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Vittoria Alliata: per il mito rivolgetevi a noi Gattopardi

Burt Lancaster (al centro seduto) nel film Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti (Getty Images) 
Altro che decadenza: la storia della Sicilia è affascinante come una favola Disney, per questo il pubblico la ama. Parola di scrittrice. E di principessa
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La Sicilia come la Terra di Mezzo, con tanti Signori degli Anelli ancora da raccontare. "Quando Tolkien vide dalla nave lo Stromboli in eruzione disse: allora il mio universo esiste davvero!" racconta la principessa Vittoria Alliata di Villafranca - erede di uno dei più blasonati casati dell'isola, scrittrice, studiosa dell'Islam e prima traduttrice, già da adolescente, della saga di Frodo e della sua Compagnia. Risponde al telefono da Villa Valguarnera, la settecentesca magione di famiglia a Bagheria che da anni difende da grovigli ereditari, incuria burocratica e assalti mafiosi (una parte del complesso è oggi una residenza extralusso: è vero che ha appena ospitato Mick Jagger? "No comment").

Parlare con lei della Sicilia letteraria significa rimbalzare su e giù per tremila e più anni di storia, dagli dei greci ai Borbone, dall'imperatore Enrico VI di Svevia al principe Francesco Alliata, padre di Vittoria e …

La Sicilia come la Terra di Mezzo, con tanti Signori degli Anelli ancora da raccontare. "Quando Tolkien vide dalla nave lo Stromboli in eruzione disse: allora il mio universo esiste davvero!" racconta la principessa Vittoria Alliata di Villafranca - erede di uno dei più blasonati casati dell'isola, scrittrice, studiosa dell'Islam e prima traduttrice, già da adolescente, della saga di Frodo e della sua Compagnia. Risponde al telefono da Villa Valguarnera, la settecentesca magione di famiglia a Bagheria che da anni difende da grovigli ereditari, incuria burocratica e assalti mafiosi (una parte del complesso è oggi una residenza extralusso: è vero che ha appena ospitato Mick Jagger? "No comment").

Parlare con lei della Sicilia letteraria significa rimbalzare su e giù per tremila e più anni di storia, dagli dei greci ai Borbone, dall'imperatore Enrico VI di Svevia al principe Francesco Alliata, padre di Vittoria e pioniere della cinematografia subacquea e del gelato industriale di qualità. Un passato che, come si addice al mito, è per lei un eterno presente, con poco spazio per rivendicazioni neorealiste, indagini sociocriminologiche o malinconie piccoloborghesi.

L'ha stupita il successo di una saga familiare come I leoni di Sicilia?
"Per niente, mi stupisce lo stupore. I popoli di tutto il mondo vogliono storie affascinanti, epopee seducenti, eroi e antieroi in cui identificarsi. Questo gli americani l'hanno capito benissimo, le favole Disney non hanno sempre protagonisti maghi, re e principesse? E la Marvel, non ha perfino recuperato gli dei delle saghe nordiche?".

Mentre da noi?
"Da noi si è imposta la linea di occuparsi di piccole mediocri cose, il mondo depresso delle periferie, la povertà. Ma cultura popolare non significa raccontare la plebe. Guardi il successo di The Crown, anche in Italia: di una dinastia inglese non dovrebbe importarci molto. Eppure quando ho proposto alla Rai una serie basata sulla storia siciliana - con i suoi eroi, i suoi intrecci con le grandi vicende italiane e internazionali - mi hanno risposto che non avrebbe creato empatia. Vogliono le periferie, vogliono la mafia!".

E invece qual è la Sicilia da recuperare?
"Ma tutta: è un tale concentrato di miti, gesta eroiche, di storie vere che rasentano l'indicibile, popoli che si incontrano e si combattono - fenici greci arabi normanni svevi catalani albanesi - e poi si adattano a vivere insieme, ognuno conservando una parte della propria identità e creandone una comune. I miei antenati erano immigrati, da Bisanzio erano passati a Creta, poi a Pisa e infine in Sicilia. Sono queste le radici dell'identità italiana, anzi di quella europea, mica possiamo lasciarle agli olandesi!".

Pensa che l'aristocrazia siciliana di oggi condivida questa consapevolezza, questo orgoglio identitario?  
"Io parlo per me, da intellettuale combatto questa battaglia. Ma è un'eredità che appartiene a tutta la popolazione, si ritrova nel mio giardiniere che parla il galloitalico o nell'operaio che parla arberesh o nei villaggi in cui si balla ancora una quadriglia comandata in francese. Non c'è mai stata una separazione tra classe feudale e popolo. Non c'è mai stato un proletariato, come si illudeva Elio Vittorini quando rifiutava di pubblicare Il Gattopardo perché pensava che nel dopoguerra ci fosse spazio solo per storie di 'piccoli siciliani disperati'".

Ma nel Gattopardo il principe Tomasi di Lampedusa riflette sulla decadenza dell'aristocrazia...
"Di quel grande libro si ricordano solo alcuni passaggi, travisati anche per colpa di un brutto film con attori straordinari. Tomasi attinge al mito con un distacco ironico che è anch'esso tipicamente siciliano. Ma anche la sua è un'epopea, il principe di Salina è un eroe-filosofo. E in fondo disprezza Tancredi, il nipote che scende a compromessi con il nuovo potere".

All'epoca la sua famiglia da che parte stava?
"Tra Sette e Ottocento i miei antenati furono tra i protagonisti di ben sette rivolte contro l'assolutismo borbonico alleato dell'Inquisizione. Pensi alla rivoluzione di Palermo del 1773, ispirata anche dalla mia ava Marianna (la Marianna Ucria del romanzo di Dacia Maraini, cugina di Vittoria, ndr): il popolo non insorge in armi, ma tira fuori i santi da tutte le chiese e con quelli va ad assediare il viceré. Praticamente una rivolta gandhiana".

Una scena perfetta per una serie. E quando alla fine arrivò Garibaldi?
"Il generale si fermò nel nostro palazzo di Palermo, c'è ancora il piatto dove mangiò zucca in agrodolce. E sulla facciata la lapide dice che 'Per sole due ore / posò le stanche membra'".

Un'eroica pennichella, insomma. E poi?
"Poi il suo luogotenente Mordini convocò il Parlamento siciliano per le votazioni. Sarebbe stata la rinascita di un'istituzione antichissima, il primo parlamento del mondo, che aveva sempre limitato i poteri del sovrano, e per questo i Borbone l'avevano esautorato. Ma arrivò l'ordine di Cavour: elezioni annullate. Poteva nascere un'Italia federale, ci fu invece la pura e semplice annessione al regno dei Savoia. E le nostre famiglie ripresero a opporsi".

Vittoria Alliata di Villafranca (Gillesmarie Zimmermann) 
Però nella storia e nella letteratura l'aristocrazia siciliana non fa sempre una bella figura. Nei Viceré di Federico De Roberto gli Uzeda sono uno più ignorante, arrogante e spregevole dell'altro.
"Ah, ma quella è una letteratura invidiosa, piccoloborghese. Si sa che a Catania De Roberto era un famiglio dei marchesi di San Giuliano. Nel suo romanzo diede sfogo ai suoi risentimenti personali".

E i Florio, protagonisti della saga di Stefania Auci? In fondo non erano nobili...
"Erano bottegai venuti dalla Calabria, hanno fatto tanti soldi e li hanno sperperati grandiosamente, sono stati coinvolti in storie losche, ma i loro discendenti sono sparsi tra tutte le maggiori famiglie aristocratiche. Un altro esempio della capacità che ha questa terra di accogliere e assimilare tutti. Anche i Florio hanno capito il mito, l'hanno gestito. Del resto, forse era un Florio anche Shakespeare".

Prego?
"Secondo lei è un caso che tante sue opere siano ambientate in Italia, che Tanto rumore per nulla sia il rifacimento di una commedia popolare messinese? Studi autorevoli ipotizzano che dietro la figura di Shakespeare si nasconda un Giovanni Florio figlio di un mercante ebreo, o forse valdese, scappato da Messina per sfuggire all'Inquisizione. Lui poi si sarebbe stabilito in Inghilterra e avrebbe adottato il nome della madre, Crollalanza, Shake-speare".

Tornando ai Florio, si dice che la loro epoca, tra Otto e Novecento, sia stata l'età dell'oro per Palermo...
"Era una città piena di giardini, di palazzi meravigliosi, frequentata da sovrani, imperatori e zar (che naturalmente erano interessati anche alla posizione strategica della Sicilia). E intanto a Catania si girava il primo film kolossal, a Taormina accorrevano gli spiriti liberi del mondo intero... La rottura c'è stata con la Seconda guerra mondiale, i bombardamenti angloamericani hanno distrutto in pochi giorni la città più bella del mondo. Dobbiamo recuperare tutto quello che c'era prima, altro che cancel culture, sono loro che ci hanno cancellato, sono loro che devono sentirsi in colpa, non certo noi".

Di questo universo mitico fa parte anche il mondo di Andrea Camilleri? In fondo anche la sua è una Sicilia immaginata, reinventata...
"Per carità. È proprio quel filone letterario che il mito lo cancella del tutto. Pensi solo a un dettaglio: dove abita il Montalbano della serie tv? In una casa abusiva".

 

Sul Venerdì del 14 maggio 2021