Il cuore di pietra del nostro Rinascimento
di Chiara Gatti , di Chiara GattiL'anima e il volto. Anzi no, l’anima e il corpo. Mentre Leonardo scavava negli sguardi delle sue teste grottesche per inseguire umori seppelliti nel profondo, Michelangelo braccava i tormenti dello spirito nei muscoli e nei nervi contratti: i gesti della carne come uno specchio del cuore. Oltre alla prospettiva, all’ottica, all’anatomia che in pieno Rinascimento contaminarono ogni forma d’arte, anche lo studio della psiche attrasse la ricerca dei maestri. Le famose figure dotate di “moto e fiato”, di cui parlava Vasari nelle Vite del 1550, furono messe a nudo da una nuova disciplina, una pseudoscienza, impegnata a dedurre l’indole degli uomini dai lineamenti e dalle espressioni: la fisiognomica. Prima di Lombroso e delle sue analisi sulle sopracciglia aggrottate o i denti aguzzi applicate alla criminologia forense, gli artisti del Cinquecento coltivarono l’ossessione di rappresentare l’invisibile negli occhi o i sentimenti nell…
L'anima e il volto. Anzi no, l’anima e il corpo. Mentre Leonardo scavava negli sguardi delle sue teste grottesche per inseguire umori seppelliti nel profondo, Michelangelo braccava i tormenti dello spirito nei muscoli e nei nervi contratti: i gesti della carne come uno specchio del cuore. Oltre alla prospettiva, all’ottica, all’anatomia che in pieno Rinascimento contaminarono ogni forma d’arte, anche lo studio della psiche attrasse la ricerca dei maestri. Le famose figure dotate di “moto e fiato”, di cui parlava Vasari nelle Vite del 1550, furono messe a nudo da una nuova disciplina, una pseudoscienza, impegnata a dedurre l’indole degli uomini dai lineamenti e dalle espressioni: la fisiognomica. Prima di Lombroso e delle sue analisi sulle sopracciglia aggrottate o i denti aguzzi applicate alla criminologia forense, gli artisti del Cinquecento coltivarono l’ossessione di rappresentare l’invisibile negli occhi o i sentimenti nelle dita. In pittura e in scultura.
Proprio sulle arti plastiche, e sulla loro capacità di incidere la materia per estrarre il succo di un carattere, si concentra la mostra che il Castello Sforzesco di Milano è pronto a ricevere dal Louvre per un progetto condiviso che metterà in fila, dal 21 luglio al 24 ottobre, 120 opere prestate dal Metropolitan di New York, dal Kunsthistorisches di Vienna, dal Prado di Madrid o il Victoria&Albert Museum di Londra. Il titolo cristallino Il corpo e l’anima, da Donatello a Michelangelo. Scultura italiana del Rinascimento spiega l’affondo nel linguaggio solido del marmo, della terracotta o del legno, a caccia di una linfa palpitante sottopelle. Curato da Marc Bormand, conservatore al Louvre, da Beatrice Paolozzi Strozzi, già direttrice del Bargello di Firenze, e da Francesca Tasso, conservatrice del Castello di Milano (diretto da Claudio Salsi), il percorso va oltre i confini di quella dimensione “toscanocentrica” che da sempre catalizza la fama del secolo d’oro attorno alle menti meravigliose della corte medicea. La geografia della mostra si allarga infatti verso Nord e, sull’asse Milano- Venezia, inghiotte Mantova, Ferrara e Bologna nel flusso dirompente della modernità.
Circa le date che aprono e chiudono la sequenza, Francesca Tasso spiega: «Si parte dal 1450 circa, che coincide col rientro di Donatello da Padova a Firenze; ormai maturo, il suo stile drammatico e spezzato lascerà tracce indelebili nell’attività di Mantegna e del suo seguito». L’approdo è il 1520, data fatidica segnata dalla morte di Raffaello. «Leonardo era scomparso nel 1519, la volta della Sistina s’era conclusa da poco, le Stanze Vaticane erano in pieno cantiere e passarono di mano da Raffaello ai suoi allievi, Giulio Romano in testa». Così il Rinascimento consegnò il testimone al Manierismo. Fine di un capitolo e inizio di un altro. Ma in quei settant’anni di passione, lacrime e sangue si sono rappresi negli urli delle Maddalene di creta di Mazzoni o nel costato ferito del Cristo di Andrea della Robbia. «Il furore e la grazia mescolano il retaggio di un’antichità apollinea con il movimento impetuoso e i sentimenti in libertà».
È il trionfo dei sensi. Che la scultura esalta, complice l’energia di ogni azione compiuta nello spazio. Con Ercole e Anteo Pollaiolo fonde nel bronzo l’ira funesta di un combattimento corpo a corpo. L’esercizio ginnico annoda il gigante e il semidio. «Giovan Francesco Rustici modella due zuffe fra cavalieri che traghettano nella terra la veemenza della Battaglia di Anghiari di Leonardo. Nel divincolarsi dei corpi, la lotta si fa brutale». Anche il dolore spacca la superficie nelle bocche straziate dal pianto della Deposizione di Donatello; la tensione schizza alle stelle nel Cristo alla colonna di Solari.
I «moti dell’animo» teorizzati da Leonardo mentre disegnava sguardi umidi di vergini bambine conquistarono Michelangelo, che raggiunse la sintesi perfetta fra grazia classica e dinamismo moderno. Se al Louvre il viaggio si conclude davanti ai Prigioni, gli schiavi (ribelle e morente) sgusciati dal marmo del genio toscano, a Milano il tragitto conduce alla Pietà Rondanini, con l’abbraccio disperato di Maria che sorregge il figlio esanime. La scultura “non finita”, abbozzata dallo scalpello del maestro morente, acutizza il dramma dei corpi che si liquefanno nella materia; erosione toccante di un genio che affidò alla pietra il dolore degli uomini e della vita mortale.
Sul Venerdì dell'11 giugno 2021