Il banchiere di Beirut ha i soldi contati
di Francesca Caferri , di Francesca CaferriNei graffiti che circondano Piazza dei Martiri, il cuore di Beirut, appare come un diavolo. Ma anche con le corna e il forcone, Riad Salameh non perde la sua eleganza. Non c'è foto che lo rappresenti senza una delle sue costosissime cravatte. Perché il governatore della Banca centrale di Beirut è, prima di tutto, un certo tipo di libanese: poliglotta, formazione internazionale, a suo agio nei salotti della finanza che conta.
A 70 anni, Salameh è da quasi tre decenni un punto fermo per chi segue le vicende del Libano: da 28 anni alla guida della Banca centrale, ha visto passare otto primi ministri, una guerra, una dozzina di attentati e, meno di un anno fa, la terrificante esplosione del porto, senza scomporsi mai. Non si scompone neanche ora che una serie di inchieste internazionali lo hanno messo nel mirino, accusandolo di essere più di ogni altro colpevole di aver scaraventato il Libano nella peggiore crisi economica della sua storia recente, …
Nei graffiti che circondano Piazza dei Martiri, il cuore di Beirut, appare come un diavolo. Ma anche con le corna e il forcone, Riad Salameh non perde la sua eleganza. Non c'è foto che lo rappresenti senza una delle sue costosissime cravatte. Perché il governatore della Banca centrale di Beirut è, prima di tutto, un certo tipo di libanese: poliglotta, formazione internazionale, a suo agio nei salotti della finanza che conta.
A 70 anni, Salameh è da quasi tre decenni un punto fermo per chi segue le vicende del Libano: da 28 anni alla guida della Banca centrale, ha visto passare otto primi ministri, una guerra, una dozzina di attentati e, meno di un anno fa, la terrificante esplosione del porto, senza scomporsi mai. Non si scompone neanche ora che una serie di inchieste internazionali lo hanno messo nel mirino, accusandolo di essere più di ogni altro colpevole di aver scaraventato il Libano nella peggiore crisi economica della sua storia recente, con il 50 per cento della popolazione ridotto a vivere sotto la soglia di povertà.
Il salto nel fango è una novità per il governatore, abituato ad accoglienze trionfali a Davos e a New York, dove a lungo è stato salutato come l'uomo che aveva recuperato la stabilità finanziaria del suo Paese dopo 15 anni di guerra civile. Il merito riconosciuto era di aver creato uno schema che ha consentito a lungo all'economia del piccolo Libano, totalmente dipendente dalle importazioni, di prosperare: pagare tassi di interesse altissimi per i depositi in dollari e in lire libanesi, assicurando così un costante afflusso di nuovi capitali. In questo modo nella "Svizzera del Medio Oriente", come era una volta chiamato il Libano, sono arrivati capitali da tutto il mondo: Paesi arabi in primis, ma anche dalla diaspora libanese, 14 milioni di persone, una risorsa fondamentale per un Paese che conta sei milioni di cittadini residenti.
Lo "schema Salameh" ha funzionato fino al 2016, quando ha iniziato a mostrare le prime crepe. Ma a dargli il colpo di grazia è stata la rivolta che dall'ottobre 2019 ha scosso il Paese, con migliaia di persone in piazza contro la corruzione della classe politica, governatore compreso. Da quel momento, i soldi hanno smesso di arrivare e l'architettura finanziaria messa su dalla Banca centrale è esplosa. Il flusso di denaro in entrata non è più bastato per pagare creditori e interessi: a novembre gli istituti di credito hanno imposto un controllo dei capitali, congelando i conti correnti e i depositi di milioni di piccoli e medi risparmiatori. Ma neanche questo è servito: a marzo dell'anno scorso il Libano aveva un debito pubblico pari a circa il 170% del Pil (90 miliardi di dollari), uno dei più alti al mondo.
Per la prima volta nella storia il governo è stato costretto ad annunciare il default finanziario, non riuscendo a ripagare la tranche da 1,2 miliardi di dollari di Eurobond emessa nel 2010. Gli aiuti del Fondo monetario internazionale sono stati bloccati dalla crisi politica: e così in 18 mesi la lira ha perso il 90% del suo valore, portando alla peggiore crisi economica degli ultimi trent'anni. Salameh è finito al centro della contestazione: attaccato dalla piazza furiosa per il blocco dei conti e dalla classe politica, un tempo alleata, che gli rimprovera di aver nascosto la situazione drammatica in cui versano le finanze nazionali e di non aver fatto abbastanza per scongiurare il default.
Corruzione e riciclaggio
Contemporaneamente contro di lui si è scatenata una tempesta giudiziaria internazionale: dalla Svizzera al Regno Unito, le sue manovre finanziarie sono finite nel mirino di magistrati ed enti indipendenti. L'ultimo colpo è arrivato da Parigi, dove pochi giorni fa l'organizzazione senza scopo di lucro Sherpa e un gruppo di avvocati hanno presentato un esposto per presunta corruzione e riciclaggio di denaro. La denuncia riguarda acquisti immobiliari "sospetti" in Francia per un valore di milioni di euro.
Nelle attività illecite sarebbe coinvolto anche Raja, il fratello di Salameh, già indicato come suo complice in altri reati contestati dalla giustizia svizzera. In questo caso il governatore e il fratello sarebbero al centro di uno schema di riciclaggio da trecento milioni di dollari che, secondo i calcoli dell'Organised crime and corruption reporting project, avrebbe consentito alla famiglia di accumulare beni per un valore complessivo di 100 milioni di dollari. Beni in parte investiti in proprietà immobiliari nel Regno Unito, le cui autorità starebbero a loro volta valutando di aprire un'inchiesta.
Il prezzo del pane
Tramite gli avvocati Salameh ha smentito tutte le accuse e sostenuto che i guadagni sono frutto di investimenti e del lavoro presso la banca d'affari Merrill Lynch negli anni '80 e '90. E che la gestione della Banca centrale del Libano è stata sempre regolare. Nel frattempo, però, l'ultima relazione finanziaria rivela che le riserve sono diminuite di oltre mezzo miliardo di dollari nel solo mese di aprile e che l'istituto potrebbe essere costretto a interrompere il programma di sussidi su beni di prima necessità come grano, benzina e medicinali già alla fine di questo mese. Un programma da cui dipendono migliaia di famiglie, e dunque la stessa stabilità dello Stato libanese. Già ci sono stati diversi scontri di piazza per il prezzo del pane, con almeno due morti: se i sussidi venissero a mancare, la situazione potrebbe esplodere.
"Non giudicate il Libano come un Paese normale, perché noi non siamo un Paese normale", diceva Salameh in un'intervista al Financial Times nel 2017 per giustificare operazioni che già allora apparivano poco ortodosse. No, non è un Paese normale il Libano che sta affondando. E neanche l'uomo che più di ogni altro avrebbe dovuto vigilare perché restasse a galla. Eppure pare destinato a traghettarlo verso l'inferno come un novello Caronte.
Sul Venerdì del 14 maggio 2021