Messico, ecco per chi votano i narcos
di Gabriella Saba , di Gabriella SabaChe il candidato a presidente municipale di Cajeme, Abel Murrieta, non avesse paura – come aveva scritto nel logo della sua campagna elettorale – non gli ha impedito di venire ucciso, a colpi di pistola, nel pomeriggio del 13 maggio mentre teneva un comizio nella sua città. Murrieta era l’ex procuratore generale dello stato di Sonora, il suo programma contro la violenza non è piaciuto alle organizzazioni criminali e la sua esecuzione si aggiunge a quella di altre 145 vittime che hanno fatto della campagna elettorale in atto una tra le più violente della storia del Messico. E anche la più massiccia: più di 21 mila cariche saranno in ballo il 6 giugno tra deputati federali e statali, governatori di quindici dei 32 stati, sindaci e presidenti dei municipi. Un piatto allettantissimo per il crimine organizzato che da vent’anni interviene nelle elezioni, finanziando candidati o presentandone di propri. L’infiltrazione dei c&aa…
Che il candidato a presidente municipale di Cajeme, Abel Murrieta, non avesse paura – come aveva scritto nel logo della sua campagna elettorale – non gli ha impedito di venire ucciso, a colpi di pistola, nel pomeriggio del 13 maggio mentre teneva un comizio nella sua città. Murrieta era l’ex procuratore generale dello stato di Sonora, il suo programma contro la violenza non è piaciuto alle organizzazioni criminali e la sua esecuzione si aggiunge a quella di altre 145 vittime che hanno fatto della campagna elettorale in atto una tra le più violente della storia del Messico. E anche la più massiccia: più di 21 mila cariche saranno in ballo il 6 giugno tra deputati federali e statali, governatori di quindici dei 32 stati, sindaci e presidenti dei municipi. Un piatto allettantissimo per il crimine organizzato che da vent’anni interviene nelle elezioni, finanziando candidati o presentandone di propri. L’infiltrazione dei cárteles nelle istituzioni, una decina a cui fanno capo 37 organizzazioni minori, va dal trenta al sessanta per cento mentre quei gruppi sono presenti in tre quarti del Paese. In prima linea il Cártel de Sinaloa e il Cártel Jalisco Nueva Generación.
L’arcipelago del male
Che ai cartelli non piacciano persone come Murrieta è ovvio, meno immediato è capire chi piaccia ai criminali. Se fino al 2000 le organizzazioni interagivano direttamente con il Pri, il pachiderma che per settant’anni ha governato il Paese, con la vittoria di Vicente Fox, del partito di destra Pan, il potere politico si è frammentato tra gli stati e i cartelli hanno cominciato a rapportarsi con le autorità locali. I partiti sono diventati intercambiabili, i politici passano dall’uno all’altro e si candidano per chi li ospita. Un esempio. Proprio da quel Pri che l’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador (Amlo) definiva con ragione parassita e corrotto, molti sono passati al partito Morena con cui Amlo è stato eletto nel 2018, forte di una maggioranza sontuosa e promettendo un cambio radicale.
«Non esiste un partito di riferimento per le organizzazioni criminali, parteggiano per chi garantisce loro migliori condizioni», spiega Carlos Rodríguez Ulloa, specialista del Colectivo de Análisis de la Seguridad con Democracia. «La campagna elettorale è il momento in cui si stabiliscono le alleanze. L’eliminazione dei candidati scomodi rientra in questo schema».
Dunque, alle elezioni si presentano in sostanza due coalizioni: Va por México formata dai partiti storici (Pri, Pan e Prd) un tempo nemici e oggi alleati contro Amlo. E Juntos Haremos Historia di cui è capofila Morena. Arrivato come uno tsunami, il partito di Amlo sarebbe dovuto diventare un baluardo nella lotta alla criminalità, ma nei tre anni di governo la violenza non è affatto diminuita. «È una formazione in gran parte di riciclati e i criminali non la vedono come un pericolo» ci dice una fonte che preferisce restare anonima. «La non-strategia di Amlo verso il crimine è una strategia deliberata che consiste nel lasciarli fare». Perfino gli osservatori più prudenti sono perplessi sui sistemi del presidente. La promessa di ritirare dalle strade l’esercito per affidare la sicurezza a una neonata Guardia Nacional sembrava buona sulla carta. Ma è in parte in fieri, e al comando ci sono ancora i militari. Visto che la violenza non diminuiva, Amlo ha poi richiamato l’esercito nelle strade, ma con mansioni più circoscritte. E nemmeno l’eliminazione di organismi “intermedi” che ha intrapreso gioca a favore della lotta ai criminali. «In un governo che non si distingue per trasparenza, cancellare quegli organismi è un passo indietro» afferma Luis Roberto Castrillón, fondatore di un portale contro le fake news. «Non erano perfetti, ma si possono migliorare anziché privarli di autonomia».
Sesso bugie e cocaina
Su uno di quelli, l’Instituto Nacional Electoral, si è abbattuta la furia di Amlo quando ha ritirato la candidatura a governatore del Guerrero di Félix Salgado Macedonio per irregolarità nelle spese della pre-campagna. Su Macedonio pesano denunce per abuso sessuale ed è sospettato di legami con il cartello dei Beltrán Leyva, stretti quando era sindaco di Acapulco. Qual è il motivo per cui Amlo, che ha fama di incorruttibile, lo difende? «L’ipotesi più probabile è che Salgado garantisca di controllare la violenza nel Guerrero, dai cui porti passano molti carichi di cocaina», spiega Castrillón. «Attenzione, si parla di controllo della violenza e non del traffico, che continuerebbe». È finita che al posto di Macedonio si è candidata la figlia Evelyn, nuora de El Abulón, considerato per anni l’operatore finanziario di Héctor Beltrán Leyva.
Non è però l’unico caso in cui un candidato di Morena è in odore di collusione. Nel Sinaloa a correre per la carica di governatore è Rubén Rocha che, secondo la nota giornalista Anabel Hernández, avrebbe l’imprimatur del Mayo Zambada, attuale capo del Cártel de Sinaloa. Il giornalista e scrittore Alejandro Páez Varela, direttore del giornale digitale Sin Embargo, uno dei pochi media vicini ad Amlo, si arrabbia quando criticano la candidatura di politici sospetti. «Dov’era l’opposizione che adesso li attacca quando militavano nelle sue file? Come mai hanno aspettato soltanto oggi per gridare allo scandalo?».
Dietro la regola che i cartelli votano per chi protegge i loro affari c’è un panorama variegato. In molti casi quelle organizzazioni finanziano tutti i candidati, anche se in genere si concentrano su uno. Chiedono in cambio via libera nelle operazioni illegali, protezione per le famiglie e scorciatoie negli appalti, in cui riciclano i soldi sporchi. Spesso sono gli stessi candidati ad accusarsi l’un l’altro di legami con il crimine. Prendiamo lo Stato del Nuevo León, in cui si affronteranno tra gli altri Samuel García e Adrián de la Garza. Il primo corre con il Movimiento Ciudadano e hanno scatenato un polverone la foto in cui partecipava alla festa dei quindici anni del figlio dell’ex leader del Cártel del Golfo e l’indagine della Fiscalía Especializada en Delitos Electorales che lo sospetta di aver usato soldi di provenienza illecita nella campagna. Mentre il secondo è candidato dell’opposizione ed è accusato dalla polizia spagnola di vincoli con gli Zetas.
Peraltro, parlare di cartelli della droga è riduttivo. Da tempo i cárteles si dedicano a molti altri delitti, dal traffico di persone a quello di uranio. Nel ricco Stato di Guanajuato, fino a non molto tempo fa tranquilla terra di industrie, da qualche anno è esploso il business del furto di combustibile su cui ha messo le mani il cartello di Santa Rosa de Lima. E in quello del Michoacán, uno dei più violenti, ci sono almeno quattro cartelli a cui si oppongono i cosiddetti gruppi di autodifesa.
Il fondatore di uno di questi corre per la carica di governatore per il reazionario Pes, si chiama Hipolito Mora ed è stato accusato di aver ucciso in uno scontro a fuoco due persone di un gruppo rivale che gli avevano ammazzato il figlio. In un’intervista che ci concede via Zoom spiega che il suo programma è lotta alla violenza e posti di lavoro con cui strappare i giovani ai cartelli, anche se ammette che è una missione impossibile. Quando gli chiedo per chi voteranno i criminali risponde «Non per me. Da otto anni mi minacciano e se mi devono ammazzare che lo facciano». Allarga le braccia e con quel cappello da cowboy e la camicia a scacchi sembra uno sceriffo d’altri tempi.
Sul Venerdì del 28 maggio 2021