"Nomadland" sulla strada post traumatica
di Vittorio Lingiardi , di Vittorio LingiardiQuello che più mi ha colpito del film premio Oscar Nomadland è il fenomeno che racconta. Non lo conoscevo, ma pare riguardi tre milioni di americani. Né migratorio né tribale, il nomadismo rivelato da Chloé Zhao è una forma di errare post traumatico. Senza frontiera né terra promessa, vivendo di lavori poveri e stagionali, la carovana procede, chi viene e chi va, fluida e organizzata. Vive del suo e non incontra violenze: da rubare c’è poco. Uomini e donne non giovani il cui antefatto sociale (neo-povertà) e psicologico (rinuncia o perdita di legami, spaesamento, struttura caratteriale) si sposa con forme selvatiche di sopravvivenza e schiva solidarietà che non escludono la ricerca interiore.
Diaspora senza tradizione culturale, Nomadland è l’incontro tra solitudini che si raccolgono nel contenitore mobile costruito e offerto da un guru mite e radicale. A bordo dei loro van condiv…
Quello che più mi ha colpito del film premio Oscar Nomadland è il fenomeno che racconta. Non lo conoscevo, ma pare riguardi tre milioni di americani. Né migratorio né tribale, il nomadismo rivelato da Chloé Zhao è una forma di errare post traumatico. Senza frontiera né terra promessa, vivendo di lavori poveri e stagionali, la carovana procede, chi viene e chi va, fluida e organizzata. Vive del suo e non incontra violenze: da rubare c’è poco. Uomini e donne non giovani il cui antefatto sociale (neo-povertà) e psicologico (rinuncia o perdita di legami, spaesamento, struttura caratteriale) si sposa con forme selvatiche di sopravvivenza e schiva solidarietà che non escludono la ricerca interiore.
Diaspora senza tradizione culturale, Nomadland è l’incontro tra solitudini che si raccolgono nel contenitore mobile costruito e offerto da un guru mite e radicale. A bordo dei loro van condividono la Strada, che nel sogno americano rappresenta sempre la Speranza, mentre qui è solo la strada, la certezza che non finisce. Vedova e disoccupata, Fern è refrattaria al vincolo e inconsolabile dall’umano. Solo dalla natura si lascia consolare, lei sola lascia entrare nella terra desolata del suo cuore. Dal dialogo e dal legame si difende con le spine dell’attaccamento “distanziante”: lo sa la sorella, se ne accorge un compagno di strada che la vorrebbe più vicina. Ma ora il rifugio più forte è il paesaggio, la libertà dal vincolo. Di Dio non si parla. Difficile capire dove finisca la libertà e inizi la disperazione, però questo lo si può dire anche di tante soluzioni “borghesi”. Fern, che parla poco e mangia da sola, non abdica mai alla dignità. A un certo punto dice: «I’m not homeless. I’m just houseless», che tradurrei così: «Non ho un tetto sopra la testa, ma non sono una senzatetto». Peccato non sia il tipo da chiedere una psicoterapia: inizierei subito.
Il Venerdì del 14 maggio 2021