Clarice Lispector, nostra signora di Rio
di Alberto Riva , di Alberto RivaNel febbraio del 1977, pochi mesi prima di morire, Clarice Lispector concedeva a Júlio Lerner la sua prima e unica intervista televisiva, ma a patto che fosse trasmessa solo dopo la sua scomparsa. Ucraina naturalizzata brasiliana, non aveva ancora cinquantasette anni. Durante quella conversazione, attraversata da imbarazzati silenzi e dal fumo dell'eterna sigaretta, l'intervistatore le riportò l'opinione comune secondo la quale era considerata una scrittrice "difficile". "Un professore di liceo è venuto a trovarmi per dirmi che dopo aver letto quattro volte La passione secondo G.H. non ci ha ancora capito nulla" rispose lei. "Mentre una studentessa di diciassette anni mi ha scritto che è il suo libro preferito e lo tiene sul comodino".
In questa risposta potrebbe risiedere una delle chiavi per leggere la maggiore scrittrice brasiliana del Novecento; scrittrice che, secondo la sua prima biografa, Nádia Gotlib…
Nel febbraio del 1977, pochi mesi prima di morire, Clarice Lispector concedeva a Júlio Lerner la sua prima e unica intervista televisiva, ma a patto che fosse trasmessa solo dopo la sua scomparsa. Ucraina naturalizzata brasiliana, non aveva ancora cinquantasette anni. Durante quella conversazione, attraversata da imbarazzati silenzi e dal fumo dell'eterna sigaretta, l'intervistatore le riportò l'opinione comune secondo la quale era considerata una scrittrice "difficile". "Un professore di liceo è venuto a trovarmi per dirmi che dopo aver letto quattro volte La passione secondo G.H. non ci ha ancora capito nulla" rispose lei. "Mentre una studentessa di diciassette anni mi ha scritto che è il suo libro preferito e lo tiene sul comodino".
In questa risposta potrebbe risiedere una delle chiavi per leggere la maggiore scrittrice brasiliana del Novecento; scrittrice che, secondo la sua prima biografa, Nádia Gotlib, "ha coltivato il proprio mistero" e che per l'altro suo biografo, l'americano Banjamin Moser, "ha rivoluzionato la lingua portoghese in Brasile: esiste una letteratura brasiliana prima di lei e una dopo di lei". Ma che letteratura era quella dell'autrice di La mela nel buio, Legami familiari, Acqua viva, un tempo di culto e oggi sempre più letta e ristampata nel mondo? In soccorso viene ora un breve e illuminante saggio di Isabella Cesarini, Con la parola vengo al mondo. Bellezza e scrittura di Clarice Lispector (Tuga edizioni). Studiosa di letteratura e cinema, 48 anni, Cesarini indaga l'universo poetico della scrittrice, cosparso di parole-simbolo come "silenzio", "assenza", "segreto", frutto di una personalità certamente complessa, a cominciare dalla sua biografia a tratti nebulosa.
Flusso di coscienza
Nata in Ucraina nel 1920 con il nome di Chaya in una famiglia di ebrei ucraini costretti a fuggire dai pogrom russi, e riparati nel Nordest del Brasile, Clarice cresce senza la madre, che muore giovane: il padre, venditore ambulante poi rappresentante di commercio, il debutto nel 1943 con Vicino al cuore selvaggio, il matrimonio con il diplomatico Maury Gurgel Valente, col quale trascorre oltre quindici anni all'estero, tra Stati Uniti ed Europa. Clarice è in Italia durante la guerra, dove viene ritratta a Roma da Giorgio de Chirico il giorno del '45 in cui gli strilloni annunciano la fine del conflitto. Poi il ritorno in patria, i due figli, la separazione. L'imporsi, poco a poco, di questa figura ieratica, imperscrutabile, di una bellezza leggendaria, appartatissima ma capace di far capolino di colpo in un tipico caffè della notte carioca come l'Antonio's bar.
Spesso i romanzi di Lispector sono sprovvisti di trama, da qui la rottura con il realismo e il regionalismo di certi suoi contemporanei, basti pensare a Jorge Amado e a Graciliano Ramos. "La trama" scrive a tal proposito Cesarini "occupa un posto marginale: è una sorta di bordatura della vita interiore dei personaggi". E, riflettendoci, compendia: "Clarice è una scrittrice di parole, meno di storie. Detto in altro modo: nella sua scrittura la storia produce parole che oscurano la storia, non la annullano ma la rendono percepibile tra le parole che sono un intrico. Più intrico che intrigo, quindi. La trama, più intreccio di parole che intreccio". E ancora: "Chi fa il romanzo?" si domanda Cesarini. "Le parole sono al contempo i personaggi, il luogo, il tempo, l'inizio, lo sviluppo e la fine. Tutto è parola".
Con Neruda e Jobim
Se si legge il romanzo postumo Un soffio di vita (Adelphi), si capisce bene cosa intenda la studiosa quando dice: "tutto è parola". Ma la vita irrompe nell'opera: nel 1966 accade un fatto drammatico. La camera da letto di Clarice prende fuoco a causa di una sigaretta lasciata accesa e la scrittrice rischia la vita. "Quell'episodio mette in pericolo la sua mano e il suo volto, la mano e il volto di Clarice Lispector, la mano che scrive e il suo bel viso" spiega Cesarini. "È da qui che il suo sguardo si fa obliquo, lo sguardo con il quale si osservano senza volerle guardare le proprie ferite. E la bellezza, allora, è ricercata nelle parole, a esse è destinata".
L'anno dopo però Lispector esce allo scoperto e comincia a firmare ogni sabato una rubrica di cronache sul Jornal do Brasil. Subito rivoluziona il genere, destinando a quegli scritti (pubblicati in Italia con il titolo La scoperta del mondo, La Tartaruga) prose di vario tipo, conversazioni con personaggi celebri, poeti come Pablo Neruda, musicisti come Chico Buarque e Antonio Carlos Jobim. Inventa anzi un genere di intervista intima, divagante, realizzata spesso nella propria casa. Vi appaiono talvolta anche ricordi personali, la Recife della sua infanzia, le sorelle Elisa e Tania, la madre che pare soffrisse di paralisi e mutismo, il suo sentirsi brasiliana a tutti gli effetti. Nel 1942, definendosi "una russa di 21 anni che vive in Brasile da 21 anni meno pochi mesi" aveva scritto una veemente lettera al dittatore Getúlio Vargas reclamando la sua cittadinanza.
Ma che rapporto aveva con quell'Ucraina che non aveva mai conosciuto? "Clarice non ha voluto provare nostalgia per il suo luogo di origine, ha voluto sentirsi nativa altrove, in un luogo più vegetale e animale, selvaggio anche ingenuamente, un luogo nativo anche culturalmente" spiega Cesarini. "Le culture, tutte le culture, sono per Clarice luoghi distanti con in mezzo un oceano, e in questo oceano, nel quale si trovano tutte le parole, Clarice si cala". Si spiegherebbe così da un lato il suo essere sganciata dalla realtà brasiliana (e oggi autrice così universale) e dall'altro l'attrazione per quel "cuore selvaggio" a cui sembra alludere la presenza, massiccia e metaforica, degli animali nella sua vita e nella sua letteratura: i cavalli, i cani, i pesci rossi, lo scarafaggio. Il 27 luglio 1968 scrive: "Sono le sei del mattino. Solo un cane libero esita sulla spiaggia, un cane nero. Com'è possibile che un cane sia così libero? Perché è il mistero vivo che non si indaga".
Un lungo viaggio
Sarà stata quella parte di Copacabana, sulla sinistra, detta Leme, dove la Lispector viveva, dove la si vedeva far la spesa e passeggiare con il cane Ulisse e dove oggi sorge la sua statua in bronzo, meta di pellegrinaggi vari. Nell'anno della morte, il 1977, pubblica L'ora della stella, un romanzo che sembra prefigurare una svolta in senso quasi neorealista: la storia tragica di Macabéa, dattilografa che arriva a Rio senza un soldo dallo stato nordestino di Alagoas, proprio il luogo dove Clarice era approdata da bambina. "L'opera, autobiografica, testamentaria, sociale, intima, romantica, è la grande immagine di tutte le correnti che attraversano la donna scrittrice Clarice Lispector" scrive Cesarini.
Forse il mito della scrittrice è proprio nella magia di essersi fatta opera, inestricabile volto di sfinge. Alla fine di quell'anno, mentre in taxi si recava in ospedale per non uscirne più, disse a chi era con lei: facciamo finta che io stia partendo per un viaggio in Francia, Spagna, Italia: un lungo viaggio. E sembra che il tassista abbia domandato: posso venire anch'io?
Sul Venerdì del 28 maggio 2021