A Terni servono nervi d’acciaio
di Paolo Zanuttini , di Paolo ZanuttiniTERNI. Dura 90 minuti, come una partita di calcio, il ciclo di una colata d’acciaio inossidabile. Lo scrive nel 2017 l’ex operaio Eugenio Raspi nel suo bel romanzo Inox (Baldini+Castoldi) che, in un tempo convinto che la fabbrica non abbia più niente da raccontare, racconta di tute blu e colletti bianchi, colate e scioperi. Adesso a Terni non si parla che di acciaio e di calcio, quei 90 minuti, appunto, che contengono i tratti più forti della sua identità: la tradizione industriale e quella calcistica, accesissima. Conclusa una stagione mirabolante, la Ternana è tornata in serie B, mentre, dopo decenni di cambi di proprietà, licenziamenti, manifestazioni, manganellate (perfino a un sindaco), l’Ast, il più grande stabilimento europeo per la produzione di acciaio inossidabile, passa di mano: ThyssenKrupp, sempre più orientata verso la finanza, l’ha rimesso sul mercato, dieci anni dopo la vendita bloccata dall&rsquo…
TERNI. Dura 90 minuti, come una partita di calcio, il ciclo di una colata d’acciaio inossidabile. Lo scrive nel 2017 l’ex operaio Eugenio Raspi nel suo bel romanzo Inox (Baldini+Castoldi) che, in un tempo convinto che la fabbrica non abbia più niente da raccontare, racconta di tute blu e colletti bianchi, colate e scioperi. Adesso a Terni non si parla che di acciaio e di calcio, quei 90 minuti, appunto, che contengono i tratti più forti della sua identità: la tradizione industriale e quella calcistica, accesissima. Conclusa una stagione mirabolante, la Ternana è tornata in serie B, mentre, dopo decenni di cambi di proprietà, licenziamenti, manifestazioni, manganellate (perfino a un sindaco), l’Ast, il più grande stabilimento europeo per la produzione di acciaio inossidabile, passa di mano: ThyssenKrupp, sempre più orientata verso la finanza, l’ha rimesso sul mercato, dieci anni dopo la vendita bloccata dall’Antitrust ai finlandesi di Outokumpu.
Il destino dei 2.350 dipendenti è di nuovo in discussione e non si sa ancora con chi dovranno discuterlo: si parla di Arvedi, Marcegaglia, ma gira anche il nome (non si sa con quale attendibilità, visti i trascorsi all’Ilva di Taranto) di ArcelorMittal e quello del suo ad Lucia Morselli che, nel 2014, qui a Terni tagliava teste per conto della ThyssenKrupp. In città la pronuncia del suo nome suscita nitriti di terrore come quelli dei cavalli di Frankenstein Junior quando appariva o veniva citata Frau Blücher. Alla manifestazione del Primo Maggio davanti all’Ast, che sta per Acciai Speciali Terni, la presenza del segretario generale Maurizio Landini in questo spiazzo di viale Benedetto Brin (ingegnere, fondatore dell’acciaieria nel remoto 1884) segnala la preoccupazione della Cgil e di tutto il sindacato per le crisi e le dismissioni che hanno colpito e colpiscono siderurgia, chimica, tessile e quel che resta di una gloriosa stagione industriale.
Sarà il Covid che limita l’affluenza, sarà che la sequela di nazionalizzazioni, privatizzazioni, ristrutturazioni, delocalizzazioni, casse integrazioni, disoccupazioni produce alla fine della giaculatoria anche disaffezione, sta di fatto che gli umori dello spiazzo non sono baldanzosi. D’altra parte, Terni, Comune rosso dal 1946 (salvo la parentesi Fi-An del 1993-1999) ha da tre anni un sindaco leghista, ex An, Leonardo Latini, che ha fatto campagna elettorale imperturbato anche davanti all’acciaieria perché, dice, «non esiste più il compagno operaio». La sinistra qui ha curato più il rapporto con il potere che con la gente, è il commento unanime. E oggi oltre il sessanta per cento degli umbri è governato da giunte di centrodestra a trazione leghista. Naturalmente, è della Lega anche la governatrice Donatella Tesei, che ha irritato i ternani, leghisti e non, perché si è fatta fotografare con i colori del Perugia, altra squadra umbra promossa quest’anno in serie B, mentre per le mirabilie della Ternana non s’è filata né infilata la maglia rossoverde.
«Era da tanto che non venivo all’Ast, ma molte facce le riconosco» dice Raspi, l’ex operaio scrittore, entrato nel 1991 e licenziato nel 2013 grazie alle modifiche dell’articolo 18. «C’erano i primi tagli di produzione, le prime scaramucce con i sindacati. Mi hanno fatto fuori: ero poco allineato. Ho vinto la causa, ma non il reintegro, solo una compensazione. Quando ho scritto il libro, una rivista dell’Ast mi ha intervistato, la tesi dell’articolo era che il licenziamento è un’opportunità per cambiare vita». Infatti, la sua vita è cambiata, ha fatto corsi e tirocini, ma un vero lavoro, a 53 anni, Eugenio Raspi non l’ha ancora trovato. Allora nel 2019 ha scritto un altro romanzo, Tuttofumo (Baldini+Castoldi), che parla del conflitto generazionale fra padri licenziati dalla fabbrica e figli che mai saranno assunti e vagheggiano per sé e per la città un futuro green, light, nel turismo, insomma, terziario à gogo. Ipotesi non tanto romanzesca perché a Terni proprio di questa riconversione si parla.
«Il fatto è che l’acciaieria in città non è amata» spiega: «non tanto per l’inquinamento, che c’è, ma non è grave come a Taranto, visto che qui non c’è altoforno, perché si fondono rottami e non il minerale di ferro, quanto per il fatto che ci si sente troppo dipendenti dai suoi destini. Tutti hanno avuto vantaggi dall’Ast, ma c’è il sentimento che per salvare l’acciaieria si sono trascurati i bisogni della città. E l’operaio non ha più niente d’eroico, anche se lavora fra temperature infernali e carichi da 120 tonnellate che gli volano sulla testa. Insomma, Terni è stufa di essere una città operaia».
Sarà anche stufa, ma il 62 per cento del Pil cittadino deriva dall’Ast e, fra dismissioni e altri guai, dal 2008 il Pil pro capite si è ridotto di un quarto. Crollato anche il valore delle case. E la città invecchia, il 28 per cento sono anziani. La vera ricchezza, sono le pensioni dei padri e dei nonni. Terni è traumatizzata, questo sì. «Quando nel 2005 la ThyssenKrupp chiuse il reparto dell’acciaio magnetico, vanto dell’Ast, trasferendo i brevetti in Francia e Germania, fu una cosa più grande di noi, si ruppero amicizie» ricorda Lucia Rossi, all’epoca segretaria generale della Camera del lavoro. «E nel 2014 ci furono 44 giorni di scioperi, una solidarietà della città e del Paese che oggi non si vedrebbe più, viale Brin sembrava Woodstock, ma dopo, più o meno 400 accettarono di andarsene con una buonuscita di 80 mila euro. Quei soldi in tante case sono già finiti».
Claudio Cipolla, segretario generale della Cgil ternana, cita il caso della Treofan, azienda di pellicole alimentari comprata e poi chiusa dalla multinazionale indiana Jindal, con il solo obiettivo, si sostiene, di bruciare un concorrente. E partendo da questo esempio denuncia un paradosso: «Ci sono centocinquanta lavoratori a casa, senza stipendio, però aumentano le superfici commerciali. Nell’area dello stadio sono previsti 11 mila metri quadri di negozi, ma con che soldi si compreranno le cose se Terni produce sempre meno?».
Il sindaco Latini, che ha ereditato un Comune in dissesto impossibile da riportare in attivo in questo mandato, parla di piste ciclabili fino alla cascata delle Marmore, di produzione di idrogeno per la mobilità, di ritorno all’Umbria verde, di polo nazionale dello sport e di rilancio del turismo, anche se la città, esteticamente, risente di una ricostruzione non proprio felice, dopo il centinaio di bombardamenti sulle fabbriche del 1943. Vagheggia uno scenario industriale orientato verso l’innovazione, il sindaco, l’immagine futuristica che l’industria evoca. E conclude: «Terni vuol mantenere la sua identità, ma senza passatismi o luddismi». Bene.
E veniamo allo stadio e quindi alla Ternana definita dal segretario Cgil, accesissimo tifoso, una passione trasversale «che in questi giorni allevia la preoccupazione, ma non può certo salvare la città con i suoi exploit». Oddio, gli exploit – una decina di record battuti, tra i quali 95 gol segnati, primato stagionale nel calcio italiano – ci sono tutti. E c’è la suggestiva dicotomia di un presidente di destra, Stefano Bandecchi e di un allenatore di sinistra, Cristiano Lucarelli, tutti e due cresciuti a Shangai, il quartiere operaio di Livorno, che si dichiarano vicendevole stima, con l’allenatore, noto per le sue tattiche di gioco aggressive, che arriva a dire: «Lo vedo più di sinistra di tanti che si professano di sinistra, è molto vicino al sociale, cosa rara fra i presidenti. Ha coinvolto i giocatori nella distribuzione di pacchi alimentari durante il lockdown e in altre iniziative di solidarietà».
Col suo mezzo secolo di storia, cade a pezzi lo stadio Libero Liberati, intitolato al locale campione di motociclismo che, nel 1950, disputò il primo Mondiale su una Guzzi comprata con una colletta operaia. Tutti d’accordo: va ricostruito. Ci penserebbe Bandecchi, uomo dalle multiformi attività, proprietario dell’Università Niccolò Cusano (che ha aumentato sostanziosamente le iscrizioni dopo i trionfi della Ternana), e deciso a entrare nel business della sanità. Che c’entra col calcio? C’entra, perché il presidente, che ha acquisito il quaranta per cento di Villa Margherita, prestigiosa clinica romana, propone di rifare lo stadio se gli viene concesso di costruire una clinica con cento letti in convenzione garantita con la Regione. L’idea, non proprio ortodossa, suscita dibattito in città anche perché il Recovery plan contempla la costruzione di un nuovo ospedale, ma senza specificare con quanti fondi.
Bandecchi però è un uomo del fare, mentre la Terni conservatrice, delle professioni, erede della piccola nobiltà, non ha mai digerito il primato industriale e il suo epos decantato in La città dell’acciaio (Donzelli) da Sandro Portelli, che osserva: «Alla mitologia operaia è stata contrapposta l’agiografia di san Valentino, arrivavano i giapponesi per sposarsi qui». Ma san Valentino, vescovo martirizzato per aver celebrato le nozze fra un legionario pagano e una fanciulla cristiana, e per questo patrono degli innamorati, non decolla né batte la concorrenza, da san Francesco in giù. Lo storico e professore di liceo Marco Venanzi ricorda che ai borghesi un tempo fascisti, poi democristiani e oggi leghisti non è mai andata giù che il direttore dell’acciaieria contasse più del sindaco. Né vedevano di buon occhio le migliaia di anarchici romagnoli assunti dallo stabilimento. Quindi il passato operaio va rimosso, o quasi. «Questo territorio è un museo a cielo aperto di archeologia industriale, fabbriche, quartieri popolari, macchinari, un percorso da agganciare ai soliti itinerari dell’Umbria cuore verde. Ho proposto dei progetti, ma niente».
La memoria industriale calpestata si vede in tutto il suo splendore nella frazione di Papigno, dove una vecchia e meravigliosa fabbrica di calciocianammide doveva diventare la nuova Cinecittà Ternana. Sono stati spesi miliardi di lire, Roberto Benigni, parte attiva nel recupero, ci ha girato La vita è bella e Pinocchio. Poi più niente, l’abbandono totale con le giostre del Paese dei balocchi che arrugginiscono nei capannoni. Non c’è nessuno, neanche un custode. La riconversione light è stata un buco nell’acqua. E quindi come sarà il futuro che taglia i ponti con il passato? «Periferico, temo. Terni si prepara a diventare una città satellite di Roma» dice Portelli. Intanto, ogni mattina, quattro, cinquemila ternani salgono sul treno che in un’ora e dieci li porta nella capitale.
Sul Venerdì del 21 maggio 2012