La colpa di essere uomo
di Natalia Aspesi , di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Nervesa 21, 20139 Milano
Arrivato ai 50, mi capita di voltarmi indietro e rivivere la mia vita. Di maschio. Bianco in pratica, ogni male del pianeta incarnato, come si dice oggi. Ricordo i primi assaggi di privilegio maschile. Non devi più piangere e non devi più soffrire. Nessuno te lo dice: smettono di ascoltarti quando piangi. E così smetti. E arrivi ai 50, muore una persona cara e scopri che ti sei amputato l’organo del pianto. Benvenuto nel privilegio maschile, cocchino. Prima avevi il respiro di tua madre nel petto. Poi non lo senti più: è tua madre la prima a darti il privilegio maschile: altrimenti diventi mammone. Un debole.
Poi arriva l’adolescenza. Il mio miglior amico suonava il pianoforte. Mia nonna suonava l’arpa. Mi piaceva tanto e finii col chiedere lezioni. Ma non puoi. L’arpa non è da maschi, o le ragazze cancelleranno il …
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Nervesa 21, 20139 Milano
Arrivato ai 50, mi capita di voltarmi indietro e rivivere la mia vita. Di maschio. Bianco in pratica, ogni male del pianeta incarnato, come si dice oggi. Ricordo i primi assaggi di privilegio maschile. Non devi più piangere e non devi più soffrire. Nessuno te lo dice: smettono di ascoltarti quando piangi. E così smetti. E arrivi ai 50, muore una persona cara e scopri che ti sei amputato l’organo del pianto. Benvenuto nel privilegio maschile, cocchino. Prima avevi il respiro di tua madre nel petto. Poi non lo senti più: è tua madre la prima a darti il privilegio maschile: altrimenti diventi mammone. Un debole.
Poi arriva l’adolescenza. Il mio miglior amico suonava il pianoforte. Mia nonna suonava l’arpa. Mi piaceva tanto e finii col chiedere lezioni. Ma non puoi. L’arpa non è da maschi, o le ragazze cancelleranno il tuo nome dalla lista dei maschi. «Omosessuale» diranno. Benvenuto nel privilegio maschile, quando non puoi fare quello che vuoi e devi fare quello che non vuoi, pregando che le ragazze non ti cancellino dalla lista. E per la seconda volta il patriarcato ti forgia con mani di donna.
Altro privilegio maschile, oggi per fortuna non c’è più: gli anni di militare. Esci e sei indietro in tutti i concorsi. Le ragazze hanno avuto due anni di vantaggio. Un privilegio che non ti dico. Evabbè. Sognavi di insegnare, ma i sogni dei maschi si chiamano necessità. Privilegio, signora. E ringrazia il cielo che non ci sia una guerra, se no il tuo privilegio era quello di crepare. Ti è andata bene che c’è la Nato e siamo negli anni 90.
Comunque finisci il tuo privilegio militare e per te c’è solo il settore privato. E allora ti rassegni ad essere “lo stipendio grosso” della famiglia, perché il tuo privilegio si chiama non dormire pensando che se perdi il lavoro tu non c’è un piano B, e pazienza se devi ingoiare qualche umiliazione. Privilegio maschile al 100%. E non hai più tempo per amici che non siano anche colleghi. Privilegio maschile, mica come le donne che hanno le “amiche”. Così mi do al volontariato. L’ambulanza, il bene prezioso dei paesini di provincia, lontani dagli ospedali. E cominci a vedere il privilegio maschile al suo acme: bruciato vivo sotto la ghisa. Folgorato. Soffocato. Schiacciato. 1.100 morti sul lavoro in ogni anno, 93% maschi. Ma lo sai già, il ragazzo che grida sotto la ghisa non lo sente urlare nessuno. Te lo hanno già spiegato che se i maschi piangono non li sente nessuno. E così si parla di femminicidio ma non di morti sul lavoro. Sarebbe carino vedere quei 1.000 morti l’anno sui giornali. Ma no, il problema è il gender gap, ti dicono. E in ambulanza vedi i barboni assiderati. Praticamente tutti uomini. I servizi aiutano praticamente solo le donne. E raccogli i suicidi. Praticamente tutti uomini, il 70% dicono le statistiche. Un privilegio che non ti dico.
E insomma arrivo al privilegio del maschio 50enne, che sul mercato del lavoro non vale più nulla, e quindi devo accettare ancora umiliazioni, mentre sui giornali vedo tutte queste donne a dire “che la vita comincia a 50 anni”. Questo privilegio mi mancava ma che ci vuoi fare: ho il privilegio di vedere il tramonto di fronte a me. Forse perché il mio corpo ha risentito un pochino del lavoro. Privilegio maschile. Tolkien descriveva l’educazione maschile molto bene: «Tu sai come gli Orchi sono venuti al mondo? Erano Elfi una volta. Catturati dai Poteri Oscuri, torturati e mutilati. Una forma di vita rovinata e terribile». Era un uomo e parlava agli uomini, quando scriveva questo. E sappiamo bene chi erano “i poteri oscuri”. Parlano con voce di donna.
Beh signora, sarà felice di sapere che adesso inizia il mio tramonto. Sono solo (talvolta il privilegio maschile me lo godo), nessuno dorme nel mio letto. Quindi abbiate un po’ di pazienza, ce ne andremo. Tutti, forse prima di quanto pensiate. Mentre mi prendo il tempo di una birra al tramonto (mi si lascerà qualche privilegio maschile, spero) dica alle sue giovani amiche tanto desiderose di sostituirci una cosa semplice: presto, molto presto, tutto questo privilegio l’avrete anche voi. E ve lo infliggerete da sole. Per una ragione molto semplice. Il patriarcato siete voi. Non sto facendo la vittima: non è da uomini. Mi piace solo pensare di essere riuscito a tenere gli ultimi 25, 30 anni tutti per me. È una vittoria. Non mi reputo una vittima: c’è gente che muore schiacciata da un escavatore, dopotutto. È un altro privilegio maschile. Dica alle sue giovani amiche che questi privilegi ve li auguro. Tutti. E non vi preoccupate, ci stiamo estinguendo: lasciateci giusto il tempo di una birra. Da soli, preferibilmente. Saluti,
Antonio di Falco
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Leggendo questa lettera capirete che non poteva essere tagliata. È il racconto che ci viene dall’altra parte della barricata, quella dove le giovani donne impegnate di oggi collocano il nemico, l’uomo: l’uomo che le tiranneggia, che le vuole solo casalinghe al loro servizio, che non le rispetta, che non fa far loro carriera, che vent’anni fa cercò di violentarle, quello che tuttora le molesta con i gesti e le infastidisce con le parole. Un mondo dove degli uomini si parla quando schiavizzano e uccidono le donne. Certo ce ne sono ancora troppi di questi infelici predatori, ma noi troppo spesso li raccontiamo come se nessun maschio si salvasse: come se nessuno fosse degno di noi, nessuno ci amasse, e nessuno meritasse di essere amato. Come se vivessimo in solitudine, impegnate in battaglie da Amazzoni, non un uomo al nostro fianco a combattere con noi.
Certo non è così, le nostre vite le condividiamo anche felicemente con gli uomini, ma solo dei nemici ci occupiamo. Questa lettera è il primo tentativo di autodifesa di un Colpevole in quanto Uomo che ricevo, e mi sembra giusto accordarle lo spazio che merita chiunque voglia scagionarsi prima della sentenza.
Il signor di Falco la sentenza se l’è già data da sé e ci illumina su un punto: anche gli uomini sono vittime di un patriarcato antico di cui oggi non si sentono responsabili. Non solo, dice, ormai il patriarcato siete voi, le donne: sono le madri le prime a importi il privilegio di essere uomo, privando anche te di certe libertà, come di altre le donne. Certo nulla di grave, ma anche non poter piangere crea sofferenza, anche non poter seguire una vocazione perché la tradizione l’ha affidata alle donne può essere una mutilazione. Le donne sanno da sempre di poter essere non solo vittime ma anche sopraffattrici, di avere un potere che le ha fatte sopravvivere alle antiche leggi della sudditanza, di saper far soffrire un uomo e piegarlo a quel potere e anche di liberarsene se così si vuole, con ogni mezzo lecito e no.
È probabile quindi che il signor di Falco abbia sofferto per una donna, per più donne, e che questo gli abbia fatto scegliere il rifugio della solitudine, nel letto e fuori, in un altro Paese, mi pare la Germania: dove, dice, nessuno lo giudica e ha potuto finalmente cominciare a suonare l’arpa. C’è appunto un ritratto dell’uomo contemporaneo che mi pare illuminante; ed è quello di un bell’uomo di mezza età, magnifici capelli bianchi legati a lunga coda di cavallo, baffi e grande barba pure bianchi, un angolo di giardino, un panchetto e lui che finalmente tiene tra le ginocchia l’amata arpa. Nessuno attorno a lui, pare persino di percepire il silenzio che solo il suono dell’arpa ha il diritto di interrompere.
Antonio di Falco non può permettersi di sentirsi vittima, dice, ma un escluso sì, e con molta amarezza, e forse rancore, si tira fuori da ogni tenzone. Allora mi chiedo io, perché gli uomini, quelli che non molestano, non ammazzano, non si sentono migliori delle donne, tacciono, non dicono “io no, non sono un avversario”; perché non tentano di iniziare a parlare, a dialogare, non limitandosi a lasciare che le donne parlino, denuncino, chiedano risarcimento e punizione per i colpevoli, concedendo e ripeto concedendo loro il massimo spazio, però lavandosene le mani? Noiosamente ricordo gli anni del femminismo combattivo, quando i ragazzi dai capelli lunghi (e molto spesso i piedi sporchi) si riunivano tra loro per fare autocoscienza e piangere sui loro peccati di maschi; e messe a nudo le loro colpe millenarie, chiedevano scusa e le ragazze gli concedevano il privilegio di dialogare.
Sul Venerdì del 21 maggio 2021