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Le vespe fanno anche bene. Per esempio, al vino

Vespa (Polistes dominula) (Getty Images) 
Non ci danno il miele e se pungono sono guai. Però: impollinano quasi mille piante, divorano i parassiti, il loro veleno è studiato come antibatterico e antitumorale. E quando volano sulle vigne...
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Per aristotele non hanno nulla delle divine api, mentre il protagonista di Passaggio in India di Forster, piuttosto che loro, in Paradiso accoglierebbe scimmie e sciacalli.  E non si tratta di gusti personali: le vespe non piacciono quasi a nessuno. Colpa, certo, delle loro punture dolorose (se non letali, per chi è allergico), eppure questi insetti dei meriti li hanno.  E non sono pochi. A ricordarceli è  Alessandro Cini, entomologo dello University College London (Ucl), che collabora anche con l’Università di Firenze, dove le vespe si studiano da decenni.  Sono oltre trentamila specie – del gruppo Aculeata, di cui fanno parte anche api e formiche – e della loro importanza ecologica parlano oltre cinquecento studi. Con colleghi dello Ucl e della University of East Anglia, Cini li ha revisionati e ha raccolto i dati in un paper pubblicato sulla rivista Biological Reviews. Sperando pure di far cadere qualche pregiudizio. «…

Per aristotele non hanno nulla delle divine api, mentre il protagonista di Passaggio in India di Forster, piuttosto che loro, in Paradiso accoglierebbe scimmie e sciacalli.  E non si tratta di gusti personali: le vespe non piacciono quasi a nessuno. Colpa, certo, delle loro punture dolorose (se non letali, per chi è allergico), eppure questi insetti dei meriti li hanno.  E non sono pochi. A ricordarceli è  Alessandro Cini, entomologo dello University College London (Ucl), che collabora anche con l’Università di Firenze, dove le vespe si studiano da decenni.  Sono oltre trentamila specie – del gruppo Aculeata, di cui fanno parte anche api e formiche – e della loro importanza ecologica parlano oltre cinquecento studi. Con colleghi dello Ucl e della University of East Anglia, Cini li ha revisionati e ha raccolto i dati in un paper pubblicato sulla rivista Biological Reviews. Sperando pure di far cadere qualche pregiudizio. «Anche in ambito di ricerca» dice «l’interesse e i finanziamenti sono rivolti soprattutto allo studio delle api, alle quali tutti riconoscono l’indubbia importanza nell’impollinazione. Ma le vespe non sono da meno».

Sedotte dalle orchidee

Fisicamente, api e vespe si distinguono da alcuni dettagli. Le api hanno corpi “tozzi”, ricoperti da peluria e con tre anelli gialli. Le vespe sono più snelle, con addome peduncolato, zero peli, strisce gialle e nere. Come le api, volano di fiore in fiore, e si sa che impollinano quasi mille specie vegetali. Tra queste, oltre cento dipendono esclusivamente da loro per lo scambio del polline. Molte orchidee, per esempio, hanno con le famiglie delle Scoliidae e delle Thynnidae un rapporto esclusivo, anche se fondato sull’inganno: i fiori “profumano” dei feromoni prodotti dalle vespe femmine, alle quali a volte somigliano anche nei colori e nelle forme; così attraggono i maschi assicurandosi il trasporto del polline. «Per lo più le vespe visitano però diverse specie vegetali, alcune anche di importanza commerciale come mele, zucche e senape» dice Seirian Sumner dello Ucl, coordinatrice dello studio. «E in qualche caso possono garantire stessi livelli e qualità dell’impollinazione di insetti più “accreditati” come i bombi».


Altro pregio delle vespe: sono predatrici che tengono sotto controllo le popolazioni di insetti, ragni e altri invertebrati. In verità però, la loro dieta è fatta soprattutto di zuccheri: la “carne” viene data alle larve. Che perciò, ricche di proteine, in Africa, Sud America e Asia orientale sono uno street-food molto popolare; in Giappone poi si vendono a cento dollari al chilo e la richiesta è così elevata che vengono anche importate da Cina, Corea e Nuova Zelanda. «Quest’ultimo Paese ha però un grosso problema con le vespe sociali del genere Vespula» racconta Cini. «Importate sull’isola a più riprese nel secolo scorso, predano in modo massiccio molti insetti autoctoni, api comprese. E competono persino con gli uccelli, col rischio di danneggiare l’avifauna locale. Non perché siano vespe “cattive”, ovviamente, ma perché ogni specie ha un peso nel suo ecosistema. Se noi sparigliamo le carte, per esempio introducendo specie aliene, l’equilibrio si rompe e sono guai».

In Italia, le vespule ci sono sempre state e ci liberano da insetti fastidiosi. E lo stesso fanno i calabroni. Quindi, se i loro nidi – che le regine iniziano a fondare in questi mesi e ad agosto ospiteranno centinaia di individui – non sono vicini alle case, è bene lasciarli stare. Soprattutto se nei pressi c’è una vigna. Uno studio, a cui hanno partecipato anche la Fondazione Mach e l’Università di Firenze, ha scoperto che nell’intestino dei calabroni, come in quello delle Polistes dominula, si riproducono i lieviti Saccharomyces cerevisiae, che avviano la fermentazione alcolica. «“Mordendo” l’uva zuccherina, queste vespe ingeriscono i lieviti che ci sono sopra e poi, quando tornano a mangiare, li ridepositano in parte» spiega Cini. «Nel frattempo però i lieviti si sono riprodotti e, visto che le vespe se li passano scambiandosi il cibo, il loro Dna viene “rimescolato”. Questo garantisce ai lieviti una certa diversità genetica, che potrebbe contribuire anche al carattere del vino».

Difende il caffè

Gli studi in vigna sono però all’inizio, nella lotta ai parassiti invece siamo già avanti. Per difendere il caffè dallo scarafaggio Hypothenemus hampei, per esempio, le migliori armi biologiche si sono rivelate le vespe africane Cephalonomia stephanoderis e Prorops nasuta. Detto questo, sulle vespe dell’Africa si sa pochissimo, e anche sulle altre mancano dati. «Sappiamo che, come altri insetti, sono minacciate da cambiamento climatico, distruzione dell’habitat, pesticidi, ma per la maggior parte delle specie non abbiamo dati sulla popolazione» ammette Sumner. «Verosimilmente molte staranno soffrendo, ma alcune potrebbero essere più resilienti o addirittura beneficiare dei cambiamenti ambientali, come quelle che si sono adattate alla vita di città». C’è da sperarlo. E se ancora non siete convinti dell’utilità delle vespe, ecco un’ultima ragione per cambiare idea: il loro veleno contiene molecole antibiotiche che potrebbero tornarci utili contro i batteri super-resistenti, e sostanze antitumorali, come la proteina mastoparan, allo studio nelle università di Giappone, Spagna e Brasile: è possibile che in futuro ci aiuti a curare leucemie, mielomi e carcinomi mammari.

Sul Venerdì del 28 maggio 2021