Istanbul, benvenuti a Erdogan square
dal nostro inviato Marco Ansaldo , dal nostro inviato Marco AnsaldoISTANBUL. Per terra, davanti all’entrata, sono stati posati i tappeti color cammello. Fanno bella mostra di sé, moquette pregiata lungo i 3 mila metri quadrati di pavimento, filati preziosi, lana al 100 per cento, portati a Istanbul dopo essere stati tessuti nella manifattura specializzata di Manisa, l’antica Magnesia dell’Asia minore. Pure il sistema audio è stato testato con soddisfazione. La sala conferenze e la galleria d’arte interna programmano i primi incontri e le mostre.
La grande moschea di piazza Taksim, centro esatto di Istanbul, viene finalmente inaugurata dopo quattro anni di impalcature e lavori. Doveva esserlo già a metà maggio, alla fine del mese sacro di digiuno per i musulmani del Ramadan, ma anche in Turchia l’epidemia da coronavirus ha picchiato duro, scombinando tutte le attività e date previste. Adesso, però, la piazza più laica di Istanbul si apre, fra critiche e polemiche, a un edi…
ISTANBUL. Per terra, davanti all’entrata, sono stati posati i tappeti color cammello. Fanno bella mostra di sé, moquette pregiata lungo i 3 mila metri quadrati di pavimento, filati preziosi, lana al 100 per cento, portati a Istanbul dopo essere stati tessuti nella manifattura specializzata di Manisa, l’antica Magnesia dell’Asia minore. Pure il sistema audio è stato testato con soddisfazione. La sala conferenze e la galleria d’arte interna programmano i primi incontri e le mostre.
La grande moschea di piazza Taksim, centro esatto di Istanbul, viene finalmente inaugurata dopo quattro anni di impalcature e lavori. Doveva esserlo già a metà maggio, alla fine del mese sacro di digiuno per i musulmani del Ramadan, ma anche in Turchia l’epidemia da coronavirus ha picchiato duro, scombinando tutte le attività e date previste. Adesso, però, la piazza più laica di Istanbul si apre, fra critiche e polemiche, a un edificio religioso di proporzioni colossali capace di dominare l’intera zona. Il cuore laico della Turchia si ferma per un po’, nello slargo che è da sempre il luogo simbolo delle proteste, delle rivolte, e della vita che scorre libera e spensierata nei tanti ristoranti e negozi che si affollano intorno. Chi avrà la meglio nello spartirsi la piazza che prende il nome dalla secolare distribuzione delle acque e significa “divisione”?
Recep Tayyip Erdogan ha vinto ancora. E l’ha spuntata sul sindaco repubblicano di Istanbul, Ekrem Imamoglu, che annota l’ennesima invasione di campo. Ma ormai si sono abituati tutti all’immagine debordante di un Sultano teso a rinnovare i fasti dell’Impero ottomano, a partire dal centro del proprio Paese per allargarsi a Libia e Siria impadronendosi persino del Mare Nostrum. Il presidente turco va avanti come uno schiacciasassi. E anche l’inaugurazione della moschea di piazza Taksim diventa un successo che ascrive a sé, tassello fondamentale di una politica di espansionismo finanche spirituale.
Di fronte a questi marmi bianchi così grandi e abbaglianti diventa quasi piccola la statua al centro dello spiazzo. È quella dedicata a Mustafa Kemal, cioè Ataturk, il padre dei turchi, fondatore della Turchia moderna. Fu costruita nel 1928 dallo scultore italiano Pietro Canonica e significativamente la notte dell’ultimo golpe, il 15 luglio 2016, ne ricordiamo tutti la foto dei civili con la bandiera nazionale rossa e i soldati regolari con le armi in pugno radunarvisi intorno, come a proteggerla.
Rock, raki e tram
Ma Taksim è pure la piazza delle manifestazioni del Primo maggio, il fulcro delle riunioni delle donne, il punto di raccolta del Gay Pride e dei movimenti Lgbt. Tra le poche decine di metri che dividono la moschea dal monumento di Ataturk c’è la fermata del tramvai rosso, una delle attrazioni turistiche più colorate della metropoli. Al suono della campanella il tram si infila lambendo i fianchi immacolati della moschea, addentrandosi su Istiklal Caddesi, via dell’Indipendenza, l’arteria centrale della città, zeppa di suoni e di profumi che salgono dal vecchio quartiere di Pera, oggi Beyoglu. Sale lungo il viale, solcando i binari attaccato in cima alla linea elettrificata, e termina la sua corsa al Tunel, la seconda stazione sotterranea più antica del mondo dopo la metro di Londra. Subito dopo si apre la discesa che porta alla Torre di Galata, altro grande simbolo istanbulita, costruito come si vede tuttora nella sua iscrizione dai Ceneviz, i genovesi che popolarono il quartiere di Galata/Pera. Come si concilieranno ora i ritmi accesi del rock turco e i profumi inebrianti del raki, il liquore d’anice prediletto dai laici, con l’austerità conservatrice e severa del nuovo imponente luogo santo è uno dei misteri che la Turchia è di solito avvezza a risolvere, nelle cicliche cadute e risalite che la contraddistinguono. Perché le contraddizioni non si allentano a est della grande piazza centrale di Taksim, ma si presentano raddoppiate a ovest, dove sorge un altro importante luogo simbolo per i laici, divenuto oggi un punto interrogativo: il Gezi Park.
Sul prato delle proteste
Qui, esattamente otto anni fa, il 28 maggio, prese il via la rivolta contro il potere costituito di Erdogan. I giovani, i vecchi, le donne, le nonne, i tifosi delle squadre rivali, gli artisti, gli insegnanti, tutti si ritrovarono sotto il grattacielo dell’Hotel Marmara per impedire la cementificazione progressiva della piazza e la distruzione degli alberi del parco, il solo polmone verde nel centro della metropoli. Il leader turco rimase sorpreso dall’ardire della popolazione. Le proteste si diffusero in quasi tutte le città del Paese, come reazione spontanea all’eccessiva violenza impiegata dalla polizia nel disperdere i manifestanti. E piano piano la rivolta – pacifica, va ricordato, benché imponente – si riversò come un tam tam in tutte le provincie, dall’ovest all’est, in una ribellione che sembrava farsi definitiva. I funzionari pubblici, i magistrati, gli intellettuali, molti settori si unirono per scrollarsi di dosso un capo che già allora, ed era appena il 2013, appariva ingombrante.
Sul prato di Gezi nacque una vera e propria cittadella autodifesa. E il parco si trasformò in un giardino organizzato: c’era la farmacia, un piccolo ospedale, lo spaccio dei libri, il ristorante, il palco per la musica, il ritrovo per discutere di politica. Una comune che durò lo spazio di venti giorni.A metà giugno, nonostante il parere negativo dell’allora presidente Abdullah Gul fautore di una mediazione, i carri armati comandati da Erdogan, a quel tempo solo premier, sfondarono le barriere di cartapesta e spazzarono via progetti e sogni, ricacciando Istanbul e le cento città turche all’indietro. Dieci i morti e centinaia i feriti. «Capulcu», saccheggiatori, li apostrofò il leader, come se si trattasse di fannulloni perdigiorno. Le sue televisioni, mentre la repressione in piazza finiva nel sangue, e la Bbc e la Cnn erano invitate dai servizi segreti turchi a sgomberare, mostravano innocenti documentari sui delfini ignorando il massacro. In breve, le nonne con la fionda riposero la loro arma nella fondina, i tifosi del Galatasaray ricominciarono a beccarsi con quelli del Besiktas, e sul lato ovest di piazza Taksim il centro culturale Ataturk, dal quale era stata srotolata l’immagine del fondatore laico, fu abbattuto per far posto a una nuova imponente struttura destinata negli spazi allargati a ospitare progetti multiformi come il Teatro dell’Opera, l’ex caserma militare e un centro commerciale. Gli alberi di Gezi Park ancora resistono, ma le lastre di cemento piazzate all’ingresso del giardino volteggiano come corvi di una prossima condanna a morte.
Più di duemila in preghiera
Di tutto questo la moschea di Taksim è l’emblema di una vittoria, quella della parte conservatrice e religiosa incarnata dal partito di Erdogan. Il complesso è stupefacente per grandezza e solennità. La sala centrale appare immensa, e possono accedervi a pregare 2.250 persone. La superficie esterna misura 16 mila metri quadrati. Dentro domina il gigantesco lampadario di 12 metri di diametro e 20 metri di altezza, dove brillano 60 luci. La cupola di 30 metri pone l’edificio allo stesso livello di due storiche chiese presenti nella zona. I due minareti sono alti 61 metri. L’opera porta la firma degli architetti Sefik Birkiye e Selim Dalaman. La sua inaugurazione arriva alla vigilia di una data ancora simbolica, il 29 maggio, anniversario della conquista di Costantinopoli da parte di Mehmet II, cioè Fatih, “Il conquistatore”, autoproclamatosi imperatore di Roma.
Timidamente, parte della stampa turca ha fatto notare come il distretto di Beyoglu conti già circa 100 moschee, e che sullo stesso viale Istiklal compaiono altri due luoghi sacri ai musulmani. Per pregare, insomma, basterebbe solo spostarsi un po’. Ma il sindaco del quartiere, Ahmet Misbah Demircan, replica che la nuova moschea – con al pian terreno un centro di arti islamiche – risponderà alle necessità dei fedeli fungendo al tempo stesso da luogo «che attira la curiosità dei visitatori stranieri».
A Istanbul piazza Taksim chiama la storia. Nel 1732 divenne il punto in cui erano raccolte le linee d’acqua da nord, diramandosi in altre zone, uso istituito dal sultano Mahmud I. Da qui il nome, preso dalla lingua araba, dove “taqsim” significa “divisione” o “distribuzione”. Una piazza con queste caratteristiche, una vitalità perenne e in trasformazione continua, sembra ancora destinata a raccogliere in sé una lunga serie di eventi cruciali.
Sul Venerdì del 28 maggio 2021