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È proprio super questa lega

Il match tra Bayern Monaco e Olimpia Milano del 28 aprile, finito 85-79. Ma Milano ha poi chiuso la serie 3-2 (Getty Images) 
Dal 28 maggio la Final Four dell'Eurolega con MIlano protagonista. Un torneo di grande successo, ma nato vent'anni fa dalla scissione dei club più ricchi. Vi ricorda qualcosa?  
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Cara al cuore di Giorgio Armani, il principe dello stile che da tredici anni vi inietta denari e passione, l'Olimpia Milano giocherà a Colonia, dal 28 al 30 maggio, la Final Four di Eurolega. Mancava da 29 anni all'atto conclusivo della Coppa dei Campioni del basket (Istanbul '92, fuori in semifinale), così come la decaduta pallacanestro tricolore lo disertava da dieci: l'ultima fu Siena, a Barcellona 2011. Risale infine a vent'anni fa, sera gloriosa del 10 maggio 2001, l'ultima coppa maggiore alzata da una nostra squadra, la Virtus Bologna di Ettore Messina, oggi leader dei milanesi. Gli eroi fanno lunghi giri, ma poi sono sempre gli stessi: solo, meno giovani e belli, ai loro insaziati 61 anni. Era frattanto sparita dai radar l'Olimpia pigliatutto che dettava legge negli anni 80 della Milano da bere, incardinata da Dan Peterson sulla mitologica trinità D'Antoni-McAdoo-Meneghin. Potrebbe riapparirvi ora: da Delaney a Rodriguez, da …

Cara al cuore di Giorgio Armani, il principe dello stile che da tredici anni vi inietta denari e passione, l'Olimpia Milano giocherà a Colonia, dal 28 al 30 maggio, la Final Four di Eurolega. Mancava da 29 anni all'atto conclusivo della Coppa dei Campioni del basket (Istanbul '92, fuori in semifinale), così come la decaduta pallacanestro tricolore lo disertava da dieci: l'ultima fu Siena, a Barcellona 2011. Risale infine a vent'anni fa, sera gloriosa del 10 maggio 2001, l'ultima coppa maggiore alzata da una nostra squadra, la Virtus Bologna di Ettore Messina, oggi leader dei milanesi. Gli eroi fanno lunghi giri, ma poi sono sempre gli stessi: solo, meno giovani e belli, ai loro insaziati 61 anni. Era frattanto sparita dai radar l'Olimpia pigliatutto che dettava legge negli anni 80 della Milano da bere, incardinata da Dan Peterson sulla mitologica trinità D'Antoni-McAdoo-Meneghin. Potrebbe riapparirvi ora: da Delaney a Rodriguez, da Hines a Datome, da Shields a LeDay, gli assi odierni ne hanno classe, statura, mestiere.

Lo scisma del 2001

Il basket doppiò la boa, in quel 2001. L'ultima Eurolega vinta fu anche la prima disputata. L'alba di una nuova era, a separare un prima e un dopo: le Coppe dei Campioni del vecchio governo, quelle del nuovo. C'è poco altro da spiegare, a chi s'è accalorato intorno alle recenti vicende della Superlega calcistica. Il film è stato appena raccontato: non visto, in quanto mai girato, solo abbozzato in sceneggiature poi abortite (o solo riposte nei cassetti). Semplicemente al basket, vent'anni fa, riuscì il golpe incruento che il potere del calcio ha invece soffocato in un maldestro sferragliare di sciabole. La scisma dei grandi club del canestro s'impose allora su un molle potere centrale. La Fiba, la federazione internazionale, provò a difendere il territorio e varò un suo torneo in concorrenza. Furono alzate in quel 2001 due Coppe dei Campioni: l'Eurolega degli scissionisti dalla Kinder Bologna, la Suproleague dei lealisti dal Maccabi Tel Aviv. Non durò.

Ricorda oggi Messina: "La nostra coppa aveva più squadre forti, ma Maccabi, Panathinaikos, Cska e Efes, rimaste di là, le resero di livello quasi pari. L'anno dopo per fortuna ci fu la riunione". La Fiba s'arrese, lasciò fare e crescere il nemico, e quella ritirata ne tracciò la linea del Piave su cui attestarsi: l'attività delle nazionali, governando l'Eurolega da Barcellona la sua coppa. Spartite le zone d'influenza, quella Yalta di sportiva realpolitik regge da vent'anni. Una pace armata, irta di dissidi. Un saliscendi di guerre e paci, più spesso di sgarbi e dispetti.

Ogni partita una battaglia

Dal conflitto s'è generato il più bel torneo del basket continentale, un format di successo per pubblico e critica, da tanti perfino preferito alla Nba, che odora d'agonismo vero solo dai playoff. In Eurolega, invece, ogni partita è una battaglia. Degli ultimi playoff per guadagnarsi le finali, una sola serie, quella tra Cska Mosca e Fenerbahçe Istanbul, è finita 3-0. Hanno richiesto gara 5, la bellissima Milano-Bayern Monaco (risolta all'ultimo secondo, con indicibili patemi), Barcellona-San Pietroburgo, Efes Istanbul-Real Madrid. Incerte è dir poco, drammatiche rende di più. In gara i club più potenti, i migliori giocatori, gli allenatori più preparati, il confronto di scuole spinge e affina l'evoluzione tecnica. Devotion, la sigla storica, ora riarrangiata con suggestioni rap, apre ogni metà settimana i giochi in tv e nelle arene con la potenza di un'ouverture. Conferma Messina, coach dei quattro trofei in bacheca, fra Bologna e Mosca. "Un gran bel torneo, che ha centrato il suo obiettivo sportivo. Forse anche più di quello economico, non arrivati ancora dove si sognava di essere".

Il sogno prende forma nell'estate del 2000, quando Jordi Bertomeu, un avvocato catalano che aveva studiato a fondo le leghe europee, fa il giro dei top club: in Italia, Virtus e Fortitudo Bologna, Benetton Treviso, tutte portate a bordo. Ha idee forti, borsa gonfiata da grandi sponsor, promesse suadenti per società frustrate. Più soldi, da adesso, a chi produce lo spettacolo, e basta con la Fiba, sovrastruttura brava solo a stare alla cassa. Affannato dal ritardo, gli piomba a ruota Boris Stankovic, il potente segretario generale della Fiba: stesso giro dei club, stessa valigetta da cui estrarre l'offerta vincente, qualcuno torna a casa, qualcuno tira la corda fino a inscenare nella stessa notte una lucrosa andata e ritorno. "Ci furono tensioni" ricorda ancora Messina "per fortuna la guerra vera non scoppiò. Non si vietò per esempio alle squadre scissioniste di partecipare ai campionati nazionali: personalmente, sarebbe stata una rinuncia dolorosa. Né si proibì ai giocatori di andare in nazionale. Il calcio invece ha minacciato subito squalifiche. Altre armi, interessi, dimensioni".

Poi, neppure il basket abita in paradiso. Convocato un mese fa dai club azionisti, a Bertomeu, il Ceo inamovibile, è stato chiesto di rivedere ripartizione degli utili e governance. Tocca a tutti, prima o poi, mutare in sovrastruttura.

Il sistema delle licenze

Eppure, superate guerre e paci, schivate crisi e boicottaggi, combattuta la subdola ostilità del virus, l'Eurolega che incoronerà a Colonia la sua regina per il 2021 sventola il suo successo. Invano la Fiba ha tentato di riprendersi il maltolto. Ha foraggiato altre coppe: la sua si chiama Champions, potenza del nome, ma resta oggi la terza per valore. Ha gonfiato l'attività delle nazionali anche con date superflue, innescando un braccio di ferro che ha portato i club della Nba e dell'Eurolega a negare i giocatori per queste "finestre". Ha puntato allora a conciliare calendari in cui stesse dentro tutto, senonché il Covid ha colpito perfino lì, sovrapponendo le agende. Al torneo pre-olimpico per andare a Tokyo, a fine giugno, l'Italia rischia di non avere Danilo Gallinari, il suo miglior uomo. Se in quei giorni la sua Atlanta sarà ancora in lizza nei playoff Nba, gli diranno i 22 milioni di dollari di paga annua quale maglia mettersi.

E soprattutto ha attaccato il sistema delle licenze che è il fronte debole di tutta la faccenda. Delle 18 squadre d'Eurolega, 13 hanno licenza pluriennale, una biennale. Per le restanti 4, viene tenuta aperta una porticina. Due posti li dà l'Eurocup, la seconda coppa della casa: alla Virtus Bologna è appena mancata, beffardamente, una sola vittoria per entrare, da seconda italiana a corte. Sennò ci sono un paio di wild card, ossia inviti, gestiti coi bilancini della geopolitica. Non basta a evitare che il merito sportivo giaccia esanime ai piedi della fortezza: puoi vincere lo scudetto e starne fuori (vedi Venezia). La replica è che un club privato adegua le regole d'ingresso ai propri scopi: le licenze tutelano gli investimenti, un anno nero non può, oltre a bruciare milioni, far perdere pure il posto a tavola. Che è ricca, ma pure esigente, perché l'Eurolega pretende arene ampie, moderne e piene come requisito primario per farne parte. Erano uno spettacolo da notti magiche gli esauriti da 12mila anime del Forum milanese: anche quelli, stinti ricordi da era pre-Covid. Torneranno, intanto però le porte chiuse mortificheranno pure le finali di Colonia. Ma un anno fa prevalse il virus, lasciando vacante il titolo. Stavolta almeno, tra Cska ed Efes, Milano e Barcellona (così opposte in semifinale), vincerà il migliore.

Sul Venerdì del 14 maggio 2021