Love Story: la lunga guerra per i diritti della comunità lgbt
di Claudia Arletti , di Claudia ArlettiCom'era bella Jane Fonda in Campo de' Fiori, con il pugno alzato e i bambini arrampicati sulla statua di Giordano Bruno che lì per le sue idee bruciò sul rogo. L'aria è frizzante l'8 marzo 1972, come testimoniano le maglie a collo alto e anche le forze di polizia dispiegate sulla piazza. Si intravedono i cartelli delle femministe, e gli slogan li possiamo quasi sentire: "Partoriamo idee, non solo figli", "Il matrimonio è prostituzione legalizzata", "Il matrimonio non è una carriera". È un appuntamento importante, anche Jane tiene un breve discorso. Ma c'è un'altra immagine di quell'8 marzo romano che continuerà a camminare, una foto scattata prima che la polizia intervenisse a disperdere con la forza le manifestanti: la vedete sulla copertina di questo Venerdì, mostra una donna bruna, con le lenti spesse, e uno striscione con parole mai sentite prima: Fronte d…
Com'era bella Jane Fonda in Campo de' Fiori, con il pugno alzato e i bambini arrampicati sulla statua di Giordano Bruno che lì per le sue idee bruciò sul rogo. L'aria è frizzante l'8 marzo 1972, come testimoniano le maglie a collo alto e anche le forze di polizia dispiegate sulla piazza. Si intravedono i cartelli delle femministe, e gli slogan li possiamo quasi sentire: "Partoriamo idee, non solo figli", "Il matrimonio è prostituzione legalizzata", "Il matrimonio non è una carriera". È un appuntamento importante, anche Jane tiene un breve discorso. Ma c'è un'altra immagine di quell'8 marzo romano che continuerà a camminare, una foto scattata prima che la polizia intervenisse a disperdere con la forza le manifestanti: la vedete sulla copertina di questo Venerdì, mostra una donna bruna, con le lenti spesse, e uno striscione con parole mai sentite prima: Fronte di liberazione omosessuale. Lei lo ha realizzato, lei lo ha portato in piazza: oggi è raccontato unanimemente come il primo atto di visibilità lesbica in Italia, è il sasso scagliato lontano nel tempo e nello spazio, il sigillo su un'era che finisce e un'altra che sta per iniziare. Nessuno (nessuna) ha mai osato tanto. E infatti, dopo che la foto finisce su Panorama, il prezzo che paga è altissimo.
Nel 1972, l'anno della foto di Campo de' Fiori, il cambiamento è nell'aria, ma basta un attimo per sprofondare e diventare dei reietti; "curare" l'omosessualità è ancora l'ambizione delle famiglie nonché una pratica frequente della medicina, e l'impazzimento collettivo del 1960 per l'inchiesta sui Balletti Verdi non è stato dimenticato. Partita dalla denuncia di incontri omosessuali nel Bresciano, si era estesa come un incendio fino a coinvolgere duecento persone; un'indagine nata sul niente, e poi finita giustamente in niente, che aveva ammorbato il Paese per mesi, solleticandone le curiosità pruriginose, con i partiti di destra e di sinistra che invocavano moralità e pulizia contro pederasti e invertiti, mentre i cronisti erano chiamati a scrivere senza scrivere e a dire senza dire, così che i giornali si riempivano di una specie di anti lingua fatta di allusioni e circonlocuzioni che trasformavano i rapporti sessuali in "balletti", appunto, del colore distintivo attribuito agli omosessuali al tempo del processo a Oscar Wilde.
E a proposito di tribunali vergognosi: accusato di avere plagiato un ragazzo di 24 anni, nel mitico '68 veniva condannato al carcere l'intellettuale ed ex partigiano Aldo Braibanti, "uomo amorale, predatorio e diabolico". C'è da dire che il Pci - come ricorda Maya De Leo nel suo Queer appena uscito con Einaudi - finalmente parlò di "caccia alle streghe" (o, almeno, lo fece l'Unità).
Come li ricorda bene Aurelio Mancuso, ex presidente Arcigay, in anni non molto lontani "gli inseguimenti e i pestaggi nei giardini e nelle toilette pubbliche, nei luoghi del battuage dove si andava per cercare sesso, che era l'unica modalità di incontro possibile, e la paura era talmente tanta che tra noi ci davamo nomi falsi". Il terrore non risparmiava certo le ragazze. Cristina Gramolini, oggi docente di Storia e filosofia nei licei e presidente di Arcilesbica, entrata nel movimento a Milano all'età di 27 anni, racconta: "Era il 1990 e le grandi ci raccontavano di Mariasilvia, che si era assunta un rischio e un carico schiacciante, e si era persa. In lei si specchiavano le nostre paure. Ci spiegavano che una volta uscite allo scoperto per noi non sarebbe stata una passeggiata, ci invitavano a non andare allo sbaraglio. Fra l'altro io stavo per cominciare a insegnare. Avrei voluto diventare invisibile. Però nascondersi e vivere una doppia vita è veramente brutto. Controcorrente, sì, ma clandestina... non ce l'avrei mai fatta".
Ci sono date che gli attivisti lgbt conoscono a memoria. Sanremo 1972, prima uscita pubblica del Fuori!; Pisa 1979, prima manifestazione gay con il patrocinio di un Comune; 1982, legge che consente il cambio di sesso (però è anche l'anno del primo caso di Aids in Italia, l'inizio della strage); 1993, l'Oms cancella l'omosessualità dalla lista delle patologie. E poi eccoci alla fatidica estate del 2000, quando Giovanni Paolo II si scaglia contro il World Gay Pride a Roma: c'è il Giubileo, che cosa vi è saltato in mente? E il risultato è che ai cortei di lì in poi si uniscono baldanzosamente gli etero... Quanta strada è stata fatta. E ora, ora che sono state conquistate le unioni civili (2016), che cosa prevede mai l'agenda?
Vincenzo Branà, consigliere nazionale Arcigay, va dritto al punto: "Il vero fronte è l'identità di genere", concetto complicato che possiamo riassumere così (gli esperti ci perdonino): il binarismo sessuale - di qui ci sono le donne e di là gli uomini - è un'idea superata ed escludente, un bianco-o-nero che taglia fuori le persone trans e tutti coloro che per una qualche ragione non si identificano con il sesso biologico della nascita. E dunque? "Dunque, per esempio, negli aeroporti e negli spazi pubblici dovrebbero esserci i bagni agender, e le file per il vaccino o per i seggi elettorali dovrebbero basarsi sul cognome, cioè A-L e M-Z" chiarisce Branà. Una fluidità che pretende un cambiamento culturale, per il quale Porpora Marcasciano, storica presidente del Movimento identità transessuale (Mit), si batte da sempre, "da quando la parola omosessuale non era neanche pronunciabile, io la sentii per la prima volta in tv nel 1975, quando morì Pasolini".
Marcasciano ricorda che i crimini di odio si moltiplicano, che il vento è ancora quello della Lega, di Orbán e di Trump; che per le persone trans il lavoro resta quasi inaccessibile e dice naturalmente che bisogna aggiornare la legge dell'82, in base alla quale per cambiare nome serve l'intervento chirurgico, mentre tante persone trans non vogliono arrivare a mutilarsi, desiderano solo una nuova identità, "ma per fortuna la Cassazione nel 2015 ci ha dato ragione e i tribunali si stanno adeguando tutti".
La verità è che dopo tanto buio il mondo trans è al centro del dibattito, anche se Porpora Marcasciano, che ne ha viste tante, è imperturbabile: i bagni agender possono aspettare, dice pragmatica, intanto portiamo a casa il ddl Zan con il suo accenno ancorché timido all'identità di genere, poi si vedrà.
Non che sia una faccenda solo italiana, sia chiaro. Dopo la Gran Bretagna, e al prezzo di grandi divisioni nella izquierda, la Spagna ha appena fermato l'iter della cosiddetta ley trans, che avrebbe permesso di cambiare nome e sesso con l'auto dichiarazione. Dunque è soprattutto per questo che il ddl Zan ha fatto scintille, perché parlare di identità di genere fa orrore certamente alla destra cattolica e oltranzista, ma anche a una parte della sinistra, femministe e gay che si chiedono: dove andremo a finire se chiunque può proclamarsi donna, o uomo, a sentimento? "Dopo tante battaglie per affermare la mia identità omosessuale, dovrei sentirmi fluido, pensa te" dice Mancuso, che però sa di essere ai margini del movimento. "Come si fa a teorizzare che il sesso è una variabile ininfluente? Un tempo lo dicevano i reazionari. Non ci casco". E Cristina Gramolini: "Nel ddl Zan il concetto di identità di genere è lasciato nella indeterminatezza. È qui che vedo il pericolo: se dopo passerà anche il self-id, quanto ci metterà un uomo che si autodetermina come donna a occupare un posto riservato alle donne? Dicono che le mie sono profezie di sciagura, sarà".
Il ddl Zan è perciò la star del momento e ha un po' oscurato le altre voci in agenda, come i diritti dei bambini delle Famiglie Arcobaleno e le adozioni. Quanto alla maternità surrogata (utero in affitto), è appena stata depositata in Parlamento una proposta di legge per legalizzarla, prima firmataria l'ex grillina Gaia Termini. Se mai verrà discussa, Fedez sul palco potrà dire quel che vuole, ma saranno altro che scintille.
Sul Venerdì del 4 giugno 2021