No, la lotta armata non è perdonabile
di Michele Serra , di Michele SerraPer scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Michele Serra,
dopo gli arresti di Parigi dei “rifugiati politici condannati per atti di terrorismo” e l’intervento di Paolo Mieli (condiviso da Corrado Augias) in cui dichiara di vergognarsi di avere firmato insieme a decine di intellettuali la famosa “lettera aperta all’Espresso sul caso Pinelli” del 13 giugno 1971, sono andato a ricercare la lista dei firmatari della suddetta lettera aperta. Vi trovo tra i tanti: Giorgio Amendola, Andrea Barbato, Franco Basaglia, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Giorgio Bocca, Pierre Carniti, Liliana Cavani, Furio Colombo, Luigi Comencini, Tullio De Mauro, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Giulio Einaudi, Federico Fellini, Dario Fo, Franco Fortini, Renato Guttuso, Margherita Hack, Primo Levi, Riccardo Lombardi, Nanni Loi, Dacia Maraini, Giancarlo Pajetta, Ferruccio Parri…
Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Michele Serra,
dopo gli arresti di Parigi dei “rifugiati politici condannati per atti di terrorismo” e l’intervento di Paolo Mieli (condiviso da Corrado Augias) in cui dichiara di vergognarsi di avere firmato insieme a decine di intellettuali la famosa “lettera aperta all’Espresso sul caso Pinelli” del 13 giugno 1971, sono andato a ricercare la lista dei firmatari della suddetta lettera aperta. Vi trovo tra i tanti: Giorgio Amendola, Andrea Barbato, Franco Basaglia, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Giorgio Bocca, Pierre Carniti, Liliana Cavani, Furio Colombo, Luigi Comencini, Tullio De Mauro, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Giulio Einaudi, Federico Fellini, Dario Fo, Franco Fortini, Renato Guttuso, Margherita Hack, Primo Levi, Riccardo Lombardi, Nanni Loi, Dacia Maraini, Giancarlo Pajetta, Ferruccio Parri. Mi fermo qui, chi vuole può continuare la ricerca su Wikipedia.
Non mi pare una compagnia di cui Mieli dovrebbe vergognarsi. O no? Perché di quello che è successo all’anarchico Pinelli non si parla mai?
Daniele Da Re
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Caro Da Re, di quello che è successo all’anarchico Pinelli si parla molto, e da molti anni. Ma non è bastato a capire con chiarezza che cosa sia accaduto, ormai più di mezzo secolo fa, nella Questura di Milano, dopo le false accuse agli anarchici per una strage, quella di piazza Fontana, commessa con ogni probabilità (come certificato da un lungo e vano lavoro della magistratura inquirente) dai neofascisti, così come la totalità delle stragi dinamitarde di quegli anni. Con la copertura di uomini dello Stato che volevano destabilizzare la vita democratica.
Quell’appello, letto con il senno di poi, ebbe un gravissimo torto: rovesciare addosso al commissario Luigi Calabresi, senza alcuna prova, la responsabilità della morte di Pinelli. Se lo firmarono anche persone non sospettabili di fanatismo o di estremismo è perché lo stragismo nero (che precede, lo dico per amore di verità, il terrorismo rosso) faceva sospettare che lo Stato, teoricamente arbitro della legalità repubblicana, non fosse degno di fiducia, e fosse complice o addirittura attore del golpismo e degli attentati. La definizione di “strage di Stato”, relativa all’attentato di Piazza Fontana nel 1969, non fu certo appannaggio di pochi gruppi estremisti.
I successivi, tremendi anni, dimostrarono che no, lo Stato non era il nemico. I nemici erano coloro che, anche in seno allo Stato, avevano coltivato con ogni mezzo la rivincita del fascismo. Licio Gelli, che si è fatto seppellire in camicia nera, è diventato (con merito) il simbolo di quelle trame, di quella fellonia, di quel sanguinoso, lungo, sporco lavoro contro la Repubblica e la democrazia. Quello che oggi possiamo dire – sempre con il senno di poi – è che fece bene chi confidò nella forza della legalità repubblicana come solo possibile terreno di lotta contro l’eversione nera. E fece malissimo chi pensò di rispondere con la violenza e con le armi, uccidendo innocenti, amministrando in proprio la giustizia come fanno in genere le cosche.
A me dispiace, a distanza di tanti anni, sentire nei tiggì che sono stati arrestati a Parigi “terroristi di Lotta Continua e delle Brigate Rosse”. Mi dispiace perché, pur essendo stato un precoce revisionista del Pci, so che Lotta Continua non fu un gruppo terrorista, anche se non era certo un gruppo non violento; e si sciolse, nel 1976, proprio per evitare di confondere la sua stagione con quella, alle porte, del terrorismo assassino. Ma è il solo “distinguo”, questo, che mi sento di fare agli arresti di Parigi. Che sono la inevitabile conclusione di una scelta politica, e umana, tragica e imperdonabile, quella della lotta armata, costata sangue alle vittime, galera e fuga agli assassini.
Sul Venerdì del 14 maggio 2021