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American Dream, una tendopoli nel centro di Washington

Due homeless fanno l’alzabandiera nell’accampamento tra le strade 21 ed E (Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni)
 
La Casa Bianca è a sei isolati, il Fondo Monetario Internazionale a seicento metri. Nel cuore del potere Usa c’è un accampamento di senzatetto. Ci siamo entrati. Vedi anche il VIDEO
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WASHINGTON. In città lo chiamano semplicemente "l'accampamento della ventunesima", come se ormai fosse normale considerarlo parte del centro di Washington. Una quarantina di tende, di quelle usate per i campeggi, incastrate tra i palazzi più importanti d'America, tra ministeri e istituti economici. Questi rifugi di fortuna, quasi formassero un villaggio a sé stante all'incrocio tra le strade 21 ed E, sono abitati da un numero sempre crescente di homeless. La Casa Bianca a sei isolati, il Fondo Monetario Internazionale a 600 metri.

Una tendopoli nel cuore di Washington

Se questo campo avesse un sindaco, l'onore spetterebbe a Daniel. Ci vive a periodi alterni dal 2014. Conosce tutti, la vita di ogni singolo abitante. Gli amori, le liti, le alleanze. "Prima del Covid ogni quattro mesi ci facevano sgomberare per ripulire il parco, ma poi tornavamo ognuno al suo posto. Adesso sembra di viv…

WASHINGTON. In città lo chiamano semplicemente "l'accampamento della ventunesima", come se ormai fosse normale considerarlo parte del centro di Washington. Una quarantina di tende, di quelle usate per i campeggi, incastrate tra i palazzi più importanti d'America, tra ministeri e istituti economici. Questi rifugi di fortuna, quasi formassero un villaggio a sé stante all'incrocio tra le strade 21 ed E, sono abitati da un numero sempre crescente di homeless. La Casa Bianca a sei isolati, il Fondo Monetario Internazionale a 600 metri.

Una tendopoli nel cuore di Washington

Se questo campo avesse un sindaco, l'onore spetterebbe a Daniel. Ci vive a periodi alterni dal 2014. Conosce tutti, la vita di ogni singolo abitante. Gli amori, le liti, le alleanze. "Prima del Covid ogni quattro mesi ci facevano sgomberare per ripulire il parco, ma poi tornavamo ognuno al suo posto. Adesso sembra di vivere in un paesello, non siamo mai stati così tanti".

A poche decine di metri c'è l'ufficio di Jerome Powell. Il presidente della Federal Reserve ha confessato con disagio di non dormirci la notte. Queste case di tela sono un dito puntato, pretendono risposte anche da lui. "Bisogna lavorare a misure che favoriscano un'economia più inclusiva" ha ammonito in un intervento recente, riferendosi proprio alla tent city. E invece la ripresa neppure sfiora gli ultimi. A non essere rimontati in sella sono le minoranze (afroamericani, nativi, ispanici, asiatici), gli americani con un basso grado di istruzione, le donne.

Cartina di Paula Simonetti 

Il problema non è nuovo, ma nei mesi della pandemia le tende sono sbucate dappertutto. Joseph Mettimano, presidente della Central Union Mission, l'istituzione più antica della città a servizio dei senzatetto, ci aiuta a fare chiarezza: "Ci sono circa seimila persone senza fissa dimora. Certo, associazioni e comune fanno molto, il numero dei nuclei familiari è diminuito". La brutta notizia è che invece "i singoli homeless sono aumentati". Nozione che va a braccetto con la madre di tutte le piaghe, la miseria. "Il 13,5 per cento dei residenti vive sotto la soglia di povertà". Washington ha da sempre due volti: da una parte la solennità patrizia della capitale, dall'altra sacche di disagio popolate da afroamericani. Il Covid-19 ha peggiorato una situazione già al limite. C'è poco spazio qui per i lavori non specializzati. Il grande business è la politica con le sue mille varianti. Tanti lobbisti, pochi operai.

Quando lo incontriamo, Daniel sta sciacquando le mani alla fontana mobile allestita dal comune. Ci sono sapone e disinfettante. Accanto, un bagno chimico. Ha 71 anni e occhi azzurrissimi. Viene dal Venezuela, i genitori lo avevano mandato in Usa per studiare. "Io però mi sono arruolato, 15 anni in marina". Dopo ha fatto il badante e altri impieghi saltuari. Con la pandemia ha perso il lavoro.

Daniel, 71 anni, alla fontana installata dal Comune.(Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni) 

Topi e disinfettante

Al  campo è questione di sopravvivenza. "I materassi sono plastificati e imbevuti di una sostanza repellente per evitare le pulci". Ma sono i topi la vera rovina. "Ho inventato un sistema infallibile" scherza. Riempie secchi d'acqua e in cima lascia galleggiare un contenitore di plastica con del cibo.  "Ne becco anche due per notte". Daniel ci porta in giro. Facciamo qualche metro, poi torna indietro veloce. Ha dimenticato la sporta blu. "Non la lascio mai, dentro ci sono le cose che non posso perdere". I documenti, il telefono, il caricabatterie. La posizione è perfetta. Non tanto per ragioni simboliche o politiche, precisa, quanto per la praticità. È un parco pianeggiante, riparato, vicino alle fermate degli autobus e non lontano da ospedale, chiese e missioni. Poche le proteste dei residenti, il più delle volte legate a disordini episodici, scatenati dall'abuso di alcol e droghe. D'altra parte la città tradizionalmente ha sempre dimostrato grande tolleranza al fenomeno.

Comprensivi i cittadini, indulgenti le istituzioni. Le evacuazioni periodiche servono più che altro a bonificare le aree. "Quando il Distretto effettua una sanificazione, proponiamo agli homeless l'alternativa dei rifugi" ci dice Kristy Greenwalt, che dirige l'ufficio del Comune dedicato alla questione. E aggiunge: "La presenza delle tende provoca sicuramente qualche tensione, ma finché non potremo affrontare la causa alla radice, ovvero la mancanza di alloggi a prezzi accessibili, è improbabile che gli accampamenti scompaiano". Intanto il programma lanciato nel 2016 ha dato buoni risultati. "Le famiglie senza fissa dimora sono diminuite del 73 per cento. Il prossimo obiettivo è ridurre il numero dei singoli" assicura Greenwalt.

Su questo prato ci sono anche tanti fantasmi.  "Vedete quell'albero?" chiede Daniel. "Lì abitava una famiglia. È sopravvissuto solo il figlio, gli altri sono morti di overdose". La tenda accanto alla sua, invece, apparteneva a un compagno scomparso da poco. "L'ha investito un'auto. Ho scritto alla sindaca Muriel Bowser, voglio proporle di distribuire a tutti i senzatetto un gilet catarifrangente".

Prima del Covid, Daniel aveva una vita quasi normale al campo. "Cantavo anche nel coro della chiesa e dipingevo". Solo arte sacra. Oggi, una volta a settimana va a fare la doccia alla missione. È lì che lo hanno aiutato a fare il vaccino. "I volontari ci assistono. Ci portano di tutto". Mentre chiacchieriamo, difatti, si avvicina una coppia. Si chiamano Alex e Nancy, immigrati iraniani. Una volta al mese preparano vaschette con pollo, riso e verdure. "Gli abitanti sono sempre gentili. Mai una cattiva esperienza" spiega Alex. Ci sono anche Diane e Zev, studenti al college, la voce timida quando si avvicinano alle tende. La prima regola è quella di non bussare. Basta chiedere: "C'è nessuno? Abbiamo acqua e cibo". Esce Norberta, ventitré anni, afroamericana. Ha perso il lavoro ed è finita qui. "È stata colpa mia. Non mi svegliavo mai in tempo". Non ha voglia di raccontare. Ci tiene però a dire che in settimana ha fatto due colloqui: "Sento che sono andati bene".

Zev e Diane, due studenti che distribuiscono acqua e cibo tra le tende (Manuela Cavalieri
e Donatella Mulvoni)
 

La bandiera nonostante tutto

Gli abitanti del villaggio sono quasi tutti affabili, ma nelle tende non si entra e neppure si fanno foto. È la sola richiesta. L'unico che ci invita a vedere la sua è Dan. In poco spazio c'è tutto: letto, tavolo, stoviglie, dispensa, libri, spazzolini, pettine, rasoio. Cinquantuno anni, caucasico, viene dall'Alaska. È finito a Washington l'anno scorso per un caso kafkiano. Dopo aver firmato un contratto si è visto sequestrare la società per presunte irregolarità. "Ad oggi non ho capito fino in fondo perché". Su un albero ha issato la bandiera nazionale ma anche quella del suo Stato. "Sono fortunato a venire dall'Alaska, gli inverni qui per me sono una passeggiata".

John, 63 anni, ex ciclista, vive nell’accampamento  della ventunesima. Con la pandemia ha perso il lavoro
  

Il suo amico John invece ha sempre freddo. Nonostante sia primavera, raccoglie qualche ramo secco, lo cosparge di disinfettante per le mani e gli dà fuoco con un accendino. Litigano spesso per la politica. Uno è repubblicano, l'altro democratico. "Se c'è una cosa che impari in un campo, è che ci vuole poco a diventare fratelli" racconta Dan. "Il mese scorso però mi hanno portato via il telefono. So chi è stato, uno nuovo". Un ragazzino che "non ha capito ancora come ci si comporta qui" conferma John, ex ciclista, con alle spalle anche qualche gara importante. Ha 63 anni ed è nato a Washington. Il cappello è l'ultima testimonianza di un passato bello e lontano. È della Cinelli, azienda milanese di biciclette. Quando ha smesso di pedalare, sono iniziati i lavori saltuari. "Lo vedete quel palazzone?" chiede, indicando il Dipartimento di Stato. "Prima del Covid lavoravo come corriere per una compagnia che sbrigava commesse per il ministero". Ora racimola qualche soldo facendo la spola per un ufficio: consegna computer portatili a casa dei dipendenti. Sempre a bordo della sua inseparabile bicicletta. "Senza, sarei perso" ci dice mostrandocela orgoglioso. Professionale, ma vecchissima. Al telaio è attaccato un bicchierozzo da caffè. "Lo uso per le bottiglie di birra, inutile mentire" confessa, scoppiando a ridere.

Marianne, 59 anni, in attesa di una casa (Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni) 

Poco più in là Marianne è indaffarata a sistemare una pila di bustoni neri. "Sto cercando di buttare quello che non mi serve". Ha 59 anni e viene dalla vicina Bethesda, in Maryland. Si è sempre arrangiata, prima vendeva i suoi lavori a maglia. Marianne oggi ha buone notizie, sua figlia ha compilato la pratica per la richiesta di una casa. Quando riuscirà a rimettersi in piedi, sogna di aprire un negozio di poncho online. "State certe che ve ne regalerò uno " promette. "Ne farò di bellissimi".

Sul Venerdì del 4 giugno 2021