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Le barricate della Comune, 150 anni dopo

Una barricata dell’esercito popolare a Parigi nel 1871. Il governo rivoluzionario della Comune resisté dal 18 marzo al 28 maggio di 150 anni fa (Archivi Alinari) 
Erano operai, artigiani, impiegati, insegnanti, le donne e gli uomini che a Parigi nel 1871 si ribellarono e vennero sconfitti sulle barricate. Un mito collettivo che non si è ancora spento
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Dicesi  - recitano i glossari - "di vino o distillato invecchiato in barriques", ossia in botti di rovere a media capacità. È sintomatico che nel XXI secolo l'aggettivo "barricato" appartenga ormai quasi esclusivamente al linguaggio di enologi con più o meno puzza sotto il naso. Smaltita l'epoca delle rivoluzioni come una sbronza assassina, da sobri ci siamo forse dimenticati che il termine "barricata" deve il suo etimo proprio a quegli antichi barilotti, le barriques. Riempite di terra, vennero utilizzate per la prima volta come sbarramenti alla fine del Cinquecento, in Francia, nel marasma delle guerre di religione. L'idea originaria è attribuita a tale Charles de Cossé, conte-duca di Brissac, uomo d'armi delle milizie cattoliche anti-ugonotte. Su sua iniziativa, le barricate debuttarono a Parigi nel 1588 durante i tumulti contro il re Enrico III di Valois, accusato di eccessive aperture ai protest…

Dicesi  - recitano i glossari - "di vino o distillato invecchiato in barriques", ossia in botti di rovere a media capacità. È sintomatico che nel XXI secolo l'aggettivo "barricato" appartenga ormai quasi esclusivamente al linguaggio di enologi con più o meno puzza sotto il naso. Smaltita l'epoca delle rivoluzioni come una sbronza assassina, da sobri ci siamo forse dimenticati che il termine "barricata" deve il suo etimo proprio a quegli antichi barilotti, le barriques. Riempite di terra, vennero utilizzate per la prima volta come sbarramenti alla fine del Cinquecento, in Francia, nel marasma delle guerre di religione. L'idea originaria è attribuita a tale Charles de Cossé, conte-duca di Brissac, uomo d'armi delle milizie cattoliche anti-ugonotte. Su sua iniziativa, le barricate debuttarono a Parigi nel 1588 durante i tumulti contro il re Enrico III di Valois, accusato di eccessive aperture ai protestanti.

Principale focolaio dei disordini fu la place Maubert, che si apre adesso lungo l'elegante Boulevard Saint-Germain. Di popolare, la piazza non ha più un fico secco, ma è un luogo ameno, tutto fruttivendoli, formaggiai, bistrot. C'è anche un negozio di vini. Anni or sono, per curiosità, indagai chiedendo a commessi e camerieri se sapessero che quattro secoli prima le barriques avevano esordito in loco sotto forma di barricades. Risposero di no ridacchiando oppure guardandomi con preoccupazione psichiatrica.

L'assalto al cielo

Tra i parigini restano invece meglio conservati i ricordi delle barricate tirate su dalla Comune: i 72 giorni di autogoverno popolare (18 marzo - 28 maggio 1871) dei quali ricorre in questi mesi il 150° anniversario. Liquidato dai "versagliesi", le truppe governative, con 10, forse 20 mila fucilazioni sommarie, più altrettante condanne alla deportazione, quello che Karl Marx definì "l'assalto al cielo" da parte del proletariato non avrebbe potuto finire peggio. Secondo Jean-Paul Sartre la violenta repressione delle rivolte nel 1848 era stata il "peccato originale della borghesia", che da classe rivoluzionaria si tramutava ora in brutale guardiano dell'ordine. Ma lo sterminio sociale del 1871 fu molto di più. Fu un trauma dal quale il movimento operaio avrebbe faticato a riprendersi per quasi mezzo secolo. Cioè fino all'Ottobre rosso 1917. Anche da qui l'aneddoto apocrifo di Lenin che saltella festoso nella neve del Palazzo d'Inverno perché, giunta al suo 73° giorno, la rivoluzione bolscevica ha superato in durata quella comunarda. Cosa che, scaramanticamente, appariva ai suoi occhi di buon auspicio.

La rivoluzione spartachista a Berlino, 1918-19 (Getty Images) 

Sketch a parte, un secolo e mezzo dopo, il dibattito storiografico e politico intorno alla Comune non si è ancora spento: la fiammata parigina del '71 fu un esperimento di tipo comunista, socialista, anarchico, neo-giacobino? Di certo quella sconfitta segnò uno spartiacque: fu l'epica pietra tombale dello spontaneismo, del velleitarismo o - detto con più alate parole -  del romanticismo insurrezionale. I cadaveri dei comunardi chiudevano l'Ottocento delle cospirazioni, delle società segrete, della sovversione sanguigna, ma improvvisata e vagamente bohémienne, per far posto al Novecento della Rivoluzione internazionale, verticistica, quanto più possibile razionalizzata. Le macerie della Comune seppellivano, insomma, un certo tipo di rivolta e il suo emblema: le barricate. Che in seguito non sarebbero sparite dalla circolazione, ma riaffiorate nelle lotte (Pietrogrado, 1917; Berlino, 1919; Madrid e Barcellona, 1936; Budapest, 1956, Parigi e Praga, 1968...) con funzione sempre più simbolica che militare. Se non altro perché, davanti ad artiglieria pesante, carri armati o aviazione, la loro capacità di resistenza era ormai ridotta praticamente a zero.  

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Rivolta studentesca a Parigi nel 1968 (Getty Images) 

Un ruolo teatrale

Che mi risulti, nessuno ha ripercorso l'epos barricadero meglio dello studioso ed editore Éric Hazan in La barricade. Histoire d'un objet révolutionnaire (edizioni Autrement). Il libro non è stato tradotto in italiano, ma il lettore ne può trovare un compendio in un testo precedente dello stesso Hazan, Parigi. L'invenzione di una città, pubblicato dalla casa editrice bolognese Odoya. Analizzandola come "forma simbolica", l'autore scrive: "Dalle origini, la barricata svolge un ruolo che si aggiunge alla sua funzione guerriera: quello di un dispositivo scenico. E la scena è comica quando da una parte e dall'altra i combattenti si sfottono, si insultano come sotto le mura di Troia, cercano di convincere quelli che hanno di fronte ad arrendersi prima di venire massacrati o, viceversa, di passare tra i ranghi degli insorti. È questo ruolo teatrale della barricata che ne spiega il ritorno nel XX secolo".

Ammasso orgiastico di barili, calcinacci, pietre disselciate, carri rovesciati, inferriate divelte, portoni scardinati, la vecchia barricade ha un compito difensivo, quindi compare poco durante la Rivoluzione francese, le cui gesta sono prevalentemente offensive. L'âge d'or delle battaglie di strada sarà l'Ottocento. E nel 1830, '32, '48, '51, '71 avrà come epicentro Parigi. Ma nella patriottica stagione quarantottina - "la primavera dei popoli" - un effetto-contagio farà spuntare trincee urbane da Vienna a Berlino, da Praga a Budapest; in Italia a Palermo, Venezia, Milano, quella delle Cinque giornate.

Garibaldi sulle barricate a Palermo nel 1860 (Getty Images) 

"Le barricate appartengono al genio parigino" annotava Chateaubriand che pure, da monarchico, non le aveva in gran simpatia. Al contrario di Victor Hugo, il repubblicano, l'eterno esule, che ne fu il massimo cantore. I miserabili rimarrebbero un romanzo colossale anche se spolpati di tutto e ridotti unicamente ai vertiginosi capitoli finali sulle sommosse parigine del '32 e del '48. Hugo, del resto, considerava quelle pagine - a tutt'oggi da brivido - il vero cuore del libro. "Uomini trafelati, operai, studenti, leggevano proclami, incitavano alle armi, spezzavano i fanali, staccavano i cavalli dalle carrozze, disselciavano le strade, sfondavano le porte delle case, sradicavano gli alberi, frugavano le cantine, facevano rotolare le botti, ammucchiavano ciottoli, calcinacci, mobili, assi, costruivano barricate". E poi: "Animo! Ancora sassi! Ancora botti! Ancora roba! È bassissima la vostra barricata, bisogna che cresca: metteteci tutto, buttateci tutto, ficcateci tutto" grida Gavroche, il leggendario scugnizzo-martire della ribellione. È come se tra le barricades ("paurosi capolavori della guerra civile") e l'impetuosa, torrenziale ispirazione di Hugo si producesse un'osmosi. Fra epica e poesia, la rivolta è raccontata in una specie di tempesta ormonale. Perché "niente uguaglia la mano del popolo per costruire tutto ciò che si costruisce demolendo".

Eppure, nei giorni della Comune, il grande Victor non avrebbe dato prova di altrettanta empatia. Rientrato a Parigi dopo il ventennale esilio cui l'aveva costretto il Secondo Impero, ormai crollato, di Napoleone III, Hugo fiutò l'ariaccia pre-insurrezionale che si respirava in città e riparò di nuovo all'estero. Definì l'esplosione comunarda "una cosa buona ma fatta male". Verdetto salomonico, un po' pilatesco. Ma niente in confronto alla bile che la meglio intellighenzia francese sputò sulla sollevazione del '71. Governo di esaltati, "criminale e demente" lo giudicò Anatole France. Seppur con accenti diversi, un identico, fegatoso disprezzo si ritrova in scritti di Gustave Flaubert, Théophile Gautier, Edmond de Goncourt o perfino dei "populisti" Émile Zola e George Sand. Benché naufragata nella disillusione, l'epopea del 1848 aveva incendiato i cuori di artisti e letterati. Mentre dagli intellettuali la, ben più radicale, Comune venne lasciata sola. A difenderla con l'attivismo o con le parole rimase soltanto qualche dissidente: lo scrittore Jules Vallès, il pittore Gustave Courbet, il caricaturista Honoré Daumier, un poeta omosessuale e alcolizzato di nome Paul Verlaine o un geniale iconoclasta diciassettenne chiamato Arthur Rimbaud...

La disfatta

"Ma salvo qualche sporadica vampata in altre città, anche la provincia, le campagne, la Francia profonda abbandonarono Parigi" dice al Venerdì lo storico francese Michel Winock, autore con Jean-Pierre Azéma del saggio Les communards (edizioni Tempus). "La Comune" ricorda, "divenne lotta di classe, ma inizialmente nacque come reazione patriottica, repubblicana alla débâcle del Secondo Impero nella guerra contro la Prussia. Assediata per quattro mesi dai tedeschi, Parigi vuole continuare a battersi e ritiene che, negoziando la pace alle condizioni poste da Bismarck, il governo di Adolphe Thiers stia svendendo la Francia al nemico. Aggiungiamoci inoltre che, durante il conflitto, la capitale è stata spostata prima a Bordeaux e poi a Versailles, luogo simbolo dell'Ancien Régime, dunque inviso agli anti-monarchici. Parigi si ritrova quindi "de-capitalizzata" e vive la cosa come un'onta".

Ad accendere l'insurrezione fu notoriamente il fallito blitz con cui, nella notte del 18 marzo, le truppe governative tentarono di scippare ai parigini 85 cannoni parcheggiati sulla collina di Montmartre. Ma, colti in castagna, i "versagliesi" vengono bloccati dalla plebe, rifiutano di spararle addosso, abbassano i fucili e fraternizzano con la gente. La città è in mano al popolo. Anche perché la grande borghesia se l'è svignata alla chetichella oppure s'è tappata in casa con porte e finestre sbarrate. Dieci giorni dopo è proclamata la Comune: "Una democrazia forse non socialista, ma certamente sociale" dice Michel Winock. "Il popolo di Parigi non è più quello dei Miserabili di Victor Hugo: con l'impulso impresso dal Secondo Impero all'industrializzazione, il tenore di vita è migliorato. Però la classe operaia della Comune non è nemmeno il proletariato di Marx, quello delle grandi fabbriche. È ancora un misto di artigiani, lavoratori di micro-imprese, piccola borghesia di impiegati, funzionari, insegnanti".

In due mesi e mezzo, la democrazia diretta instaurata dai comunardi vuole cambiare tutto: politica, istituzioni, rapporti di lavoro, condizione della donna, insegnamento, giustizia, sistema carcerario, religione... Tanta roba in pochissimo tempo. "Non si riuscì a far molto. Ma le riforme avviate e interrotte durante la Comune avrebbero avuto un futuro nella Repubblica: con la creazione della scuola laica obbligatoria, poi con la separazione tra Stato e Chiesa".

La disfatta dimostrò, tuttavia, che militarmente il movimento operaio era un disastro. "Emerse in effetti una grande debolezza difensiva" commenta Winock. "I combattimenti finali furono eroici però male organizzati. Tra i "federati" della Guardia Nazionale, l'armata popolare comunarda, non c'era disciplina. Gli ufficiali venivano eletti. Spesso più in base alla popolarità che alla competenza. La democrazia diretta non funziona granché bene nell'esercito".

Un'eredità imbarazzante

Durante la famigerata "settimana di sangue" che pose fine all'autogestione operaia, i soldati di Versailles ebbero facilmente la meglio sulle barricate. "Ce n'erano di due tipi: quelle in muratura, costruite nei mesi precedenti, e quelle disperate dell'ultim'ora, ammucchiate alla meno peggio nei quartieri" precisa, via email, lo specialista Éric Hazan. Ancora adesso negli scontri urbani non smettono di spuntare barricate: "Sì" dice, "ma forse sarebbe il momento di inventarsi qualcos'altro, tipo i blocchi stradali sulle rotatorie praticati dai Gilet gialli". L'impressione è che la sinistra politicienne abbia rimosso le memorie della Comune come qualcosa di imbarazzante. È così? "Certo. Tutto ciò che di radicale e scandaloso ci fu in quell'esperienza è stato ridotto a un'immaginetta inoffensiva, addomesticato, recuperato all'interno della grande favola repubblicana. Dall'epoca Mitterrand gli anniversari si sono sempre celebrati in questa chiave". Oppure non celebrati affatto.

Domani è il 1° maggio dei lavoratori. Che a Parigi fu per decenni sinonimo di Montée au Mur des Fédérés, la processione verso il muro del cimitero di Père-Lachaise dove furono massacrati gli ultimi comunardi. Una grande liturgia della gauche francese. Me l'ero sempre persa. Però nel 2013, sotto la presidenza del socialista Hollande, ci andai. Ma non trovai né socialisti né comunisti, o quanto ne rimaneva. Ci sarà stato sì e no un centinaio di persone: una simpatica adunata di anarchici, massoni, liberi pensatori, mangiapreti, positivisti fuori tempo massimo, libertari assortiti dalle barbe ottocentesche. Aleggiava un clima ieratico di "sconfittismo", la religione mortuaria della sinistra più orgogliosa,  nostalgica e vinta. Quando si levarono i pugni, e sulle note dell'accordéon partì, struggente, Le temps des cerises (Il tempo delle ciliegie), la canzone diventata inno elegiaco della Comune, girai i tacchi. Perché va bene il ricordo, ma - con tutto l'affetto - la necrofilia anche no.

Sul Venerdì del 30 aprile 2021