi anni, da Il ritorno a casa di Enrico Metz a La forza di gravità, Claudio Piersanti, classe 1954, è un indagatore dei sentimenti, specialmente quelli segreti. Anche il suo ultimo romanzo che esce ora da Rizzoli, Quel maledetto Vronskij, sembra sbucare da un universo separato, quasi fiabesco. È la storia del tipografo Giovanni che la bella Giulia abbandona senza motivo e allora lui, come fosse la Penelope omerica, per ammazzare l'angoscia si mette a ricopiare tutta Anna Karenina, il romanzo preferito dalla moglie, e lo stampa in un'edizione pregiata solo per lei. Ma qui incappa nell'insidioso Vronskij che ha rubato il cuore di Anna e allora cominciano gli incubi: ci sarà un maledetto Vronskij anche nella sua vita?
È un racconto sull'amore assoluto?
"Beati loro! È qualcosa che io ho desiderato profondamente. Non ho mai vissuto nulla del genere. L'ho intravisto in tante persone. Esiste. Ne ho invidia. I miei personaggi sono mentali, sono creature di penna".
Però c'è una minaccia.
"Quando sei felice c'è sempre. Nei momenti di felicità, da vecchio lettore di Orazio, ho sempre cominciato a prepararmi. Cercavo di non cadere da troppo in alto".
È anche un libro sulla morte. Forse sul saperci convivere.
"Per Freud il pensiero della morte era l'unico pensiero. Io preferisco esplicitarlo. Quando avevo venticinque anni, a Bologna, avevo già fatto quaranta funerali, la metà dei miei amici erano morti. Non è normale. Tutto il vecchio movimento, che erano migliaia di persone, interi caseggiati, con cui ho fatto tanta politica, era fatto di ragazzi che in gran parte sono finiti nella droga. E poi è arrivato l'Aids".
Lei però è abruzzese.
"Sono nato davanti al Gran Sasso, mio padre era un maresciallo, girava. Sono cresciuto nelle Marche, in una caserma dei carabinieri. La mia punizione era la camera di sicurezza. Poi mia madre corrompeva l'appuntato per darmi le polpettine. Non ho avuto un'infanzia normale. Ho vissuto in tanti posti, purtroppo".
Perché purtroppo?
"Perché non ho un posto dove tornare. Infatti è diventato un'ossessione, il ritorno, anche nei miei libri".
Un posto dove rifugiarsi.
"Non ce l'ho. Anche la lingua. Io cambiavo accento. A seconda dei periodi sono stato scrittore bolognese, scrittore romano e addirittura veneziano. Tecnicamente sono un nomade. Da ragazzo saltavo sul motorino e seguivo il camion dei traslochi".
Come è diventato scrittore?
"Per caso, come tutto nella mia vita. Avevo dimenticato un manoscritto a casa di un amico da cui dormivo a Bologna. Lo trova uno che faceva il consulente per la Feltrinelli. Ci mise dei mesi a capire di chi fosse".
Com'era Bologna allora?
"A ventidue anni passavo le mie serate con Felix Guattari, Gianni Scalia, Gianni Celati. I miei vicini erano gli Skiantos e i Gaznevada. Freak Antoni viveva con la madre e la nonna, era meraviglioso. Pensava che facessi il Dams e non avevo coraggio di dirgli che studiavo filosofia. Mi laureai con Luciano Anceschi".
Rispetto a oggi, che c'è la caccia all'esordio, negli anni Ottanta ci si doveva sentire un po' in colpa a scrivere, o no?
"Scrivere storie era una cosa in assoluta controtendenza, scatenava reazioni negative, venivamo presi in giro. Il narratore era una cosa morta. La letteratura era ormai formale, postmoderna, ripetitiva, più affidata ai professori che agli scrittori. Noi non andavamo alla ricerca dei padri, ma dei nonni! Io diventai amico di Romano Bilenchi, classe 1909, l'ho visto due giorni prima che morisse, ci siamo anche salutati. A volte con noi c'era Vasco Pratolini. Pier Vittorio Tondelli, che aveva un anno meno di me, si innamorò di Carlo Coccioli e di altri scrittori dimenticati. Ognuno cercava di ricostruirsi una storia. Siamo stati a lungo giovani scrittori. Poi di colpo sono diventato vecchio e addirittura vecchissimo!".
Ha lavorato a lungo nel cinema.
"Ho fatto trenta-quaranta film tra tv e cinema. Per me il cinema è stato Carlo Mazzacurati, un caro amico. Morto lui non mi sono mai più svegliato al mattino pensando a un film".
Ancora la morte.
"È stata durissima. Quando è morto stavamo scrivendo un film su Goffredo Parise. Andavamo in Friuli, nella casetta di Parise che è stata salvata. Ho conosciuto tutti quelli che appaiono nei Sillabari, i suoi amici, un chirurgo che mi mostrò una sua foto in tenuta da sala operatoria. Parise volle assistere all'estirpazione di un tumore: alla fine lo prese in mano, lo fissò serio e disse, in dialetto veneto: 'È questo che ci ammazza!' Lo voleva vedere in faccia. In questo ci assomigliamo. Natalia Ginzburg voleva portarmi all'Einaudi e farmi scrivere racconti nella linea di Parise. E io non lo sapevo!".
In che senso?
"Me lo rivelò Giulio Einaudi, quando nel 1997 ci trovammo insieme in Sicilia per il premio Vittorini, che vinsi con Luisa e il silenzio. C'erano anche Carlo Feltrinelli e Manuel Vázquez Montalbán. Scoprii che c'era un patto tacito tra Einaudi e Feltrinelli per non rubarsi gli autori. Caddi dalle nuvole. Io sarei passato immediatamente all'Einaudi! Cercavo qualcuno che mi lasciasse lavorare ai racconti, la battaglia persa della mia vita. E sa chi ci portava in giro in macchina per ristoranti? Andrea Camilleri, una persona meravigliosa, parlammo tutto il tempo di Sciascia, che non lo incoraggiava. Montalbán mangiava in maniera spaventosa. La sua traduttrice era dovuta venire da Parma portandosi dietro dei culatelli".
Perché dice che quella sui racconti è la sua battaglia persa?
"Ogni volta che iniziavo il discorso con il mio e altri editori la reazione era: un libro di racconti no! L'amore degli adulti, che poi è stato sempre ristampato, lo aveva messo insieme Gianni Celati. Ho quaderni pieni di racconti che non so neanche più dove sono".
Vronskij è anche un romanzo sulla gelosia. Ne soffre?
"L'ho sentita molto da giovane, poi l'ho depotenziata. Quando diventavo geloso salivo sul motorino e cambiavo città".
Nel suo libro c'è il dolore, ma è stranamente lieve, fa proprio pensare a certi racconti dei Sillabari di Parise.
"È venuto facile, fluente. È una fase serena della mia vita. Da solo, in mezzo alla campagna marchigiana. Sono venuto qui perché c'era mio figlio a dieci chilometri, ma ora vive a Bruxelles".
Se le dico che lei è uno scrittore fuori dalle mode è d'accordo?
"Senz'altro".
Sul Venerdì del 23 aprile 2021